L’Eurolega dell’Olimpia, giocatore per giocatore

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Kaleb Tarczewski #15

Capitolo spinoso quello del ragazzone di Claremont, il giocatore più unico per profilo tecnico – un 5 tradizionale – e quello più palesemente avulso dal generale contesto d’eccellenza milanese da due stagioni a questa parte.

Mi preme però concedere un filo di complessità in più a un giudizio che è spesso fin troppo semplicistico nei confronti di questo giocatore.

Il miglior periodo del prodotto di Arizona a Milano lo possiamo collocare dal 13° round al 28° della stagione interrotta 19/20, qui ha prodotto 9,93 pt, 6,43 rim e 14,06 di valutazione di media. Numeri simili nell’Eurolega di oggi li registrano giocatori molto ben considerati come Donta Hall o Vincent Poirier.

Non c’è alcun intento di comparazione: sono atleti dal profilo completamente opposto, ci riferiamo a contesti tecnici del tutto differenti, momenti diversi e soprattutto dati relativi a singoli spezzoni di stagione. Si tratta qui solo di richiamare l’impatto che il numero 15 aveva su quell’Olimpia e l’opinione che se ne aveva al tempo, spesso dimenticata.

Oggi, nella stessa squadra e con lo stesso allenatore, “Tarcisio” è un elemento sfiduciato e ai margini del progetto.

Parliamo quindi di un fenomeno a cui sono state tarpate le ali? No. Senza dubbio no, parliamo di un giocatore che non si è saputo evolvere in nessun modo, che non ha saputo adattarsi e crescere in una squadra che ha puntato con forza su di lui e sul suo potenziale. Ma parliamo anche di un giocatore che non è, secondo chi scrive, impresentabile tanto quanto l’opaca versione che stiamo vedendo ci fa credere.

La stagione di Kaleb è nettamente insufficiente, nei numeri e nelle prestazioni. Semplicemente però in un sistema che cambia sistematicamente, non sfrutta il roll per una finalizzazione immediata e che lo vede spesso partire in quintetto con un Delaney che non è il più fine dei passatori, si rende disattesa la scommessa di qualche estate fa su una sua crescita, quanto inefficace la sua presenza. E, intendiamoci, l’Olimpia non fa bene, fa benissimo, a credere in un’organizzazione che è a tutti gli effetti vincente.

Il mancato passaggio a uno step successivo non rende però un giocatore un incapace, ma soltanto ne evidenzia i limiti. La triste versione del pivot statunitense è un prodotto a cascata della perdita delle certezze tecniche, così della fiducia del coach e dell’ambiente, fin delle voci di mercato, che ce lo fa apparire persino più goffo, impacciato e falloso di quanto sia.

La sua stagione è destinata a proseguire con una convivenza forzata che lo rende punto debole dell’Olimpia, sia perchè fa mancare un alter ego credibile di Hines, sia perchè non lo si può usare come corpaccione da mettere addosso ai colossi del continente.

(5/16, scorri in fondo per cambiare pagina e continuare la lettura)

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