Viaggio nel sistema di Igor Kokoskov

Ciro Abete
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L’arrivo di Igor Kokoskov al Fenerbahce ha attirato l’attenzione e la curiosità di molti tra appassionati e addetti ai lavori: dopo l’addio del sergente di ferro Obradovic, la squadra turca ha deciso di ripartire da un allenatore con un chiaro imprinting americano che ha passato gli ultimi 20 anni tra le panchine di NCAA e NBA.


20 Anni di panchine negli USA

La storia di Kokoskov è meravigliosa e vale la pena raccontarla: dopo un gravissimo incidente, è costretto giovanissimo a lasciare il basket giocato e ad iniziare ad allenare a Belgrado. Dopo essere diventato il più giovane capo allenatore del campionato serbo, a 24 anni, Quin Snyder (attuale HC dei Jazz) lo porta nel suo staff a Missouri, facendo sì che Kokoskov diventasse il primo europeo in uno staff di Division 1.

Dopo un anno l’approdo in NBA, dove lavora in diverse franchigie (Clippers con Gentry, Pistons, Suns, Cavs, Magic e Jazz, nuovamente con Snyder, ritorno ai Suns da Capo Allenatore e Kings) con filosofie diverse: chiaro esempio è il fatto di esser passato dai Pistons di Larry Brown (campioni nel 2004) che giocavano una pallacanestro costituita prevalentemente da attacchi a metà campo, ai Suns di Mike D’Antoni, meravigliosi interpreti del “Seven seconds or less”.

In Europa, dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, Kokoskov ritorna solo in staff di nazionali, allenandone due da capo: la Georgia, con cui ottiene discreti risultati dal 2008 al 2015, e la Slovenia nel biennio 16-17.

Eurobasket 2017: il capolavoro

Proprio quest’ultima esperienza è stato il capolavoro dei Kokoskov che ha vinto l’Europeo 2017, trascinato da due guardie di grande talento come Dragic e Doncic, riuscendo a massimizzare le qualità di tutto il gruppo, in particolare dei suoi due fuoriclasse.

Kokoskov riassume la sua pallacanestro con un assioma che ha mutuato dalle tante e tanto diverse esperienze americane del coach:”Il basket moderno è il basket vincente”, riferendosi al fatto che un allenatore debba essere una sorta di demiurgo platonico, capace di plasmare il suo sistema in base ai giocatori.

“Non si può giocare ad alto ritmo se non hai i cavalli per farlo”, aggiunge Kokoskov, ma non è questo il caso della Slovenia del 2017 che propone una pallacanestro giocata up-tempo, cercando di prendere vantaggio nei primi secondi dell’azione, in primis, con gli 1c1 degli esterni o con situazioni di drag (principalmente centrale) o sfruttando la capacità di correre il campo dei piccoli e di Randolph.

Situazioni principali

Se ciò non avviene, la grande qualità della Slovenia è quella di entrare subito nel flusso della loro “weave motion” (utilizzata da Kansas) basata su continui dribble handoff(molto simile alla mezza ruota) e backdoor per liberare il lato che termina o con un pick and roll centrale di una delle due guardie con angolo pieno e due giocatori in visione (single tag) o con un hand-off con il lungo salito in post alto. Questo permette all’attacco di tenere la difesa in continuo movimento e di giocare il pick and roll finale in velocità. Insomma, un basket cucito su misura da Kokoskov sui due fuoriclasse sloveni.

La forza della Slovenia del 2017 non era chiaramente solo nei due principali terminali offensivi, ma anche nella presenza di un 4-5 mobile come Randolph capace, in attacco, di giocare pop o roll a seconda delle situazioni e di cambiare quasi sempre in difesa, di tiratori come Blazic e Prepelic pronti a giocare in situazioni di spot-up e di uscite e di un 5 come Vidmar, la cui capacità di portare blocchi granitici permette di aumentare di gran lunga il vantaggio sui pnr per le guardie e abile nel sigillare il suo difensore per prendere posizioni profonde spalle a canestro.

Ecco spiegato il massiccio impiego di Chin series, mutuati dalla Princeton, dove Randolph o Vidmar bloccano prima cieco per la guardia senza palla e poi sulla palla, costringendo il difensore del lungo ad aiutare sul cieco e a quindi essere in ritardo per provare a fare una difesa più aggressiva sul PnR. Pick and roll che si gioca con uno spacing diverso rispetto a quello giocato nella motion: double tag e un giocatore in visione.

Il sistema del Fener 2020-21

Il Fener di quest’anno nasce da una simile linea di pensiero, nonostante un ritmo alto ma meno vertiginoso: l’idea principale rimane quella di prendere vantaggio o dal palleggio, sfruttando situazioni di drag e double drag laterali, o spalle al canestro con early post-up sia dei lunghi che degli esterni.

E’ proprio qui che c’è un tratto peculiare della pallacanestro dei turchi e che la contraddistingue dalla nazionale slovena di Kokoskov: è chiaro che nella costruzione della squadra si sia puntato su esterni come Ulanovas e Pierre dotati di centimetri e tonnellaggio per andare spalle a canestro, e anche il ritorno di Guduric, grande tiratore ma che non disdegna anche giocare in post, va in questo senso: Kokoskov infatti, come dichiarava ai tempi di Phoenix, crede che sia necessario avere una serie di esterni bidimensionali con caratteristiche difformi tra loro.

Ecco perché in parecchi set ci sono situazioni di pick and roll tra esterni (presenti in anche nel playbook della Slovenia 2017, in particolare per far collaborare direttamente Dragic e Doncic) per forzare un cambio e un conseguente accoppiamento favorevole o situazioni in cui il piccolo si trova isolato pronto per fare duck in e prendere una posizione vantaggiosa dentro l’area.

Collaborazioni con l’interno

Interessante è vedere come il Fener collabora quando la palla arriva in post: spesso utilizzano il 5 o il 4 (se giocano con due lunghi puri) come contropost per punire l’aiuto, sia con muovendosi “ad orologio”, sia addirttura coinvolgendolo in un blocco verticale portato da un esterno che spesso genera un tiro dalla lunetta.

Con palla in post a Brown, dopo lo split De Colo blocca per Vesely. Questa situazione (non molto comune) pensata da Kokoskov sorprende i due difensori del Maccabi che lasciano totalmente libero il ceco per un tiro comodo dalla lunetta. Credits: Eurosport

mentre, soprattutto nelle prime partite, se c’è in campo un tiratore bravo in uscita, come Mahmutoglu o Eddie, viene lasciata l’area vuota per portargli uno stagger orizzontale, dopo uno split lungo-altro esterno per togliere un possibile stunt.

Un esterno bidimensionale come Pierre consente di trovare letture diverse sugli stessi set: qui dopo il double drag di ingresso, fa duck-in e prende posizione in post, attivando la collaborazione per il tiro di Eddie. Credits:YT Erdem Curgen

L’uso dello “stretch 4”

Avere giocatori con caratteristiche diverse rende quindi il playbook lunghissimo, in stile NBA, dove ci sono situazioni che cambiano a seconda degli interpreti in campo: un esempio è nella posizione di “4” in cui si alternano lunghi come Barthel o Duverioglu (praticamente intercambiabili con Vesely) o stretch four come Eddie.

Proprio quest’ultimo è una costante che lega i canarini alla non indimenticabile esperienza di Kokoskov da capo allenatore a Phoenix: un’annata nata storta con la prima scelta usata per Ayton(lungo comunque di prospettiva) e non per Doncic, figlio putativo del coach, che sarebbe stato perfetto nel sistema di Kokoskov e conclusasi con l’ultimo posto e il conseguente esonero del coach.

Sarebbe stato curiosissimo vedere la convivenza con Booker, in una squadra che avrebbe avuto un back court clamorosamente intrigante. Ma al di là di questo, l’idea di Kokoskov si è comunque un minimo vista con set molto simili a quelli della Slovenia campione d’Europa: ed è proprio l’uso del “4” tattico che, secondo me, è stato un topic interessante del gioco della franchigia dell’Arizona.

Questi viene coinvolto non solo con soliti pop out(come con Randolph a EB2017), ma in una situazione con un blocco orizzontale di un esterno, contemporaneo ad un pin down sull’alto lato, dopo un double drag di ingresso, dove la difesa non è abituata a cambiare e su cui spesso si ricava vantaggio per un tiro o per un 1c1 contro un closeout (gioco classico dell’università di Oklahoma).

In questo gioco lo sviluppo di due collaborazioni diverse in contemporanea che impegnano tutti e 4 difensori lontano dalla palla, favorendo un eventuale 1c1 del play che non giocherebbe contro gli aiuti.
Se ai Suns questo ruolo spettava a Warren, Ariza o Bender, in Turchia Kokoskov utilizza Eddie o talvolta Pierre.

Situazione che Kokoskov usa dalla sua esperienza con i Suns: in questo caso, Clyburn rimane nel blocco di Brown. La mancanza di pressione sulla palla di James su Dixon e la cattiva comunicazione consentono a Eddie di tirare con un metro di spazio. Credits:Eurosport


Questa collaborazione con 4 si può vedere anche in altri situazioni: ad esempio in uno dei giochi più usati da Kokoskov che inizia con un brush screen (taglio non profondo e blocco di schiena) di 1 per 4 e con PnR 1-5 centrale. Mentre con la Slovenia 2017, Randolph (molto più cercato sul primo blocco rispetto ai 4 del Fener) si spaziava in angolo di lato forte, i Turchi giocano il blocco detto in precedenza (quasi sempre per Eddie), verificandosi una situazione che in America chiamano “Bulldog” (PnR+Cross Screen), e che costringe la difesa a non portare aiuti sul rollante.

Collaborazioni con il lato debole

Altro aspetto peculiare delle squadre di Kokoskov è il coinvolgimento del lato debole su situazioni di 1c1 e PnR laterali: spesso infatti utilizza un hammer, flare sul lato debole, per coinvolgere i difensori, in modo tale da negare l’aiuto.

Questo gioco è un classico di Kokoskov: una variante della motion strong usata da S.Antonio. La differenza sta nel fatto che il play, dopo il primo passaggio, non blocca orizzontale per il post, ma blocca cieco per il lungo in punta che ha ribaltato, prendendo un vantaggio che viene mantenuto da uno screen the screener del 4. Sul lato debole Forbese e Aldridge guardano solo la palla e il blocco hammer libera in angolo Crawford per un tiro non contestato. Credits:Fox Sports Arizona.

Situazioni di flare vengono impiegate anche per coinvolgere difensori senza palla dopo un cambio sul PnR e come variazione nella motion vicino alla palla: ciò costringe la difesa a scegliere se passare sopra o sotto il blocco, generando un probabile vantaggio.

Motion che è pressoché la stessa di quella adoperata con la Slovenia, che quindi sfrutta DHO e back door degli esterni: nei DHO il particolare che salta spesso all’occhio è la bravura dei vari Vesely e Barthel, ma anche di Duverioglu di punire la difesa se anticipa l’handoff o se non comunica, mettendo palla a terra per andare al ferro e “rubare” 2 punti.

ATO ricorrenti nelle squadre di Kokoskov

Proprio per lucrare canestri rapidi, Kokoskov utilizza numerosi ATO (after time out) ed EOG (end of game): al di là di set classici di “bamberg“, “elevator” (uno è lo stesso che usava Obradovic per Sloukas) o di lob per Vesely, una situazione costante in tutte le sue squadre è quella che ha fatto le fortune di Prepelic ad Eurobasket 2017 e che la squadra del Bosforo utilizza per Mamhutoglu: AI elbow rip DHO.

La partenza è simil corna, con il play in punta, il tiratore che parte in ala e l’altro esterno in opposizione e i due lunghi ai gomiti: l’ala funge da “specchietto per le allodole” e fa un attraverso sfruttando i due blocchi orizzontali dei lunghi (situazione di Iverson) per liberare il lato e il play passa al lungo opposto al tiratore e finta di andare a prendersi un consegnato.

Il tiratore scende in post e, nel momento in cui c’è il passaggio, blocca cieco per il lungo senza palla, qui se la difesa non comunica l’attacco può rubare due punti con il lungo solo sotto al ferro, mentre se comunica può cambiare (raramente, perché si genererebbe un mismatch enorme) o, più probabilmente aiutare e recuperare.

Il tempo del bump consente al tiratore di prendere tempo di vantaggio che viene mantenuto e dilatato con un handoff con l’altro lungo, che porta ad un tiro spesso non contrastato.

Prepelic sfrutta la cattiva comunicazione tra il suo difensore e quello di Muric sul blocco cieco per prendere vantaggio. Vantaggio che viene dilatato con l’HO con Vidmar e che consente all’esterno di prendere un tiro comodo. Credits:FIBA
Stessa situazione, solo che Guduric legge e sfrutta il vantaggio fisico e di posizione su Bertans (che si aspettava il cieco) per ricevere tramite il triangolo di Vesely e trovare 2 punti facili.
Credits:Eurosport


Sulla stessa partenza spesso Kokoskov ha utilizzato (tanto con Vidmar e Ayton, o con Barthel in campionato, un po’ meno in EL) un gioco per isolare il lungo vicino al canestro, sfruttando la capacità di questi di seal dopo il blocco a scendere: infatti dopo l’Iverson, il 4 si apre in ala con un blocco o un velo di 5 e riceve dal play che, come prima, se ne va.

Adesso però non c’è più il cieco dell’esterno, ma un ram screen del lungo che subito dopo sigilla il difensore (seal) e può ricevere sia da 4 che tramite triangolo con il piccolo.

Nonostante il blocco non sia profondissimo, la capacità di prendere contatto sul difensore di Vidmar gli consente di prendere un netto vantaggio e di giocare un 1c1 con l’area totalmente vuota.

Il blocco di Ayton è più profondo rispetto a quello di Vidmar, ma la cattiva ricezione dell’esterno dà tempo al difensore di togliere la “sedia” e mettersi davanti, negando l’alto-basso.

Finali di partita

In questo senso va la gestione dei finali di partita, dove, oltre ai post bassi degli esterni, la situazione più ricorrente della squadra di Kokoskov è quella di un gioco a 2 centrale preceduto da un ram screen:

  • se 5 blocca, si gioca un pick and roll anticipato dal blocco verticale di un esterno per ritardare il cambio;
  • se è 4 a bloccare, il 4 fa pop e il ram screen è portato da 5 (Vesely), che può così giocare sulla linea di fondo contro l’eventuale penetrazione.


Prospettive future

L’organizzazione offensiva di Kokoskov è quindi fortemente influenzata dalla sua enorme esperienza in giro per gli Stati Uniti: il grande utilizzo di 1c1, i DHO, i pick and roll tra esterni, le tante varianti e letture dello stesso set sono tutti elementi che possiamo ritrovare in moltissimi playbook di squadre NCAA e NBA.

E’ però evidente che, come cantavano i Morcheeba, “Rome wasn’t build in a day” e ,per questo motivo, i risultati almeno all’inizio di questa Eurolega non hanno dato ragione ai gialloblu, che, è bene ricordare, ha comunque subito, almeno in partenza, una netta riduzione di budget e viene da anni di un allenatore come Obradovic che è una pietra miliare del basket e che ha un sistema tecnico, ma anche relazionale, che è un unicum e molto diverso da quello di Kokoskov (suo assistente in uno sfortunato Eurobasket con la Serbia-Montenegro nel 2005).

Ma nella pallacanestro, come nella vita, “Omnia tempus habent” e con il lavoro e l’innesto di Guduric, che ha aumentato la qualità negli esterni, il Fener ha iniziato a mostrare tutte le sue qualità vincendo ben 8 partite consecutive, rientrando prepotentemente nella corsa ai Playoff.



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