Tavares è superlativo, il Real vince la Liga numero 36

alberto marzagalia
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Real campione grazie ad una prova superlativa di Walter Tavares che, in coppia con il solito Fabien Causeur, respinge il cuore di un Barça che nulla ha potuto di fronte ai “blancos”.

36 titoli di Liga diventano realtà in un rovente tardo pomeriggio di giugno in cui 12315 anime, quasi tutte madridiste, celebrano un trionfo che solo due mesi fa sembrava assolutamente impossibile.

Walter Tavares è MVP di una finale in cui ha imposto, oltre all’abituale fisicità, una tecnica in continua evoluzione. 25 punti, 9/11 al tiro, 7/7 ai liberi, 13 rimbalzi di cui 7 offensivi per un 41 di valutazione che lo pone senza dubbio alcuno nelle pagine più importanti della leggendaria storia madridista.

Se “la montagna più alta di Capoverde” è Batman, il suo Robin ha il nome di Fabien Causeur, uno che quando conta è sempre il migliore: 17 punti di cui 8 sono quelli che sigillano un successo strameritato in una serie in cui il Barça nulla ha potuto, per demeriti propri ma soprattutto per meriti rivali.

L’81-74 finale è frutto del lavoro di una squadra vera che sa trovare protagonisti diversi e nella quale ognuno conosce alla perfezione il proprio ruolo.

Dopo tre gare era tutto molto chiaro e le possibilità che la squadra di Jasi potesse vincere la Liga o almeno portare la finale a gara 5 erano assai remote. Troppa la differenza nei primi 120 minuti di pallacanestro, troppo grande il divario di intensità, fisicità, tecnica e letture a favore dei madridisti.

Ma una finale va chiusa ed allora nulla può essere scontato sino alla sirena del trionfo e comunque anche un Barça in difficoltà ha messo in campo il cuore, l’unica arma con cui provare a controbattere lo strapotere degli avversari.

Dalla palla a due sembra esserci la conferma di una squadra con una, due o forse tre marce in più: 7-0 che si tramuta al 13′ in un 24-10 figlio dei soliti Sergi e Rudy. Jokubaitis non ci sta e dalla panchina suona la carica catalana insieme a Dante Exum, l’unico in grado di pareggiare l’energia rivale.

E’ Nick Calathes a portare i suo a contatto con una tripla di importanza clamorosa: al riposo è 34-33 e pare ci sia partita, anche se a guardarla bene la differenza rimane ampia.

Il terzo quarto è battaglia ed a pochi secondi dal termine sembra materializzarsi l’impossibile, dopo il canestro di Cory Higgins che dà il primo ed unico vantaggio agli ospiti. Pochi secondi e Poirier rimette le cose a posto prima che Hanga, Tavares e Deck lancino la volata madridista negli ultimi 10′.

Il Real non si volta più e Fabien Causeur sigilla un trionfo meritatissimo.

Pablo Laso si aggira per il Wizink Center come un leone in gabbia, il suo fido Chus Mateo gestisce la sua assenza al meglio, gli uomini in campo non hanno esitazioni: è la vittoria di una cultura cestistsica che in 11 anni ha voluto dire ben 22 titoli a riscrivere la storia di un club che nella prima decade del millennio aveva faticato e sembrava essere sparito dalla geografia del basket continentale di alto livello.

Il Barcellona si interroga sul valore di una stagione in cui è arrivato sempre in finale, tranne che in Eurolega, come accade regolarmente da quando Saras siede sul pino catalano. Se la logica deve essere quella della sola vittoria allora possono valere le tante considerazioni che definiscono il cammino 21/22 come un fallimento, se invece competere è ciò che conta allora si può ragionare in modo diverso. Non stiamo nemmeno a sottolineare quale sia la nostra idea, sarebbe scontatissimo…

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 461477scr_ee0e0f4c2b82f01-1024x683.jpgLa realtà del Wizink Center ci consegna due squadre che, risultati a parte, cambieranno tantissimo nei prossimi giorni per presentarsi al via della stagione 22/23 con abiti ben diversi.

Ma oggi è il momento di celebrare l’ennesimo capitolo del “lasismo”, quella grande cultura di gioco che lo onora, lo rispetta e lo rende grande attraverso una continuità che non ha eguali nella storia recente della pallacanestro europea. E forse questa è la lezione principale che anche a Barcellona andrebbe studiata a fondo.

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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