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Kostas Sloukas abbatte Milano

In un Forum stracolmo il Fenerbahce di Obradovic vince una battaglia dura, fisica ed emozionale contro una Milano che rifiuta di andare al tappeto per due quarti, esplode con un fragoroso 27-14 nel terzo e poi cade, probabilmente stremata, nell’ultima frazione.

Vittoria importante per i turchi, che si tengono un passo avanti alla bagarre della lotta Playoff, già caldissima per chi ha record 5-4 o 4-5: stasera potrebbero addirittura essere ben nove squadre. L’equilibrio, predetto da tanti, è pienamente confermato: dietro a CSKA, Real ed appunto Fenerbahce, che sono superiori.

Le statistiche a volte ingannano, se è vero che Milano vince la lotta a rimbalzo (37 vs 33): la realtà dice che almeno 5 palloni non raccolti sotto il proprio canestro rappresentano le fondamenta della vittoria gialloblu. Addirittura beffarde se si pensa alla ratio assist/perse: 16/15 Olimpia contro un misero 11/14 Fenerbahce. Qui sta tutta la grandezza degli uomini di Obradovic. Ben lontani dal proprio basket migliore, talvolta imbarazzanti nel commettere errori da scolaretti, sanno perfettamente cosa fare e lo fanno alla perfezione per 25 minuti: dovevamo vincerla nella propria metà campo ed applicano alla perfezione il piano partita tenendo l’attacco Olimpia ad un misero 45,5% da due e 26,1% da tre, su un totale di 67 tiri (solo 58 quelli tentati dai turchi, però col 61,1% da due).

Tutto questo è reso possibile da tre elementi chiave.

Il primo ha un nome ed un cognome: Kostas Sloukas,  semplicemente fenomenale, cosa che  inizia a diventare una costante. 34’59” in campo, 18 punti con 5/7 da due, 2/4 da tre, 7 rimbalzi, 4 assist ed una sola persa. Tutto questo in realtà non dice nulla, perché ciò che rende dominio assoluto la sua grande prestazione è il feeling perfetto con il suo coach. Comunicazione continua, sguardi di intesa tanto fugaci quanto efficaci, quel “2 down” chiamato a ripetizione, soprattutto dopo palle ferme, per testare a fondo la difesa di Milano su una sorta di “pick and re-pick” in punta, con un  esterno sempre pronto sul perimetro ed un lato debole parecchio attivo per andare a tenere viva la palla sul rimbalzo offensivo e poter punire le rotazioni. Leadership tecnica e mentale che solo i migliori rapporti coach/playmaker hanno reso possibile nella storia. L’erede di Diamantidis e Spanoulis c’è ed è un piacere per gli occhi ed il cuore di chi ama il giochino. L’arte appresa alla scuola del Dio Vassilis credo abbia molto a che fare con tutto ciò: aggiungiamoci Obradovic ed il quadro è chiarissimo.

Il secondo elemento è l’attenzione ai dettagli. Lo staff di Obradovic, sì proprio quello staff da 5 milioni a stagione, chiama dalla panchina ogni gioco milanese con anticipo e perfetta conoscenza della materia. I cambi e la gestione dei timeout sono da antologia: non si può sbagliare perché si sa di non essere in forma ed in effetti non si sbaglia. Nella fattispecie il timeout chiamato a 58 secondi dalla sirena del secondo quarto è “il tutto” di una panchina: giochiamo un possesso lungo in modo da portare Milano ad un solo tiro contro i nostri due. Facile da immaginare, logico da fare, efficace da eseguire quando hai assistenti che leggono la partita in questo modo. Stessa storia per i continui cambi di Sloukas negli ultimi 120 secondi, differenziando i possessi difensivi da quelli offensivi.

Questo non è il Fenerbahce di Berlino, è chiaro come il peso stesso stesso dell’assenza di Bogdanovic, tuttavia campioni sono e campioni restano, magistralmente guidati dalla panchina: Milano poteva batterli ieri sera? Sì e forse si tratta di occasione persa, sebbene il pallino sia sempre stato in mano a chi mollò la Coppa allo CSKA solo all’overtime lo scorso maggio.

Milano rischia l’imbarcata ad inizio partita, quando qualche tripla di troppo mancata dai turchi avrebbe potuto aprire una vera voragine, tuttavia lotta sempre e non vuole mollare. Lo status difensivo milanese è molto cresciuto dopo le famose esternazioni di Torino, l’attenzione sale e questo sarà fondamentale in futuro. Purtroppo, o forse fisiologicamente, è assai scemato il ritmo offensivo globale, rivisto a buoni livelli solo a tratti. Se l’Olimpia muove la palla con velocità e continuità può giocare con tutti, altrimenti è notte fonda. Questo ritmo non può arrivare da una prestazione delle due “point guard” così limitata: pessimo oltre ogni logica Ricky Hickman, va meglio con Kalnietis, tuttavia assai lontano dall’essere quello vero. Incomprensibili 23’35” del primo contro i soli 16’25” del secondo, se non per ragioni fisiche che sarebbe auspicabile conoscere, senza alcun intento polemico.

Occasione persa, quindi? Contro questo Fenerbahce probabilmente sì: ma  occasione persa è però ogni sconfitta. Le rotazioni non convincono, oltre che per i play anche per i sette minuti dati ad un Gentile pessimo rispetto ad un dignitosissimo Dragic. Lo stesso Abass avrebbe forse meritato qualche occasione in più: ne avrà. Non marginale sottolineare come Sanders si stia rivelando un ottimo giocatore di Eurolega, mentre a Jamel McLean non piacerà giocare da 5, ma proprio da 5 atipico sa fare la differenza come pochi, sempre più spesso. Rinnoverei entrambi immediatamente: non so perché ma vedo Rakim pressoché perfetto per un futuro con Obradovic e trattenerlo dopo potrebbe rivelarsi difficile.

Due infine le motivazioni che rendono assai amaro il boccone milanese di questo nono turno.

Si è costruito e lavorato tutta l’estate per avere ritmo alto e continuo unito ad una pressione costante allungata almeno ai 18-20metri. Dov’è tutto ciò? E’ rinuncia figlia delle scelte o delle conseguenze del valore degli avversari? Il punto è tutto qui e la risposta potrebbe essere chiara, se è vero che nemmeno contro avversari assai deboli e disponibili come quelli di campionato non si è giocato in quel modo sinora. Sui primi otto uomini Milano fatica a stare con almeno 9-10 avversarie, mentre se allunghiamo i numeri a 10-11 giocatori vale molto ma molto di più.

Leadership tecnica, tattica e morale. L’Olimpia non ha un leader ed allora si torna al punto di prima: è necessario giocarsela altrove. Altrimenti potrebbe valere perfino una sorta di “Platoon System” alla Calipari: che però non c’è nei fatti. Jasmin Repesa è un ottimo coach, certamente più insegnante che gestore, ma oggi le panchine sono composte da una marea di gente rispetto al passato: incomprensibile come talvolta a Milano manchi reattività in questo senso. Si viene travolti da una serie di dettagli, che diventano col passare del tempo enciclopedia di una sconfitta: questo crea le occasioni, perse o presunte tali. Milano deve crescere qui prima che in ogni altro settore.

“Must win” a Kazan settimana prossima per Repesa, la prima vera della stagione, mentre Sloukas attende Llull: p-o-e-s-i-a !

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