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La stagione dell’Olimpia non decolla, ma guai a buttarla ora

Inutile girarci attorno, la caduta dell’Olimpia Milano in semifinale con la Reyer ha fatto rumore, tanto, e non smette di farlo.

Il compito di Messina diventa ancor più difficile di quanto non fosse già di suo, in virtù di una pallacanestro che non cresce e di un ambiente che sembra portato all’autodistruzione come spesso accaduto in passato, soprattutto in quello recente.

Il Coach catanese sapeva bene che tipo di lavoro lo attendesse, tuttavia forse non poteva immaginare, dopo 6 mesi alla guida totale del progetto, che la situazione potesse riservargli una serie di problematiche ben oltre quanto preventivabile.

A due giorni dalla pessima, terribile prova contro i lagunari poi campioni a Pesaro, proviamo a capire quali possano essere le ragioni di una negatività che non può in alcun modo diventare regola, essendolo già stata da almeno quattro gestioni tecniche, per ragioni che prima si imputavano alla società ma che oggi, in virtù dei cambiamenti in atto, non dovrebbero più essere riferibili al management meneghino.

Dieci domande, dieci possibili risposte, dieci ragioni che contraddistinguono l’Olimpia di oggi. sinistramente simili a quelle già viste ma che non possono ritenersi né accettate né vissute allo stesso modo.

  • La qualità della pallacanestro. E’ la base di tutto, se si crede nel gioco e se il Coach è uno dei più grandi del panorama europeo di sempre. 

Milano gioca male  e lo sta facendo da tempo. I campanelli d’allarme suonati durante  vittorie come quelle con Valencia o Zenit dovevano essere ascoltati prima. Accade che continuando a scherzare col fuoco, ci si possa bruciare. Le stesse cadute in campionato, spesso inopinatamente catalogate come figlie del calendario di Eurolega, dicevano tanto ma sono state ascoltate poco. Cambiare registro è l’unica via. E’ possibile con questi uomini? Sì, se non si crede alla storia dei “buoni tiri”, perché continuare a prendere la stessa soluzione, dopo che per 10 volte ti ha negato il successo, non può mai e poi mai essere un “buon tiro”. La pallacanestro di Messina, complicata ed anche qualcosa in più per molti di questi atleti, sa dare ben altro. E’ un lavoro duro, ma non ci si può esimere dal portarlo avanti, altrimenti è crollo tecnico.

  • Il calendario, tra realtà ed alibi.

Che gli impegni senza sosta, farciti di viaggi (peraltro ben più gradevoli di quelli di altri club europei anche celebri) e di mancanza di riposo e di allenamento siano una variabile da tenere in alta considerazione ce lo insegnano i risultati che verifichiamo in giro per il continente. L’Eurolega è un’adorabile e straordinaria brutta bestia. Ok, tutto vero, ma che questo sia il calendario e questo sia l’impegno che si è sottoscritto ad inizio stagione lo si sa dal settembre 2016. Continuare a nascondersi dietro a queste motivazioni si trasforma da realtà in alibi. Lo sa Messina, lo sappiamo tutti noi. Queste sono le partite da giocare, questa è l’ambizione della società: se non si è in grado di rispettarne gli impegni a livello di rendimento c’è qualcosa che non va. E non è poco.

  • La ricostruzione, dalle macerie.

Noi lo abbiamo sostenuto da anni, Milano era società senza i valori organizzativi tecnici necessari per quanto richiesto dalle competizioni in cui partecipa. La rivoluzione estiva, perché di quello si è trattato e si tratterà ancora, non è completa. Serve altro e servono ben altri profili in determinati ruoli, a tutti i livelli ed a partire dal campo, dove si incensano alcuni elementi che poi magari scopri essere il minimo comune denominatore dei recenti insuccessi sportivi. Pensare che dalle macerie del nulla si potesse rinascere in soli sei mesi è assurdo. Però c’è un limite e quel limite si chiama poter arrivare dove la forza odierna ti permetterebbe di stare:  una gara come quella di sabato dimostra che non tutto è stato fatto al meglio, soprattutto dai protagonisti sul campo.

  • I giocatori, responsabili come, se non più, di altri.

Milano ha un roster per primeggiare in Europa ed essere certa di vincere in Italia? No, decisamente no. Milano ha un roster che può permettere di offrire un prodotto tecnico migliore di quello visto soprattutto da inizio dicembre in poi? Sì, decisamente sì. Diciamoci la verità, questa è una società che paga con puntualità, che offre ai propri atleti la migliore organizzazione possibile, che permette di lavorare in un ambiente in cui la pressione è relativa rispetto ad altre parti e che dà zone di comfort ben superiori ad altre situazioni, certamente italiane, in tanti casi anche europee. Ed allora perché quelle facce? Perché quel latente senso di insoddisfazione che si legge sui volti dei protagonisti? Perché tante belle parole cui sul campo non seguono comportanti concludenti chiari ed efficaci? Non ci sono scuse, non scherziamo. A meno che non si ritenga che la pressione derivi dai commenti dei tifosi sui social piuttosto che da una stampa che , francamente, è assai soft e ben meno “invadente” di quanto succede altrove. Proprio Ettore Messina ha conosciuto ambienti differenti, magari la stessa Madrid, dove, in una celebre cena con Josè Mourinho, si chiesero entrambi se la stampa locale preferisse successi o insuccessi delle squadre della capitale. Quindi, meno battersi le mani sul petto e più attributi, che poi sono passione, la quale passione vuol dire apprezzare quello che si fa. L’Olimpia, senza forse, concede una “comfort zone” troppo elevata ai suoi tesserati. Aveva ragione Jasmin Repesa a riguardo, senza alcun dubbio.

  • Gli italiani, eterno dilemma.

Sono i migliori possibili? No, nemmeno per sogno, e nemmeno i migliori del campionato. Lo dicono i fatti, non è un’opinione. Ormai lo sanno tutti, è appurato. Però non è nemmeno accettabile che forniscano prestazioni in serie quali quelle recenti. Se mancano 5-6 secondi alla sirena del quarto mentre hai un fallo da spendere e lo fai dopo 1-2 secondi a metà campo, stai facendo meno del minimo sindacale. Mentalmente e fisicamente sei fuori strada. E quei due secondi di pigrizia sono la differenza tra il tutto ed il nulla, tra vincere perdere, tra vivere o morire sportivamente. Depressione? Per chi e per cosa? Ancora, non scherziamo, non sarebbe serio. Dove sta un minimo di orgoglio?

  • Può esistere un progetto che non può fare a meno di giocatori ben oltre i 30 anni?

Sì, coi dovuti distinguo. Milano nasce e muore, oggi, sulle prestazioni di Rodriguez, Scola e Micov. Nettamente più importanti, parla la carriera, i primi due, che hanno i veri connotati da leader. Questi atleti devono essere una sorta di traghetto che porta al domani senza dimenticare l’oggi, ma se accanto a loro non cresce e si sviluppa nulla, si rischia automaticamente la loro sovraesposizione, con tutte le conseguenze negative che ne derivano. Finiscono per giocare male loro, non fanno nulla gli altri. Una cosa è automaticamente causa dell’altra. L’effetto globale è quello visto con Venezia.

  • Le note liete, “la” nota lieta.

Si chiama Kaleb Tarczewski, cresciuto esponenzialmente dopo un inizio di stagione assai insipiente ed in piena continuità cone le annate precedenti. Cosa vuol dire? Che lavorare paga, anche a Milano, ma pensa! Messaggio chiaro per tutti gli altri componenti del roster chiamati ad un passo avanti: non ci sono scuse, se non si progredisce è anche una questione di valori dei singoli, tecnici ed etici. E non è un caso che proprio sul “polacco” mai si sia sentita una voce meno che positiva in quanto al suo impegno in allenamento.

  • Discutere il Coach? Lecito, ma spesso anche suicida.

Ettore Messina è responsabile della situazione complicata milanese? Ovviamente sì, come ogni Coach lo è della sua squadra. E’ consentito discuterne scelte e gestione attuale? Altrettanto ovviamente sì, dalle scelte estive, poi implicitamente rinnegate da quanto deciso di recente. Si può pensare che non sia la persona in grado di portare Milano fuori dall’attuale palude? Tutto si può fare, ma attenzione, perché ci vorrebbe un po’ di equilibrio. Detto che se non si sta facendo bene oggi le colpe del Coach sono chiare, pensare che nemmeno Messina vada bene a Milano è cosa realistica? Opinione di chi scrive è che sarebbe una follia, per mille ragioni che si riassumono in un concetto chiarissimo: Ettore è un grande allenatore. Criticabile, come tutti, ma grande, come pochissimi. A chi affidarsi se non a lui per uscire da questa situazione?

  • La psicologia del progetto.

Inutile raccontarsi tante balle sulla parola progetto. Le scelte estive sono state chiare in alcune direzioni, si è rinunciato a qualcosa per avere altro di ben diverso. Se non si concede tempo, parecchio, in questo senso, allora è bene dichiarare che l’unico concetto accettabile ed accettato è il “tutto e subito”, francamente qualcosa che non solo nello sport ha pochi riscontri positivi. Chiedere ad una tifoseria pazienza è operazione complicata proprio perché cozza con il concetto di tifoseria, lo dice la storia delle discipline, ma provare ad andare oltre agli stereotipi calcistici potrebbe essere la soluzione più brillante e moderna possibile. Certo, aiuterebbe non vedere facce tipiche di chi va in miniera sul volto di chi fa un lavoro che il grande Rino Tommasi definirebbe “sempre meglio che andare a lavorare”.

  • Le scelte ed il vuoto.

Torniamo su quelle scelte estive, chiare ma non automaticamente condivisibili. Credere in un progetto vuol dire accettare anche quelle che non si ritengono corrette. Il nome di Mike James non può servire solo a dividere l’opinione pubblica e bisogna smetterla con la teoria che non possa nemmeno essere nominato. Ma per favore, mica siamo all’asilo. A questa Olimpia manca Mike James? Chi scrive non ha elementi per dire sì o no ma non si fa infinocchiare da concetti del tipo “Milano non ha vinto con lui”, perché Milano ha vinto poco rispetto a quello che avrebbe dovuto fare con almeno 30-40 giocatori, più o meno importanti del talento di Portland. Bisogna finirla di  cercare di autoconvincersi parlando di “timeout non ascoltati” o storielle simili perché poi magari un giorno scopri che quelli che sembrano perfettini non lo sono proprio del tutto… Quindi nessuno, o almeno certamente noi, sa o può sapere se a Milano manchi Mike James, ma certamente è il gioco di oggi a dire che a Milano manca un giocatore “tipo Mike James”, quello che quasi tutte le big europee hanno. Più di tutti lo sa Messina, nel momento in cui decide per  un “fuori Mack dentro Sykes”, ovvero due pianeti opposti, dei quali il secondo appartiene molto più alla galassia del tanto discusso James, ovviamente a livello nemmeno lontanamente paragonabile. Ed allora risuona un vuoto, null’altro che tecnico. Siamo certi che nel basket di oggi si possa far bene ad alto livello senza quella tipologia di giocatore? La risposta è no. Nel pieno, totale rispetto della scelta operata dal Presidenet/Coach milanese, che, siamo certi, vi porrà rimedio. Ci vuole solo tempo, Milano è disposta a concederlo o preferisce emettere sentenze senza appello sulla base di  prove indiziarie?

 

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