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«L’Eurolega è una lega di allenatori». Da non cambiare…

L’affermazione è di Valerio Bianchini, la cui versione completa è stata decisamente più pungente: «La NBA è dei giocatori, l’Eurolega è degli allenatori, la LBA dei procuratori». Per certi versi difficile dare torto al Vate, ma allontanandoci dal terreno minato della dialettica italiana, limitiamoci all’Europa, il territorio di cui ci occupiamo di più e più volentieri.

Non vi è dubbio che la differenza, in Eurolega, la facciano i coach. Che come sempre, hanno bisogno dei giocatori, perché, citando in questo caso Meo Sacchetti «Non ho mai visto un allenatore rubare una palla o segnare da tre».                                                Spesso prevale chi li ha migliori, ma sempre gioca meglio a pallacanestro chi fa si che il valore complessivo della sua squadra sia superiore alla somma del talento dei propri interpreti. La stagione di Jasikevicius e del suo Zalgiris ne è uno degli emblemi più recenti.

A Milano ne abbiamo sentito parlare, spesso come un disco rotto, per tutta la stagione: «siamo nuovi», «abbiamo cambiato tanto», «abbiano bisogno di conoscerci» e via dicendo. Ma dove sta la verità? In un mondo in cui di giocatori che mettono radici in un club ce ne sono sempre meno, dove i migliori spiccano spesso il volo verso la NBA, dove i contratti pluriennali sono ormai una rarità, è vero che siano così favorite le squadre che cambiano di meno? Quelle in grado di riproporre uno “zoccolo duro” già pronto a mille battaglie? I Real e gli Olympiacos sono esempi chiarificatori in questo senso?

I numeri ci aiutano, molto.

8 squadre vanno ai Playoff di Eurolega e 7 di queste NON hanno cambiato Coach. Il solo Baskonia presenta una nuova guida in panchina, peraltro la seconda della stagione, dopo  il fallimento Prigioni. Le 8 eliminate hanno cambiato:  in 6 dall’inizio e due in corsa.

Un caso? Proprio no. Perché? In un contesto quale quello brevemente descritto sopra, la consapevolezza di affidarsi ad un condottiero col quale si condividano idee e programmi nel tempo, nonché conoscenza reciproca, è principio base ed irrinunciabile. CSKA, Fenerbahce, Olympiacos e Real, cioè le prime quattro attuali, si affidano a Itoudis, Obradovic, Sfairopoulos e Laso rispettivamente dal 2014,  2015, 2014 e  2011. I molteplici trionfi e le continue presenze agli atti finali di leghe domestiche e continentali è dimostrazione palese di quanto conti tutto ciò. In quest’ultima stagione, anno che è seguito ai campionati europei, avere un coach con il quale impostare il difficile lavoro di ricomposizione di un roster che si completava a “spizzichi e bocconi”, tra agosto e settembre, vale ancor di più.

Ed i giocatori? Quanto conta cambiarne il meno possibile? Ovviamente tanto. Ma esistono veramente squadre che hanno cambiato molto meno o molto più delle altre? Il cambio in certi ruoli chiave è stato pagato più rispetto ad altri meno significativi?

Il CSKA ha cambiato 6 giocatori, inserendone 7 nuovi, tra i quali il nuovo asse play/pivot Rodriguez-Hunter, sebbene quest’ultimo sia in realtà il cambio di Hines, almeno formalmente. Ruolo chiave anche per l’inserimento di Will Clyburn, perfettamente adattatosi alle spaziature di Itoudis.

Il Fenerbahce ha dovuto rinunciare a Udoh e Bogdanovic, mica noccioline, cambiandone poi altri tre. L’inserimento di Thompson, Wanamaker, Melli, Guler e Guduric ha richiesto tempo, ma Obradovic lo ha gestito magistralmente, al solito.

In casa Olympiacos sono ben 8 i giocatori che se ne sono andati, compresi calibri importanti come Birch, Green e Lojeski (poi Hackett, Young, Waters, Athinaiou e Maragkos). McLean, Bobby Brown (recentissimo), Strelnieks, Tillie, Brian Roberts, Hollis Thompson, Wiltjer, Bogris e Arsenopoulos sono una quasi una squadra nuova da inserire. I grandi vecchi, insieme al proprio coach, hanno tenuto l’asticella alta sin da subito.

Madrid ha rinunciato a Draper, Nocioni, Maciulis (in corso), Hunter e Suarez, accaparrandosi Causeur, Randle, Campazzo, Tavares, Kuzmic (mai visto) e Yusta. Del tutto indolore  il cambio, compresa la lungodegenza di Llull, Ayon e Randolph gestita alla perfezione e senza una sola lamentela.

Il Panathinaikos ne ha cambiati 7, inserendo i vari Payne, Denmon, Vougioukas, Kalitzkakis, Lekavicius, Auguste, Lojeski, Antetokounmpo, Mitoglou e, recentemente, il rientro alla base di Mike James. 10 nuovi e Playoff senza mai un solo dubbio.

Jasikevicius ha avuto 8 partenze coperte dagli arrivi di Davies, Toupane, Udrih, Sajus, Masiulis, Micic, Arlauskas e White. Problemi? No, il miglior basket d’Europa, a parte le intoccabili.

Baskonia, unica con coach nuovo ai Playoff, non ha più avuto Larkin, Bargnani, Hanga, Blazic, Tillie, Laprovittola, Budinger, Luz, Kurucs e Sedekerskis. Certamente il cambio qualitativo più importante e difficile da gestire. Rimasti solo Voigtmann, Beaubois, Shengelia e Diop, i vari Vildoza, Garino, Timma, Gonzalez, Malmanis, Janning, Granger, Poirier, Martinez e Bordignon hanno avuto bisogno di sole cinque partite per ingranare la marcia giusta con il nuovo allenatore.

Khimki, rispetto alla squadra di Eurocup, ne ha cambiati 8, confermando Shved ed altri 6, di cui nessuno “starter”, se non occasionale. Coach nuovo, Bartzokas, e 9 giocatori immediatamente inseritisi in un sistema di alto valore.

Passando alle eliminate, il Maccabi ha completamente rivoluzionato l’intero roster, salvando solo Segev, peraltro con ruolo marginale. Via in 15 (!), dentro 13 nuovi e Neven Spahija come coach. Un sistema si è visto, il crollo finale ha vanificato 3/4 di stagione molto buoni.

Malaga ha scelto la continuità, in panchina (Plaza) come in campo, dove sono rimasti in 8. I nuovi si sono inseriti bene, anche perché, Augustine a parte, i ruoli fondamentali erano nelle mani dei vari Nedovic, Brooks, Waczynski, Diaz e Diez, ossatura della squadra vincente in Eurocup.

Continuità di roster, coi giusti accorgimenti e cambi, anche per Valencia, in mano a Txus Vidorreta, artefice della grande stagione di Tenerife. Unica squadra colpita duramente dagli infortuni, insieme al Real: i Playoff sarebbero stati realtà per questo club. Ha cambiato Sato, Oriola, Galarza, Sikma, Savic e Kravtsov, inserendo Garcia, Abalde, Green, Williams, Pleiss, Hlinason e Doornekamp.

Bamberg completamente nuova. A parte il recente avvicendamento Trinchieri/Banchi in panchina, i nuovi sono stati 9, a fronte della perdita di Melli, Causeur, Theis, Strelnieks, Veremeenko, Miller, McNeal e Kratzer. Al pari del Baskonia, rinunce epocali per valori tecnici.

Anche la Stella Rossa ha vissuto una rivoluzione totale, sia numericamente (10) che qualitativamente, oltre al cambio di coach. Gestire le partenze di Mitrovic, Simonovic, Jenkins, Jovic, Guduric e Kuzmic, oltre a Wolters, Thompson, Simanic e Rakicevic era impresa durissima. Coach Alimpijevic lo ha fatto al meglio.

Barcellona ne ha cambiati 9, in un’altra rivoluzione. Tra girotondi di coach e giocatori, si è giunti ad una stagione deludentissima, in cui i responsabili numero uno stanno dentro gli uffici.

Pure Milano ha cambiato molto, con 9 addii e 4 conferme, considerando le mezze stagioni di Gentile e Dragic. Numericamente siamo ai livelli di Barcellona, Bamberg, Khimki, Zalgiris e Baskonia, magari non come il Maccabi, ma tecnicamente il cambiamento radicale è assai vicino.

Stessa sorte per l’Efes, con 11 nuovi, 4 conferme e 9 partenze. Il cambio di coach in corsa ha dato una coppa nazionale, ma la stagione europea è assai deludente, ben diversa da quella scorsa in cui si giocò per eliminare l’Olympiacos ai Playoff e qualificarsi alle Final 4.

129 giocatori cambiati vogliono dire una media appena superiore agli 8 per squadra. Limitandoci alle squadre che faranno i Playoff, si scende a 7,1, mentre le eliminate ne hanno cambiati una media di 9 ciascuna. Anche questo, infortuni a parte, può non essere un caso. Ovvio che la tendenza, ormai conclamata, sia quella di grandi rivoluzioni ogni anno, così come è chiaro che strutture consolidate, soprattutto sulla base di atleti nazionali, quali quelle di Real ed Olympiacos, partano in vantaggio rispetto alle altre. Poi si deve tenere in considerazione la qualità e l’impatto dei cambi. Grandi coach come Obradovic ed Itoudis sanno gestire al meglio cambi di gente come Teodosic, Udoh e Bogdanovic, altri faticano di più. Club come Baskonia hanno l’occhio lungo su atleti in grado di rendere da subito più di altri e sanno cosa fare pressoché ogni anno. Ne emerge un quadro in cui lo “scouting” assume rilevanza totale, soprattutto da quando la nuova struttura della lega di sviluppo NBA garantisce stipendi che sconsigliano l’approdo transitorio europeo. Non si può più sbagliare, in questo senso.

Sicuramente ha ragione Bianchini. L’Eurolega è torneo per grandi allenatori, che vanno scelti e lasciati lavorare in continuità. Agli altri restano le briciole e… le parole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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