Virtus Bologna: oltre a infortuni e tattica, la mini crisi è anche mentale

Daniele Fantini
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La Virtus Bologna ha perso quattro delle ultime 6 gare, mostrando un altro volto rispetto alla squadra dominante di inizio stagione: ora è un gruppo che affronta un momento di difficoltà mentale e di fiducia.

Otto vittorie consecutive in tutte le competizioni per iniziare la stagione. 21.4 punti di scarto medio nelle prime cinque gare ufficiali tra campionato ed Eurocup. Poi, quattro sconfitte nelle ultime 6 uscite, ugualmente suddivise tra Serie A e Coppa. 92.0 punti subìti in media nei quattro ko. Bastano anche questi (pochi) numeri per dipingere la grossa spaccatura tra la Virtus del primo e quella del secondo mese di stagione.

Come ben spiegato nell’analisi post-partita di Francesco Catalano, la Bologna di oggi è lontana da quella progettata in estate. L’infortunio di Ekpe Udoh ha tolto, dopo una manciata di minuti di stagione, il totem difensivo. Quello altrettanto rapido di Awudu Abass ha smussato la forza sul perimetro. L’inserimento tardivo di Nico Mannion, ancora lontano dai suoi standard fisici, ha costretto coach Scariolo a rivedere le gerarchie in regia.

Ty-Shon Alexander, Isaiah Cordinier e Jakarr Sampson sono prese di qualità sul mercato, ma da inserire, ovviamente, all’interno di un progetto già avviato e strutturato, con ruoli e funzioni poi da rivalutare con il rientro degli infortunati (vedi la situazione Alexander, già ai margini delle rotazioni col recupero di Mannion). Programmare e gestire un gruppo con grandi ambizioni in una situazione del genere è molto complesso.

Isaiah Cordinier in azione nella partita persa dalla Virtus Bologna contro il Buducnost

Ma qui vogliamo andare oltre gli aspetti tecnici e tattici, andando a pizzicare le corde emotive e mentali di una squadra che sembra aver perso tanta fiducia e compattezza rispetto alle prime uscite stagionali. Nulla di particolarmente strano. Le vittorie creano solidità e morale. Le sconfitte, di contro, tendono a far emergere quei problemi che i semplici risultati ora non possono più tenere sotto le coperte.

La striscia iniziale di otto vittorie ci ha mostrato una Virtus con il sangue agli occhi. Aggressiva su ogni possesso, cinica e spietata, spinta dai residui dell’entusiasmo dello scudetto di giugno e dall’apertura del nuovo ciclo con coach Scariolo che ha posto, come primo obiettivo, quel grande ritorno in Eurolega mancato, per motivi differenti, negli ultimi due anni di gestione Djordjevic. Vincere così tante partite con scarti così importanti è il sogno di ogni squadra, allenatore, giocatore e tifoso. Ma, se la fiammata non divampa da basi altrettanto solide, cosa che la Virtus, per i motivi citati nel paragrafo precedente, in questo momento non ha, può trasformarsi in un’arma nemica a doppio taglio.

Perché, da un lato, alimenta un falso sentimento generale di iper-consapevolezza e fiducia. E, dall’altro, pone la squadra all’interno del classico “circoletto rosso” che le avversarie segnano, sistematicamente, sul proprio calendario. Quest’anno, in campionato, la “partita della vita” per le formazioni di medio-bassa classifica non è più soltanto quella contro Milano. E in Coppa, con il nuovo format ultra-competitivo con i playoff a eliminazione diretta, ogni gara ha un valore immenso. Soprattutto contro avversarie di fascia alta.

Louis Labeyrie tra Kyle Weems e Kevin Hervey nella partita tra Virtus Segafredo Bologna e Valencia

Le partite contro Napoli e Tortona hanno reso questi concetti in maniera esemplare. Le neopromosse hanno affrontato l’impegno come una gara-7 di playoff, sorprendendo la Virtus sul piano dell’aggressività e della fisicità. Bologna, di contro, ha reagito con un atteggiamento da “big” sospetto. Lasciando sfogare l’avversario con attenzione a limitare i danni per poi pensare di aumentare marcia a piacimento nella ripresa e riprendere la partita in mano con una fiammata da cinque minuti. Suo malgrado, come già dimostrato da Milano nella scorsa stagione, è una tattica molto rischiosa. Che nella Serie A di oggi del 6+6 funziona il giusto. Soprattutto quando l’avversaria è ormai in pieno ritmo e si scopre di avere una panchina meno profonda, produttiva e coesa del previsto.

La sconfitta contro Valencia, arrivata in maniera opposta, con una grande rimonta subìta, è la normale conseguenza di quanto vissuto in campionato. La fiducia traballante, segnata in modo profondo dalle sconfitte precedenti, si è sgretolata in maniera forte e improvvisa nella ripresa, quando, di fronte al primo accenno di difficoltà, la Virtus è sprofondata in un clima ansiogeno da cui non è più saputa uscire.

Nico Mannion in azione contro Josep Puerto nella partita persa dalla Virtus Segafredo Bologna contro Valencia

Quell’ansia si è incanalata in maniera negativa nella lucidità della gestione del finale, una volata punto-a-punto decisamente impronosticabile dopo il primo quarto d’ora di gioco. Milos Teodosic si è preso la squadra in spalla, caricandosi di ogni responsabilità. Lo ha fatto in maniera totale, monopolizzando i possessi con la qualità e il piglio del grandissimo campione. Ma, anche questa, seppur comprensibile, è una scelta potenzialmente rischiosa. Soprattutto se adottata contro un’avversaria galvanizzata dalla grande rimonta e di fronte a compagni in difficoltà emotiva, più bisognosi di un supporto che di un assolo.

Sulle pagine del Resto del Carlino si è parlato di qualche gesto di incomprensione fra Teodosic e la panchina. Cose che, quando si perde, possono succedere tra un grande giocatore e un coach di altrettanto spessore. Cose che, al momento, possono fungere da spunto di riflessione. Evitando, però, di farle sfociare in drammi.

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