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Elogio del “Lasismo”. Perché Pablo Laso sta riscrivendo la storia del Real Madrid.

Basco, nativo di Vitoria nel 1967, Pablo Laso sta riscrivendo la storia del club più glorioso del mondo. Ma non diteglielo, perché vi risponderà con un sorriso timido ed una disarmante normalità, che è poi  il segreto per essere personaggio straordinario ormai nell’Olimpo degli dèi del basket.

Pablo Laso Biurrun, ex giocatore anche di Trieste a fine millennio scorso, è così. Calmo, riflessivo, perfettamente in controllo di ogni situazione, senza mai apparire come un “santone”: un uomo che raccoglie la sua forza in un quotidianità di lavoro, conoscenza e capacità che ne hanno fatto un allenatore da 3 Liga ACB, 5 Copa del Rey, 3 Supercopa, 1 Intercontinentale e 2 Eurolega. Vi è un aneddoto, nei giorni di Belgrado, che abbiamo già descritto sulle nostre pagine (il pezzo è “A basketball simphony”, scritto da Antonio Mariani) che dà la perfetta misura dell’uomo Laso. E’ passata da un po’ l’una di notte, dopo le semifinali ed il coach, con famiglia ed amici, si avvicina ad un bar/ristorante nel centro della capitale serba. Chiede un tavolo, ma la risposta del cameriere è «Stiamo chiudendo». Senza battere ciglio, Pablo ringrazia molto educatamente e si mette alla ricerca di un altro locale. Quante star avrebbero reagito così? E quando tutti i passanti cercano il “selfie”, perché Belgrado è terra di basket, non si sottrae, sebbene impegnato ad abbracciare i suoi cari, con un sorriso che non si nega mai a nessuno. Un passo in più verso la gloria di cui siamo stati testimoni, compiuto perfettamente “alla Laso”.

Arriva nel 2011 al Real Madrid da San Sebastian, che nel 2008 ha riportato in ACB, dopo la retrocessione in LEB. Si attesta tra il 12mo ed il 14mo posto in Liga, in fondo nulla di straordinario. Il suo lavoro darà frutti in seguito, col 5to posto ed i Playoff, ma lui avrà già spiccato il volo verso la capitale.

Giocatore formatosi al Colegio San Viator di Vitoria, lascia il segno con una carriera interessante, arricchita da 61 presenze in nazionale, ma senza grandi titoli, se si escludono una Eurocup col Real (97) ed una Copa del Rey nel ’95 con il Baskonia.

Aveva rinnovato con San Sebastian, nel giugno 2011, nonostante il presidente Gorka Ramoneda si fosse detto scontento del rendimento della squadra in un consiglio di amministrazione del mese precedente: niente Playoff e niente Copa del Rey era considerato troppo poco. A Madrid videro assai lungo. La stampa non lo accolse come un fenomeno, e non poter essere altrimenti: allenatore giovane ma senza esperienza significativa. C’era da risollevare un club più che storico, dopo un lunghissimo periodo di pochissime soddisfazioni.

Nella sua storia, il Real ha avuto 29 allenatori: dall’anno della fondazione (1931) solo Clifford Luyk, Lolo Sainz e Pedro Ferrandiz avevano superato le tre stagioni e le 200 partite in panchina.  Solo i nomi mettono i brividi. E poi? E poi c’è Pablo, l’uomo normale in un ruolo che normale non sarà mai. Come paragonarsi ad un Ferrandiz da 27 trofei in 13 anni od un Sainz da 22 titoli in 14 stagioni? Appunto, Pablo non ci si mette nemmeno: «Sono troppo per me. Se il Real oggi è quello che è a livello mondiale, lo dobbiamo a loro». Parole dell’uomo Laso, dettate alla stampa dopo il rinnovo sino al 2020 di fine ottobre 2017. Ed oggi siamo oltre le 500 gare, ben oltre il 75% di successi sul pino madrileno, non il posto più tranquillo del mondo, dove hanno sofferto perfino dei coach notevoli come Ettore Messina.

«Quando arrivai a Madrid avevo idea di cosa volesse dire essere qui. Poi l’ho capito ancor meglio col tempo: non si impara in una notte e ci vuole una costanza straordinaria e continua perché siamo il Real».

Non c’è bisogno di scomodare Phil Jackson per comprendere come il “lasismo” sia un concetto, uno stile di vita prima che di conduzione tecnica, in cui conta molto più il cammino dell’approdo. E la sottolineatura è arrivata da tanti organi di stampa madrileni, mai teneri con mister e coach.

Quel cammino che, prima dell’arrivo del coach basco, è stato assai impervio per la “Casa Blanca”. 4 stagioni senza riempire la vetrina dei trofei, 6 anni senza Liga, 18 anni  senza giocare la finale di Eurolega, 19 senza sollevare la Copa del Rey.                                             Il bilancio di Laso, come già detto, dopo sette stagioni è il seguente: 14 titoli suddivisi in 3 Liga, 5 Copa del Rey, 3 Supercopa, 1 Intercontinentale e 2 Eurolega. Con una Liga ACB  ancora da chiudere quest’anno, dopo il dominio assoluto in stagione regolare, la quarta miglior performance di sempre con questo formato. Dal 2001 al 2011 i blancos hanno vinto 3 trofei: la Liga del 2005 con in panca Maljkovic e Liga ed Uleb nel 2007 con Plaza. «Al mio arrivo, giunse anche Luka Doncic, 13enne. Questo spiega molto del nostro lavoro e del futuro che ci attende».

Florentino Perez, presidentissimo se ne esiste uno, chiede sempre moltissimo ai suoi allenatori. Chi è stato in panchina più di tre stagioni durante la sua reggenza? Serve la risposta? Una continuità di altra epoca è la scelta “real”, nel nome  di quei 14 titoli, cui si aggiungono 6 secondi posti,  con 20 finali su 28 possibili.

In Liga ACB Laso ha vinto la stagione regolare 5 volte su 7: prima di lui, in 15 anni, accadde una sola volta, che peraltro entrò nella storia dalla porta sbagliata: eliminazione al primo turno contro l’ottava, unico caso di sempre. Sempre sotto le 8 sconfitte, dal ’96 anno del passaggio a 18 squadre, il primo, il secondo, il terzo e d il quarto migliori record sono suoi (2,3,4 e 5 perse).

Nei Playoff, vi furono 4 finali, con tre titoli in 17 anni: col basco alla guida sei finali consecutive e tre vittorie, con l’ultima ancora da giocarsi eventualmente.

La Copa del Rey dice cose simili: 5 finali, tutte perse in 18 anni. 6 finali su 7 possibili e 5 trionfi, di cui 4 consecutivi.

In Supercopa solo due finali, nel 2004 e nel 2009. Il “lasismo” ha portato in dote 3 titoli consecutivi (12-13-14).

Passando all’Eurolega, il Madrid ha sofferto incredibilmente, dopo il trionfo di Zaragoza nel ’95, agli ordini di Obradovic, con in campo Arvydas Sabonis. Una sola presenza alle Final 4, nel 2011 e nessun successo. Con Laso 5 presenze all’atto finale in 7 edizioni e due successi in 4 finali.

La filosofia di coach Laso è sempre stata basata su un sistema di attacco molto valido ed efficace, in cui le caratteristiche dei singoli talenti si integrano ad un’organizzazione perfetta. Nessun limite, se non il concetto di squadra. Record su record a livello di realizzazioni: 99,7 punti di media nella Copa del Rey 2017, piuttosto che una Finale Playoff da 92,75 nel 2016. Il grande completamento di una crescita esponenziale e continua è attestato dal rendimento difensivo a Belgrado, dove il Real ha vinto difendendo eccome. Ho potuto chiedere al coach di questo rendimento, dopo la finale, facendo accenno alla prova di Rudy su Datome e Kalinic. La risposta, al solito, in stile Laso, con un sorriso: «Assolutamente sì, decisivo. Rudy lo considerano in  pochi, ma è il miglior difensore d’Europa».

Pablo Laso è nella storia, di questo gioco e di questo club: ci è entrato nel modo più silenzioso ma deciso, meno scenografico ma più appropriato, attraverso il lavoro e la fiducia in una tipologia di organizzazione che sa mixare alla perfezione l’aspetto psicologico con quello tecnico. E quest’ultimo, ormai traccia indelebile in Europa, diventerà fonte di ispirazione per tanti colleghi. Da anni non si vedeva una squadra vincente ai massimi livelli proporre sempre un quintetto con un’ala grande vera affiancata ad un centro senza alcuna perimetralità. Ayon o Tavares, sempre al fianco di uno tra Reyes, Randolph o Thompkins: molteplici possibilità, il gioco interno come soluzione primaria e la capacità di stare anche sull’arco come alternativa, non imperativo. Al capitolo psicologia, basta pensare a quello che è successo alla “Casa Blanca” in stagione: Llull fuori 8 mesi, Ayon almeno 4, Randolph con ogni tipo di guaio, Kuzmic che salta in toto la “temporada”. Altrove abbiamo sentito piagnucolare come bambini viziati cui è stato tolto il giochino preferito, magari per assenze di alcuni giocatori per due-tre partite o per aver dovuto inserire un giocatore in corsa. Qui no, mai. Si è lavorato, si è andati in palestra ogni santo giorno e si è tirato fuori il meglio da quel che si aveva  a disposizione. Come fanno i grandi allenatori, come fanno le grandi squadre.

Ecco perché non c’è nulla di più appropriato del “lasismo” per il club più grande del mondo. E per queste ragioni, ci capita di leggere su Marca un commento che riassume il tutto in modo esemplare:  «No hay Real Madrid de fútbol o de baloncesto, hay Real Madrid. Una camiseta blanca, un escudo redondito y muchas Copas de Europa».

 

(fonte dati statistici ACB.com)

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