Interviste

Andrea Meneghin: Stagione splendida in Eurolega e Pangos è il mio MVP.

Voce apprezzatissima soprattutto per il modo di andare al nocciolo della questione senza giri di parole, Andrea Meneghin ha commentato tutta la stagione di Eurolega per Eurosport. Chi più di lui poteva raccontarci otto mesi di basket di alto livello?

 

– Andrea, quali considerazioni ti senti di fare sulla stagione di Eurolega alla vigilia delle Final 4? Sia nel bene che, eventualmente, nel male.

Molto positiva, mai un atteggiamento negativo delle squadre. Anche quelle senza più possibilità hanno giocato sempre al meglio, lottando in ogni gara. C’è grande voglia di competere e mi pare che le cose vadano sempre meglio. E’ molto positivo ed attraente anche tutto il contorno, le arene, il pubblico e l’organizzazione mediatica della competizione. Di negativo purtroppo devo prendere atto delle polemiche sul finale di stagione, in primis riguardanti il Panathinaikos, che mi sono sembrate un po’ troppo mirate al cinema. Si fischia e si può sbagliare, come abbiamo visto. Ed al capitolo arbitri mi permetto di dire che si può crescere ancora nella gestione di alcune situazioni. ma la strada mi pare quella buona.

– Chi è il tuo MVP?

Voglio stare fuori dai nomi “classici” tipo De Colo, sempre ottimo, e Doncic, che è straordinario solo per il fatto di meritare un tale riconoscimento a quell’età. Ed allora dico Kevin Pangos, uno che si vedeva potesse essere forte, ma non così tanto. Grande impatto, leadership, devastante: ha fatto tutto quello che voleva e lo ha fatto per la sua squadra al meglio, traducendo in campo il messaggio del suo allenatore. Lo Zalgiris mi ha entusiasmato per organizzazione. A livello di singoli mi ha poi impressionato Calathes, così come Shengelia, giocatore totale.

– Quindi il “coach of the year” è Jasikevicius?

Sì, assolutamente. Oltre ad un gioco organizzato alla perfezione mi fa impazzire come vive la partita, senza un solo attimo di tregua. E l’attenzione ai minimi dettagli, di conseguenza, è notevole.

– In pratica mi stai parlando di… Obradovic?

E’ la cosa più vicina a quel sistema ed a quel modo di allenare. Bellissimo che alle Final 4 ci siano il maestro e poi tutti coach che sono stati suoi allievi, in campo od in panchina.

– Si può dire che a Belgrado ci siano le tre squadre più forti e poi la quarta è quella che, attraverso la sua crescita, lo ha meritato di più?

Certamente sì.

– C’è una nota tecnica od una tendenza di gioco che ha lasciato il segno nel tuo modo di vedere il gioco?

A me piace la pallacanestro semplice ed immediata, senza fronzoli. Pensa al “pick and roll”, a me non piaceva perché quando giocavo io, nel giurassico, coinvolgeva due giocatori, mentre gli altri portavano le carte per giocare a “tressette”. Oggi le squadre migliori, come ce ne sono in Eurolega, coinvolgono tutti, con movimento in ogni parte del campo. Mi è molto piaciuto il tentativo di parecchie ottime squadre di allungare le difese, non proprio in modo “collegiale”, ma quasi.

– Si può dire che la differenza tecnica derivi da una corretta esecuzione di blocchi e tagli, nonché dallo sfruttamento migliore dei “mismatch”?

Beh, questo vale sempre, ad ogni livello. Saper punire un lungo che prova a stare con un piccolo, piuttosto che il contrario, è nel DNA delle squadre vere. Di contro, bello vedere le squadre più organizzate che in “tempo zero” sanno riconoscere le situazioni di difficoltà e sono pronte a ricambiare immediatamente. Guarda il Fenerbahce, vedi magari Sloukas o Dixon che finisce su un lungo, ma in una frazione di secondo c’è un nuovo cambio e l’equilibrio è ristabilito. Altrettanto impressionante vedere come anche le superstar accettino di fare il lavoro sporco: lì sta la differenza tra chi va in fondo e chi no. Ultima annotazione: si dice che che non ci siano più i “5” veri di una volta, ma non è vero. Ci sono eccome, solo che magari ti trovi un 207-213cm che sa tirare dall’arco ed allora è dura giocare contro questa gente.

– Dalle gioie di Eurolega ai dolori nostrani. Oggi la LBA premia come MVP un giocatore (Rich) che in queste squadre sarebbe di rotazione verso l’ottavo, nono spot. Inoltre Flaccadori vince per il terzo anno consecutivo il premio di miglior Under 22, quindi altri non ce n’è…

Situazione difficile, complicatissima, discorso lungo. I valori oggi sono questi. Purtroppo le difficoltà economiche della seconda parte del primo decennio del secolo hanno inciso molto. Si è investito meno ed inoltre paghiamo strutture inadeguate che oggi ci pongono perino dietro una Germania, senza parlare di campionati come quello spagnolo, il top, piuttosto che turco o russo.

– Allora faccio l’avvocato del diavolo e ti dico che ok il cambio di rotta dell’economia italiana, ma quello c’è stato in Spagna, come in Grecia ed in tutto il mondo. Non era proprio il momento ideale per avere idee lungimiranti, nella difficoltà, e ripartire proprio dai settori giovanili?

Certo, ma la faccenda si complica ancor di più per mentalità e tanti fattori. Guardi le nazionali giovanili, composte di 12 giocatori più 3/4 riserve a casa e ti chiedi perché non possono essere cambi nelle squadre maggiori. Ci vogliono anche allenatori disposti a correre questo rischio. Si preferisce l’USA, anche non fenomeno. Ai miei tempi era più facile, con meno stranieri, avevamo più possibilità. Ed inoltre, nonostante vi siano alcuni settori giovanili che lavorano benissimo, una gran parte di essi insegna “cose da grandi” invece che stare sulle cose basiche che fanno un giocatore. Aggiungo che molti giovani, al termine del loro percorso formativo, preferiscono giocare magari in C Gold piuttosto che fare una gavetta vera a livello più alto.

– Continuo a provocarti, visto che hai parlato di mentalità degli allenatori… Gigi Datome la scorsa settimana mi ha ricordato che Repesa ha lanciato Belinelli, Blatt ha fatto lo stesso con Bargnani, Djordjevic idem con il Gallo e Filipovski fu il primo a dargli fiducia vera. Uno sarebbe un caso, quattro una prova schiacciante…

Allora, sono quattro giocatori fuori dal comune certamente, però è vero che si tratti di un dato sicuro di cui prendere atto. Pensa a Moretti, in campo abbiamo visto che ci può stare eccome, ora fa un’esperienza straordinaria al college. Se dai la giusta fiducia si può crescere, ma ci vuole il concorso di tutte le componenti.

– Torniamo in Europa, più precisamente al 2001, anno in cui perdesti la semifinale contro la Virtus di Messina. Quella squadra può essere considerata una delle gradi dell’ultimo ventennio, magari alla pari del Maccabi del “back-to-back” o del Pana che schierava Diamantidis, Spanoulis e Jasikevicius?

Squadra di talento straordinario, allenata al meglio, forse per essere nell’Olimpo avrebbe dovuto rivincere anche l’anno seguente, ma resta un gruppo favoloso, coperto in tutti i ruoli da giocatori di valore elevatissimo. Comunque sì, ci può stare.

– Che idea ti sei fatto della guerra tra Eurolega e FIBA?

Potevano convivere, si può ancora fare. E’ necessario un piccolo passo indietro di entrambe le parti. E’ un peccato e lo sarebbe ancora di più se dovessero esservi conseguenze in futuro. Si può offrire uno spettacolo straordinario, perché il prodotto è validissimo anche nelle altre manifestazioni. Giocare in Europa è bellissimo, vero lo stress per i viaggi, ma quello che hai di ritorno è molto di più.

– Milano e l’Eurolega, rapporto assi difficile: come giudichi la stagione europea dell’Olimpia? Chi dice che si sia fatto un passo avanti, chi obietta che dal 16mo al 15mo posto il passo avanti è un’illusione…

Ha perso molte gare perché è spesso mancato qualcosa, un piccolo grande passo per poter essere realmente competitiva. I giocatori ci sono per fare di più, ovvio che si potesse farlo. Dare un voto è sempre difficile, l’importante è che se si crede in un progetto lo si porti avanti fino in fondo.

– E la gestione tecnica di Pianigiani, ti è piaciuta?

E’ arrivato in un ambiente che non lo ha accolto certamente a braccia aperte e questa è stata una difficoltà supplementare. L’impegno non è mai mancato, questo va detto. Per migliorare e poter competere è necessario fare un salto di qualità in termini di dare maggior credibilità a se stessi, prima che verso gli altri. Così si può fare quel passo, grande o piccolo che sia, che ti porta ad un piano superiore. Tecnicamente indicherei nella ricerca di una maggiore coralità e nel coinvolgere i lunghi con più continuità due punti su cui sviluppare il progetto tecnico. Perché è ovvio che sarebbe bello per tutto il basket italiano avere una Milano che potesse lottare per i Playoff, magari farli e quindi competere per un posto alle Final 4. Lo vorremmo tutti.

Molto chiaro e condivisibile, nel perfetto stile di Andrea. Esattamente come faceva in campo, dove, opinione personale da non riferirgli, altrimenti ci scherza sopra alla sua maniera, rimane uno dei primi tre italiani degli ultimi 25 anni, al netto di quei maledetti infortuni, senza i quali la storia avrebbe detto ben altro.

 

 

 

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