“Telefonami tra vent’anni”, il ritorno del derby d’Eurolega

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Che cosa ci ha lasciato il ritorno del derby d’Italia oltre confine dopo vent’anni?

Crudelmente, nel mio ritorno a casa dal Forum, quello un po’ contrariato e mesto di un cuore biancorosso ferito, mentre scivolavo rapido in auto sull’asfalto fradicio, immerso nello scrosciare inesausto della piovosissima serata milanese di ieri – in più di un senso! – la riproduzione casuale, in balia delle velleità di Spotify, ha creduto bene di consolarmi con le note di un grande virtussino come Lucio Dalla.

Mentre una delle sue più celebri canzoni, “Telefonami tra vent’anni”, animava festante e beffarda l’abitacolo mi ha ispirato più di un’assonanza con la gara andata in scena ad Assago e mi perdonerete, quindi, se prenderò in prestito alcune delle sue strofe, per colorare il mio racconto con l’ispirazione di un grandissimo della musica.

Vent'anni fa l'ultimo derby d'Italia in EL - Eurodevotion

Dalla racconta una coppia di amati che si stanno allontanando e che si invitano però a non perdere i contatti, nonostante l’addio imminente. L’Olimpia e la Virtus, insomma, le cui storie si sono intrecciate per decenni, in quel miscuglio inestricabile di amore e odio, quasi di mutua dipendenza.

La telefonata, vent’anni dopo e forse più, è finalmente arrivata. Scarpette rosse e Vunere si sono ritrovate su un parquet di Eurolega dopo quel lontano 1997 in cui avevano deciso di dirsi addio.

“L’orecchio puntato verso il cielo
Verso quel suono lontano, lontano
Ma ecco che si avvicina
Con un salto siamo nel duemila

Ma ecco, con un salto siamo subito qui, nel duemila. Sembra volato il tempo, o forse sembra passata un’eternità… un’infinità di minuti, giorni, mesi e anni, a volte gloriosi, a volte molto meno, per il basket italiano.

Un duemila molto abbondante è il nostro, infatti, un duemila in cui sono passati quindici anni per vedere due squadre italiane duellare tra loro in Eurolega, sette per tornare a celebrarne due come partecipanti della massima competizione continentale. E allora ecco, che molti hanno puntato l’orecchio verso il cielo, verso quel suono lontano, il fischio iniziale di una gara attesissima.

Le aspettative erano così tante per una serata che sapeva di ricordi ma, visto il momento delle due squadre, la grande domanda era se il campo sarebbe stato all’altezza del gran ballo della storia.

L’atmosfera prima dell’inizio sembra molto placida nei dintorni del Cesare Rubini Court, il che rende ancora più curiosa l’attesa. Sarà quiete prima della tempesta?

I tifosi entrano presto in partita, quelli bianconeri con un cantare incessante, quelli biancorossi con un coinvolgimento deciso nei momenti più caldi. L’Olimpia pare la più concentrata e in palla, la Virtus balbetta e subisce. La situazione, come le cronache racconteranno, si invertirà ben presto.

Se l’agonismo in linea di massima non è mancato, quello visto in campo non è stato certo uno spettacolo all’altezza della leggenda che rappresentava. La gara raggiungerà infatti dei picchi di bruttezza rara, parliamo in particolare del terzo quarto, con un lavoro indubbiamente ottimo delle difese, ma anche una pallacanestro offensiva che invita intimamente all’afasia scettica.

Alcuni dati? Il parziale nei primi 7′ della ripresa è di un incredibile 3-2 per Milano. Le scarpette rosse segnano 18 punti nei 20′ centrali, 6 nel terzo, con il primo canestro davvero costruito a segno in tutta la seconda metà che arriva a quarto quarto inoltrato con una tripla di Hall. Anche la Virtus fa grande fatica, infila solamente 25 punti nella ripresa con una grandissima imprecisione, ma facendo quel tanto che basta per spuntarla nella sfida alla mediocrità realizzativa.

Insomma, anche per la qualità del basket, ‘telefonarci tra altri vent’anni’ potrebbe non essere una cattiva idea…

L’inizio di derby per Milano era sembrato molto buono, con una difesa che faceva molto bene in pressione sulla palla ed una buona diligenza offensiva, che ha saputo muovere gli uomini della Virtus e attaccare anche dinamicamente Jaiteh. Ben presto, però, la manovra milanese diverrà episodica e frammentaria.

La risorsa primaria di una Virtus in difficoltà è sempre stata la volontà sistematica di attaccare Pangos, a testa bassa, in post come dal palleggio. Lundberg in penetrazione, Pajola spalle a canestro sono stati spietati.

I ragazzi di Scariolo partiranno da questo appiglio fondamentale nella tempesta, per costruire qualcosa di ben più solido, che sarà di ottimo valore nel secondo quarto, malgrado perderà poi di un po’ di mordente nel secondo tempo. Qualche imprecisione di troppo, ma tanta resilienza, anche quando le disattenzioni sembravano poter aprire al ritorno biancorosso.

Il ritorno biancorosso, però, non ha mai avuto le condizioni per avvenire, ogni reazione era nella singola giocata e mai di sistema, e allora il deciso break bolognese di 12 punti nei 3′ minuti finali del terzo è bastato ad imporsi nei confronti di un’Olimpia in difficoltà estrema.

Balbettante, indecisa, spaventata, senza leadership cui aggrapparsi, nessun segnale di volontà di distaccarsi dalla discrasia tecnica in cui piomba. Una rottura prolungata, con la squadra che passa il pallone passivamente, quando dovrebbe prendersi dei tiri con convinzione, e sprofonda nelle sue incertezze persino dalla lunetta (incredibile il 14/24 dalla linea della carità).

Un atteggiamento che allarma per il futuro e che si è prepotentemente evidenziato, dopo l’infrazione di 24” che ha inaugurato il quarto quarto, nel fulmineo timeout di Messina dopo 35” per tentare di scuotere le ansie dei suoi e richiamarli a una reazione di responsabilità.

“L’importante è avere in mano la situazione
Non ti preoccupare
Di tempo per cambiare ce n’è

Un invito alla calma è opportuno, di tempo per cambiare ce n’è eccome, ci ricorda Dalla. E’ quel controllo della situazione, che Messina ha messo di dover prendere in mano al più presto, che sembra decisamente meno foriero di quiete.

La lotta a rimbalzo si sviluppa in un senso articolato, l’Olimpia riesce a imporsi bene nel primo quarto (9-6), salvo poi collassare nel resto della gara (23-14 nei quarti centrali), con l’imporsi della fisicità virtussina anche sotto al ferro. La truppa di Scariolo ha anche avuto modo di riciclare i numerosi errori al tiro con qualche possesso in più, registrando 11 rimbalzi offensivi.

La fisicità dei bolognesi si è vista anche e soprattutto nella forte pressione sulla palla che sono riusciti ad esercitare, un ardore nei corpi che è stato clamorosamente evidente nel modo in cui è stato oscurato Pangos. Il folletto canadese è stato inibito, con mani addosso che agonisticamente gli sono state messe dagli omologhi bianconeri, mettendo a nudo tutta la sua fragilità del momento. Pochissimi spunti, se non su qualche zingarata in floater e nessun momento in cui essere scintilla offensiva della squadra, nemmeno con le folate estemporanee di orgoglio e talento che qualche volta ha messo in mostra.

Le difficoltà di un canadese fanno il paio con un impatto ambivalente dell’altro nordamericano, Mitrou-Long. L’ex Brescia entra in campo, ancora una volta, con tutta la voglia del mondo, ha un linguaggio del corpo lodevolissimo, nell’essere molto comunicativo con i compagni e nel vivere con passione e concentrazione tutti i momenti della gara. Le prime avvisaglie sono buone, con tiri difficili messi a segno e anche un’intensità sulla palla in difesa che produce buoni frutti in un paio di occasioni, nel prosieguo della gara è sicuramente uno dei pochi a prendersi responsabilità, ma lo fa anche con scelte di tiro alle volte raccapriccianti.

Specularmente la cabina di regia della Virtus funziona in modo decisamente più convincente, anche in funzione di interpreti grandemente consolidati nel progetto.

Vent’anni ce li ha Pajola, che nel ’97 ancora non era nato, ed è primo volto di una Virtus che rientra con una faccia diversa nel secondo quarto, che riesce ad arginare l’Olimpia e a trovare la giusta convinzione in occasioni offensive decisamente più pulite (27 punti nel secondo quarto). Leader tecnico ed emozionale imprescindibile, c’è poco da dire.

Vent’anni di basket invece li ha vissuti e giocati Milos Teodosic e non è un caso che, per citarne un’altra di Dalla, il suo nome detto questa notte mette già paura… Il fenomeno di Valjevo non gioca una partita di impatto totale, non è creatore inesauribile come altre, non si veste da White Chocolate come molto spesso l’abbiamo visto fare, ma gioca una gara in cui racconta tutta la banalità del talento.

Tra miliardi, miliardi di persone
A bocca aperta senza parole

Nel vedere una mongolfiera
Che si alza piano, piano”

Tra i migliaia del Forum che sono costretti a spalancare la bocca sulla bomba, da campione, sfoderata da metri e metri di distanza sulla sirena del secondo quarto, nel vedere la sua ‘mongolfiera’ a spicchi che si alza piano piano e accarezza violentemente la retina, Milos si è rivelato chirurgico nei momenti emozionalmente più rilevanti, segnando triple a ripetizione (5/6). Ce ne vorrebbero altri, di vent’anni, in questo caso…

Speculari e asimmetriche, come i play, sono state anche le risorse del gioco interno, non enormemente dissimili nel complesso totale, peculiari ad un’analisi più attenta. L’Olimpia ha cominciato tirando molto bene da due, avvicinandosi a canestro dopo che quello era stato tema sostanziale nel post Madrid, tant’è che il primo tiro scoccato dall’arco arriva solo con 7′ minuti sul cronometro (saranno solo 20 i tentativi a fine partita).

La dimensione nel pitturato si compone poco di riferimenti, – con Thomas, che viene imbeccato come al solito per le prime due azioni e poi mai più, e Davies che gioca spesso inconcludenti 1vs1 statici contro le torri di Bologna – ma di condivisione e di intelligenza. Componente che verrà a mancare, e tutto il resto di conseguenza.

Lato Virtus invece è proprio nella convinzione del vantaggio che si sfrutta con pazienza e freddezza il gioco interno, pescando invece dei punti fermi molto solidi, come Toko Shengelia e Mickey, entrambi ottimi protagonisti nel far pagare ogni disattenzione biancorossa nei pressi del ferro.

C’è spazo infine per una riflessione a margine. Nella prima gara giocata dalle due squadre senza dover badare alle limitazioni di italiani, gli azzurri che entrano in campo complessivamente sono 6. A parte Melli, Pajola e Hackett, protagonisti primari il cui contributo non era in dubbio, Tonut, Ricci e Baldasso giocano 30′ in tre, anche per le assenze di Milano, senza brillare particolarmente. Un derby d’Italia non certo di accesissimi toni tricolore…

Così ripensami, tra vent’anni ripensami canta ancora Lucio. Speriamo tra vent’anni di essere riusciti a ripensarci e a produrre identità italiche forti anche nelle nostre rappresentative di punta nel basket internazionale.

E così arriviamo quindi al futuro, che non sarà tra vent’anni, ma fortunatamente molto prima. La sfida tra le due grandi casate della pallacanestro tricolore è infinita, vent’anni fa come oggi, e quest’anno ancor di più con le innumerevoli edizioni del duello che ci attendono.

Scariolo si è detto molto fiducioso nelle crescita delle due contendenti, noi siamo certi che il lavoro di mesi di stagione potrà sicuramente restituirci delle versioni ottimali della pallacanestro dei rispettivi maestri della panchina, tuttavia è chiaro che ci vorrà ancora tantissima pazienza. Cose non troppo diverse le dicevamo infatti quasi due mesi fa in occasione del primo scontro diretto stagionale, in Supercoppa, e questo ci dà l’idea delle difficoltà finora incontrate da entrambe le compagini.

“Un telefono suona ogni sera
Sotto un cielo di tutte le stelle
Di un’inquietante primavera

Sotto il cielo delle stelle di Eurolega, attendiamo tutti ‘l’inquietante primavera’ del derby eterno.

Photo credit: Virtus Bologna Facebook, euroleague.net

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