Pablo Laso a Eurodevotion: Sono molto orgoglioso dei miei giocatori, da Sergi a tutti gli altri. Ognuno ha portato qualcosa di fondamentale

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Pablo Laso è raggiante, alla sua equilibratissima maniera, dopo il successo in Supercopa, il quarto consecutivo dopo il triplete tra il 2012 ed il 2014. Sono 7 trionfi senza aver mai perso una finale.

Il COVID è ancora una montagna da scalare ed allora succede che una conferenza stampa dopo un evento ufficiale ed importante come la Supercopa Endesa diventi una conversazione quasi privata, con soltanto tre interlocutori in sala stampa, tra i quali abbiamo avuto la fortuna e l’onore di essere presenti.

(la parte di conferenza del Coach dei “blancos” parte dal minuto 34)

Laso apre la “rueda de prensa” con l’elogio ai suoi, a partire da quel Sergio Llull stratosferico ma senza dimenticare nessuno degli altri, come ad esempio Eli John Ndiaye, “canterano” diciassettenne.

«Siamo stati sotto di 19 punti ma la squadra non ha mai smesso di crederci. Abbiamo lavorato ad alto livello sia difensivamente che offensivamente. E’ normale che ci sia molto da migliorare a questo punto della stagione ma non è negoziabile il fatto di avere cuore e di crederci e lottare sempre come abbiamo fatto».

«Sono orgoglioso di tutti, da Sergi ai nuovi, così come Eli (Ndiaye), che è un giovane del vivaio che ha giocato 1’27” in una finale di Supercopa. Senza il suo apporto, come quello di tutti, non ce l’avremmo fatta. Ho la sensazione che tutti abbiano saputo darci qualcosa. E’ ovvio che io alleni dei grandi giocatori, ma lo spirito di squadra è quello che ci ha permesso di vincere oggi in una situazione molto complicata».

«Il nostro ultimo quarto è stato ottimo difensivamente e piano piano abbiamo trovato anche le migliori soluzioni in attacco».

A questo punto abbiamo potuto rivolgere due domande ed un “appello” al Coach madrileno.

L’appello è stato semplice: puoi Coach chiedere a Sergi di giocare fino a quando avrà 85-90 anni, così potremo godercelo?

«Sono d’accordo con te e lo è anche mio figlio, che vuole che Llull giochi tutta la vita…».

Andando più sul tecnico gli abbiamo ricordato le parole che ci disse qualche anno fa, ovvero che mai lo sentiremo affermare che nella pallacanestro sia più importante la fase difensiva rispetto a quella offensiva o viceversa. Però si può dire che il Real di oggi, come quello della scorsa stagione, sia maggiormente caratterizzato da un’impronta chiarissima difensivamente?

«Per me la pallacanestro è questione di possessi. Chi difende bene vale come un tiro. Normalmente la gente guarda più ad un tiro… Il basket è tante azioni continue e ribaltamenti, abbiamo la fortuna di non poter tenere la palla per 60 minuti. Devi lavorare bene sia davanti che dietro, di conseguenza».

«Rispetto alla mia squadra, ricordo uno dei primi anni qui, finivo tante partite con Reyes da 5, Mirotic da 4, Carroll, Rudy, Llull o il Chaco: è chiaro che sono giocatori maggiormente offensivi che difensivi ed è normale che un allenatore si adatti al tipo di giocatori che ha. Probabilmente oggi il nostro giocatore tra virgolette più “franchigia” è Tavares, che brilla maggiormente in difesa e lo dico comunqe pensando che la squadra stia sopra ai singoli. La squadra ha saputo adattarsi a questa situazione e ieri ad esempio abbiamo stavamo facendo cose molto buone che ci hanno permesso di vincere, anche quando eravamo sotto tanto. Per questo credo che la squadra debba continuare la propria evoluzione sui due lati del campo. Ho la fortuna di allenare grandissimi giocatori, ma ho il dovere di tirarne fuori il meglio per la squadra: alcuni proprio ieri hanno giocato pochissimo, altri per niente, come ad esempio Alocen, che poi oggi ha fatto un partitone, piuttosto che lo stesso Llull. Tu come Coach devi cercare sempre il modo migliore per tirare fuori la forza della tua squadra».

La stampa iberica gli pone un semplice quesito: come ci siete riusciti?

«Come gruppo abbiamo ottimi valori ed anche difetti. Siamo sempre positivi verso le nostre opportunità: vuol dire vincere sempre? No, non può succedere a nessuno. Ma quello che non ci può mai mancare è lo spirito di essere competitivi. Vinciamo titoli, ne perdiamo, ma siamo sempre lì, competitivi. E’ quello che come gruppo di lavoro vogliamo trasmettere ai giocatori e che loro devono rispettivamente trasmettersi. Sono molto felice oggi perchè vedo i nuovi, con noi da due settimane, che hanno già questi valori e queste sensazioni».

Prosegue il Coach sul valore della vittoria a livello di ambiente madridista in generale e su quanto possa rinforzare quell’ambiente.

«Non posso risponderti per quello che c’è attorno, poichè non è cosa mia, capisco la domanda ma io non la vedo così. C’è stato un anno in cui abbiamo vinto tutto e per me potevamo fare le cose meglio, mentre magari c’è stato una non in cui abbiamo perso ed io ero molto soddisfatto del lavoro della squadra. Non posso controllare ciò che ci sta attorno, ma mi piacerebbe che da fuori si desse il giusto valore propio al lavoro della squadra e che la gente potesse immedesimarsi in questi valori. C’è un risultato, inevitabile nello sport, ma se domani mi fermano in strada per congratularsi della vittoria sono contento, ma mi inorgoglice di più se mi parlano del fatto che non molliamo mai, che trasmettiamo qualcosa di importante. So benissimo che vincere è fondamentale, lo so dal primo giorno in cui ho iniziato con lo sport, ma credo ci siano dei valori superiori, quelli che poi ti garantiscono maggiori possibilità di vincere».

(Photo credit: acb.com)

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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