Lele Adani: Nel calcio come nel basket, è questione di compiti, non di ruoli

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Lele Adani, stimatissimo opinionista di Sky Calcio, ha conversato con noi sulle similitudini tecniche e tattiche dei due sport.

Lele, innanzitutto ti ringrazio, un privilegio poter fare una chiacchierata di questo tipo.

Vorrei entrare nei concetti di analisi, provare ad andare oltre quello che sono un gol od un palo piuttosto che un canestro od una palla che si ferma sul ferro.

Da dove partiamo? Direi dal tuo rapporto col basket: che considerazione ne hai e da dove nasce?

«Mi è sempre piaciuta. da piccolo sono cresciuto con Peterson che commentava Magic contro Bird, poi i miei mi portavano a vedere le Cantine Riunite di Roosevelt Bouie, di Rudy Hackett. Mi ha sempre emozionato il ribaltamento veloce di fronte, l’adrenalina che ne derivava, il tiro allo scadere. Era più emozione che comprensione, ma quell’appuntamento della domenica alle 17.30 mi è rimasto dentro, poi si andava a mangiare una pizza ed era quindi il completamento di una bellissima giornata. Mentre giocavo da professionista seguivo meno ma contempo, poi ho ripreso ed ho voluto capire sempre di più. Lebron è stato fondamentale, mi ha ridato quell’emozione ed ho voluto cercare di capire e di informarmi. Mi ha sempre colpito il rapporto tra passione, strategia e personalità, ho voluto anche approfondire alcuni temi tra Eurolega e NBA».

«La moda è ciclica, il calcio aggiunge»

Parliamo di evoluzione del gioco. In altri sport molto è dovuto ai materiali mentre sia nel calcio che nel basket è principalmente fisica. Alcuni parlano addirittura di campo ormai troppo piccolo per il basket, mentre nel calcio diventa piccolo se le squadre giocano “corte”. Che similitudini ritrovi in queste due situazioni?

«Cambiano i parametri atletici e quindi le caratteristiche si ampliano. La richiesta è più varia. Penso ad un centro che vicino al ferro decide di non fare a botte per andare a canestro ma scarica sul miglior ricevitore, così come un attaccante non è più lì solo per fare gol ma apre, lotta, coinvolge i centrocampisti. Non sono più fondamentali i ruoli ma i compiti e le funzioni. L’atleta migliore suggerisce di variare le opzioni. Il basket è strategia ma anche il calcio nello stretto lo è. Il colpo e la giocata disequilibrano ma se non ho ottime spaziature e il ricevitore non si muove bene è tutto inutile. Oggi ci sono video, studi e mille possibilità di analisi. Se non li sfrutti rimani indietro. Mi piace sempre far l’esempio di Ariel Enrique Holan, mister dell’Independiente di Avellaneda, che dopo aver vinto la Copa Sudamericana disse di aver trovato ispirazione da tanti movimenti dell’hockey su prato».

Tanti commentatori lamentano la mancanza di tecnica nel basket odierno, soprattutto a livello di gioco di squadra. Si parla di talento di pochi, di “hero ball” e di altri lì solo per il loro fisico. E’ un problema che ritrovi anche nel calcio? A me pare di no…

«Hai ragione, non è così nel calcio. Si dice spesso che si giocava meglio, che si era più forti, ma i migliori sono migliori sempre. Ronaldo, “il fenomeno”, era allora il più grande centravanti di tutti i tempi e lo sarebbe sempre. La media si è alzata, i portieri giocano, i terzini dribblano nel traffico, mentre una volta a loro si diceva il classico “il primo che vedi, dagliela”. La moda è ciclica, il calcio aggiunge. Oggi si cresce giocando, la tecnica è più sviluppata, il fisico è più pronto. E’ falso dire che si giocava meglio prima».

«Il regista è come il playmaker: non è più un ruolo, è un compito»

Il “pick and roll” ha rivoluzionato il basket: il 2009 di Obradovic è stata la svolta, ma lui stesso mi ha detto “con quei tre (Spanoulis-Diamantidis-Jasikevicius) cos’avrei dovuto fare?”. Si dà grande importanza al trattatore di palla ed al cosiddetto rollante, mentre per gli altri ricoprono grande importanza lo “spacing” ed i movimenti lontano dalla palla. Portiamo ciò nel calcio e ragioniamo sulle similitudini anche in questo caso…

«E’ questione di ruoli e di compiti: il termine più sbagliato che usiamo è quello di regista. Non è un ruolo, è un compito. Tutti devono essere Pirlo, ma nessuno lo è. Ci sono dei simili come Pjanic e Jorginho, ma anche altri molto diversi come Busquets. Ed uno Xavi, che giocava con lui, era molto più regista, ad esempio. Il compito di regìa lo possono svolgere in tanti. Tutti devono invade lo spazio e dare sostegno, devono saper distribuire la palla. I compiti li ruoti in tutti i ruoli, il sostegno va dato altrettanto, sia in difesa che in attacco. Ecco, la situazione del regista è un po’ quella del playmaker di una volta: oggi mi appassiono a vedere cosa sanno fare tanti cestisti in situazioni diverse che vanno oltre il ruolo».

«Io sto con Ginobili: “No se gana con los huevos, se gana jugando bien»

Sei amante e studioso del calcio sudamericano, scuola per la quale azzarderei un paragone con la Lituania del basket. 2,8 milioni di persone e quando gioca la nazionale sono in 2 milioni davanti alla tv. Cosa rende speciali determinate nazioni od aree geografiche rispetto ad altre? E’ una questione di legame culturale e di immedesimazione fortissima con un gioco: da dove nasce?

«Il calcio è di tutti, il calcio unisce. A cavallo del Rio della Plata è nata la passione. Gli inglesi che sono arrivati lì hanno portato le regole, ma è da lì che nasce la magia. Quella che senti nel cuore, scorrre nel sangue ed arriva al cervello. Il calcio è della gente, si gioca ovunque e mai si romperà, in quei paesi, il cordone ombelicale che lega chi diventa protagonista a chi lo supporta. Mai un sudamericano rinuncerà alla chiamata della sua nazionale».

Ecco che allora penso a Scola e Delfino, che a 40 anni la spiegano ancora con il sogno di Tokyo…

«E’ proprio quello, perchè col tempo quella passione, quel sentimento ti apre la mente a grandi imprese ed alla comprensione del gioco. Vado con le parole di Manu (Ginobili): “No se gana con huevos, se gana jugando bien”».

Tornando alla tecnica, nel calcio la zona è invenzione relativamente recente, mentre nel basket è cosa di lungo corso. Quali differenze trovi tra i due sport? Poi, zona solo in difesa oppure se ne parla anche per gli schieramenti (4-4-2, 4-3-3…) offensivi?

«Il regolamento è il libro di tattica più importante. E quel regolamento parla di fuorigioco, ovvero ti permette l’elastico, la squadra corta, la linea di difesa etc. Se segui a uomo vanifichi il fuorigioco ed allora questo è un aiuto per la zona. Oggi marchi e copri, sei stopper e libero allo stesso tempo, mentre prima eri o l’uno o l’altro. Serve più eclettismo, serve saper fare più cose. Si spende meno energia coprendo la propria zona di competenza rispetto a seguire continuamente lo stesso uomo».

«Sbagliare per un solo secondo è letale nel calcio come nel basket»

Mi pare molto il concetto delle rotazioni difensive nel basket, non trovi?

«Certo! Tagli, scalare, consegnare e raddoppiare. Sbagliare un secondo è letale nel basket come nel calcio. Quando consegno un uomo al compagno che ha competenza su un’altra zona devo sapere reagire, perchè servirà un raddoppio se ho davanti un fenomeno che in 1vs 1 può farti nero. Su quel secondo in cui non si può sbagliare mi ricordo bene il tiro di Ray Allen in gara 6 contro gli Spurs. Ero lì, all’American Airlines Arena ed in quel frangente, prima che accadesse, ho “visto” quel tiro, l’ho immaginato sul rimbalzo di Bosh perchè ho pensato a cosa potesse fare Allen. Che adrenalina, che momento!».

Ribaltare il lato della palla ed attaccare quello debole è caratteristica fondamentale nel basket, marchio di fabbrica dei migliori Coach. Uno “skip pass” od una veloce circolazione cambiano tutto. Mi pare cosa che emerga come basilare anche nel calcio: quanto pesano nella tua idea di entrambi gli sport?

«La qualità, nel calcio, è di chi rompe le linee. L’imbucata entra dentro la contrapposizione avversaria ed il gran giocatore cerca di entrarti nel cuore prima di pensare ad aprire sui lati. E’ necessario saper leggere le situazioni e le spaziature. Il calcio è tempo, è spazio ed è inganno ai danni dell’avversario. Si può ingannare con una rete di 30 passaggi o con una semplice giocata. ma il buon passaggio arriva sempre grazie ad un buon movimento di smarcamento o ad un buon posizionamento del ricevitore, come avviene nel basket. Quella giocata può essere lo “skip pass” geniale, la velocità di circolazione del pallone è valore simile in entrambi gli sport ed agevola il cambiamento di lati e la ricerca di spazi da invadere».

Occupare quegli spazi, tecnicamente “spacing” nella pallacanestro, unitamente a quello che si definisce “timing” ovvero la perfetta connessione dei movimenti sono determinanti sul parquet. Quanto è difficile farlo con 11 uomini invece che solo 5?

«E’ meno difficile di quel che si creda perchè il campo è comunque più grande e si sfrutta di più. Oggi un portiere guida la squadra a tre metri dalla linea di porta, coi difensori vini ed i terzini davanti alla panchine. La punta arriva, si fa vedere ed aiuta la squadra a salire. E’ tutta una serie di meccanismi, come nel basket, che si innescano e che permettono di attaccare reagendo tutti insieme».

«Le possibilità di intervenire e cambiare una partita per un Coach sono maggiori rispetto ad un Mister, anche se oggi ci sono 5 sostituzioni»

Si dice che il basket sia uno degli sport con la maggior incidenza del Coach. E’ questione di vicinanza al campo e di rapporto diretto coi giocatori, di possibilità di ruotare i giocatori oppure c’è altro? Ma è poi così grande la differenza col calcio?

«Credo che la differenza reale sia nelle partite. Ci si allena allo stesso modo, preparandosi da ogni punto di vista, ma poi durante la gara un Coach ha più possibilità di intervento rispetto ad un Mister. Può riflettere, come in un “timeout” e cambiare. Nel calcio si gioca di più solo come ci si allena. E’ chiaro che è così anche nella pallacanestro, ma le possibilità di cambiare le cose sono più ampie in quest’ultima».

La Superlega di cui si parla nel calcio e che ha scatenato tante reazioni negli ultimi giorni non è altro che ciò che avviene nel basket da diversi anni, con l’Eurolega. Cosa ne pensi e, soprattutto, credi sia un processo reversibile o meno?

«A parte ogni tipo di soluzione che ne possa uscire, spero che non si tolga il senso del calcio, ovvero il territorio. Non si può togliere quel legame con il terirorotio che è paese, comune, frazione ed è di tutti. E deve restare di tutti. Eleviamo la qualità della Champions? Ok, ma che restino i vari campionati, quelli nazionali, quelli minori, quelli dilettantistici. L’élite non potrà mai impossessarsi dei valori del calcio».

«Noi stiamo parlando alla gente. Per meritarcela dobbiamo avere competenza. Chi bluffa perde la passione di quella gente e tradisce la propria»

Una curiosità sulla comunicazione… Hai avuto qualche scontro verbale con alcuni allenatori che è anche diventato famoso attraverso i social. Non ti sembra che oggi si accetti poco il confronto e ci si nasconda troppo dietro ad una comunicazione disintermediata come social, app etc?

«La gente è fondamentale nello sport a livello popolare. E’ il fenomeno che sostiene il movimento e tutto va fatto proprio per la gente. Io e te stiamo parlando per la gente, cercando di analizzare qualcosa rendendolo accessibile a più persone possibile. Ma per meritarti la gente devi avere competenza ed allora ti meriterai anche i protagonisti. La cosa vale anche per loro, che devono meritarsi la gente attraverso chi può trasmettere il loro messaggio. Il nostro ruolo deve permettere di arrivare nelle case senza cercare consensi finti, perchè chi bluffa prima o poi viene smascherato. E chi bluffa perde la passione della gente e tradisce la propria. Chi si chiude cerca protezione nel breve, ma in realtà è un nascondersi che alla lunga non paga. Per questo ci vuole il confronto, senza bluff..».

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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