opinioni Storia

L’eredità della stagione di Eurolega

I Playoff 2018 hanno stabilito chi si giocherà il titolo a Belgrado, dopo la seconda stagione regolare di un torneo  che si conferma al vertice assoluto della pallacanestro continentale.

Il mondo Euroleague è in continuo movimento e tra ipotesi (certezze) di espansione, polemiche più o meno stucchevoli come quelle create dal Panathinaikos e ragionamenti molto profondi sulla formula e sui suoi effetti, deve assolutamente progredire, ovvero fare semplicemente ciò che ha egregiamente fatto negli ultimi anni. Accrescere la propria forza lavorando sulle proprie debolezze.

Cosa ci lascia questa stagione 17/18, alla vigilia delle Final 4 di Belgrado? 10 punti, svariando dal tecnico all’organizzativo, con la nostra sempre chiara predilezione per il primo.

  1. Le Final 4, l’atto decisivo. La storia degli ultimi 10 anni ci dice che su 40 posti disponibili, 33 sono stati appannaggio di sole 6 squadre. 9 partecipazioni CSKA, 6 Olympiacos, 5 Barcellona, 4 Fenerbahce e 3 Panathinaikos. Addirittura 13 degli ultimi 16 posto sono stati occupati da Fener (4), CSKA (4), Real (3) ed Oly (2). A parte queste, solo il Maccabi vi è arrivato 2 volte, mentre restano ferme ad una partecipazione Partizan, Kuban, Baskonia, Zalgiris e Siena. Di contro, se analizziamo la vincente finale, in 10 anni ne abbiamo avute ben 7 differenti: Fener, CSKA, Real, Maccabi, Oly, Pana e Barça. Solo Pana, Oly e CSKA hanno vinto due volte, mentre l’unico “back-to-back” è targato Pireo. E’ chiaro che vi sia un dominio totale da parte di un gruppo di 5-6 squadre tra le licenziatarie pluriennali, mentre le rimanenti, nonché quelle che vi accedono tramite “wild card” oppure per risultati sul campo, fanno un fatica tremenda a competere. E’ problema che va analizzato, perché vi è rischio di banalizzazione di un evento, straordinario comunque, che possa essere quasi scontato sin da inizio stagione. La molteplicità dei vincitori finali e la grandissima difficoltà nel ripetersi sono invece forza e dimostrazione di una formula che funziona. Ma questo equilibrio deve esserci su almeno 12 squadre per anno, non può limitarsi a 5-6. Salary cap come eventuale soluzione? Ne riparleremo.
  2. L’asse play-pivot, o 1-5 come piace chiamarla oggi. Se ne è discusso tantissimo, parecchio a sproposito, mal valutando il gioco come è oggi. Che è cambiato, molto, ma che non può prescindere da questa linea, tanto sottile, quanto incredibilmente solida, che deve unire i due terminali di una squadra. Laddove terminale non vuol dire giocatore che debba forzatamente concludere. A piena testimonianza di questa valutazione, all’atto finale ci arrivano Sloukas-Vesely, Rodriguez-Hunter(Hines), Doncic-Ayon e l’asse sorpresa Pangos-Davies. C’è di meglio in giro? No.
  3. La tendenza al gioco con due guardie, in alcuni casi anche di ridotta taglia fisica. E’ costante dallo sorso anno, è diventata trama fondamentale nell’arsenale di chi vuole competere ad alto livello. Rodriguez-De Colo, Sloukas-Wanamaker, Doncic-Campazzo (ora Llull), Udrih che spesso si aggiunge a Pangos, oltre  a fargli da cambio, gli stessi Calathes e James. Taglie forti o ridotte che siano, è chiaro che si voglia avere, nella tipologia di gioco odierna, almeno due giocatori in grado di costruire, ad inizio possesso come nei secondi finali, nonché di concludere in proprio. E’ abbastanza logico in molti sistemi, quasi tutti, dove il “pick and roll” gioca ruolo fondamentale.
  4. La lega degli allenatori. Sono sempre stati fondamentali ed in questo gioco incidono molto più di quel 20% di cui si parla, ad esempio, nel calcio. Ma l’Eurolega ha chiaramente dimostrato come si tratti di impatto clamoroso e come il valore degli stessi coach, sul campo come nella comunicazione, faccia tutta la differenza del mondo. A Belgrado ci vanno il coach dell’anno, Jasikevicius, artefice numero uno della stagione Zalgiris, Obradovic, il migliore di sempre, Itoudis, uno che si è abbeverato alla fonte del precedente per diventare un grande e Laso, sicuramente quello meno mediatico, ma autore di un capolavoro quest’anno (non solo) , dovendo gestire infortuni che avrebbero ucciso chiunque. Se guardiamo alle ultime 5 della classifica, tre hanno cambiato in corsa, palesando quindi problemi (Efes, Barcellona e Bamberg) mentre Milano ha vissuto una pessima stagione anche per scarsa organizzazione tecnica. La sola Stella ha dato più di quanto atteso, con un coach, comunque, esordiente di soli 31 anni.
  5. I rimbalzi, che moltiplicano possessi, smantellando sicurezze e costringendo a doppio lavoro gli avversari. Real, secondo, Zalgiris, terzo, CSKA, quarto nel totale delle carambole tirate giù in stagione (RS+PO), con il Fener unica eccezione, comunque ottavo. E limitandoci ai PO, primo CSKA, secondo Real, terzo Zalgiris ed ancora fa eccezione il solo Fener, settimo.
  6. Il gioco sul lato debole, che è tutto tranne che “debole”. In un’epoca di sistemi che si basano sul “pick and roll”, quanto avviene sul lato dove non c’è la palla assume importanza strategica. Ci diceva pochi giorni fa Gigi Datome come Obradovic insista costantemente nel richieder movimento in quella zona del campo, al fine di non dare riferimenti. Ecco il punto. Se si parla di p&r per avere vantaggi, non dare riferimenti occupando continuamente diverse zone del campo è fondamentale. Chi si muove, alla perfezione come il Fenerbahce, vince, chi sta fermo (Efes ed Olimpia su tutte), non concretizza il vantaggio che può derivare da quel p&r.
  7. Gli staff tecnici che accompagnano il coach. Avendo avuto la possibilità di vedere da vicino tutte le panchine al Forum di Milano, si è notata una precisa differenza tra gli atteggiamenti e la partecipazione di alcuni staff, nelle persone degli assistenti, rispetto ad altre. Rivolgersi sul Bosforo è sempre esemplificativo. Ogni chiamata avversaria è pressoché gestita ed analizzata con anticipo dagli assistenti di Obradovic, così come avviene per Itoudis e Laso. Il messaggio trasmesso ai giocatori è immediato e di assoluto impatto, con automatico grande vantaggio.
  8. La gestione dell’impegno, tra doppi turni e le “asfaltate”. Altro tema fondamentale, sollevato da molti, riguarda la distribuzione dell’impegno ed il fatto che si sia assistito a diverse gare chiuse con scarti notevoli. Nella stagione regolare 17/18 56 gare su 240 si sono concluse con uno scarto superiore ai 15 punti, pari al 23,33%, contro 44 su 240 del 16/17, pari al 18,33%. Il 5% di aumento necessita di attenzione. Interessante vederne la copertura: la percentuale è del 26,25% (contro 13,75% del 16/17) nei primi 10 turni, del 13,75% (22,5% 16/17) dall’11mo al 20mo turno e del 30% (18,75%) nelle ultime dieci giornate. Detto che sono numeri da prendere con le pinze, poiché una gara persa di 11 dopo essere stati sotto di 20 è molto più definibile “asfaltata” di una in cui si perde di 16 per un parziale nell’ultimo quarto, è chiaro che la tendenza a mollare, valutando lo sforzo successivo in programma, vi è stata. Male per lo spettacolo, certamente, benissimo per la gestione delle squadre, se si è capaci proprio di interpretarla, viverla e comunicarla, dalla sala stampa alla palestra. Diverse società e diversi coach lo hanno fatto, altre no.
  9. I campionati nazionali. Ce lo si chiede spesso, correttamente: che importanza hanno per le squadre di EL? Diversa? Un Fenerbahce, un Real od uno CSKA, che partono per vincere l’Eurolega, è palese che diano maggiore importanza a questa manifestazione, anche supportati dalla licenza che non ne mette a rischio la partecipazione. ma questo vale anche per le varie Maccabi, Milano etc, quindi? Quindi se queste ultime fossero capaci di gestire la distribuzione degli sforzi in modo da rendere le leghe domestiche, almeno sino ai PO, meno invasive, potrebbero certamente rendere meglio nella manifestazione principale. Differente per chi in EL ci va per risultato acquisito. Un Bamberg è corretto che dia fondamentale importanza alla Bundesliga, perché se non la vince, tanti saluti ai sogli di EL. Se un giorno si consolidasse quell’equilibrio maggiore di cui abbiamo parlato al punto 1, le cose cambierebbero.
  10. Il Panathinaikos, il Khimki e le polemiche di fine stagione. Sgombrando il campo da ogni possibile equivoco, l’atteggiamento di Giannakopoulos è stato il peggior show cui si potesse assistere. Se i social si dice facciamo male ai giovani, beh, direi che anche ai meno giovani un effetto devastante lo possano causare. Stante la maleducazione del personaggio, determinate cose, se vi è prova che siano mai avvenute, si discutono nelle sedi più opportune. Cosa accadrà ora? Perderemo la squadra più vincente della storia della nuova era di Eurolega? L’auspicio è che non accada, la realtà è tutta da verificare.  Diverso il caso Khimki, semplicissimo. Vi è stato un grave errore arbitrale tecnico, peraltro attestato dalla stessa Eurolega nella risposta al reclamo dei russi. Il tutto, da analizzarsi sulla base di quanto realmente richiesto o meno da Bartzokas e dalla panchina. Ne abbiamo trattato ampiamente su Eurodevotion, è il caso di andare avanti, senza crocifiggere un arbitro che ha sbagliato chiaramente ma lo ha fatto in un quadro di pressione ed i ambiente molto complicato. Ricordando, magari, che è un essere umano, e che qualche errore lo hanno fatto anche altri esseri umani come giocatori e coach durante quella gara, senza che venga loro attribuita la responsabilità della sconfitta.

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