Olimpia-Venezia (gara 1): la prima battaglia sorride ai biancorossi

Francesco Sacco 4
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Se il buongiorno si vede dal mattino, la serie tra Olimpia Milano e Reyer Venezia promette scintille. Due squadre arrivate all’appuntamento in maniera ben diversa. I milanesi dopo il successo in 3 gare contro Trento nei quarti. Gli orogranata, invece, sudando le proverbiali sette camicie per avere ragione di Sassari in gara 5.

Eppure non c’è stato niente di scontato in una gara 1 che ha Milano ha quasi sempre condotto, ma che ha rischiato seriamente di vedersi sfuggire di mano in un finale palpitante. Merito di una Venezia sicuramente altalenante nei 40 minuti, ma solidissima nelle proprie certezze. La squadra di Walter De Raffaele non perde mai i suoi punti cardinali. E’ questo a renderla costantemente pericolosa.

Diversi sono stati i protagonisti, da una parte e dall’altra. Uno l’ha decisa. Ovvero Shavon Shields, con la penetrazione del 81-79 finale, che porta l’Olimpia sul 1-0. In attesa che lunedì venga alzata una nuova palla a due e si ritorni in scena

Gara 1: che intensità!

E’ il primo commento che viene istintivo fare in sede di commento alla partita. Banale se si vuole, ma doveroso riconoscimento nei confronti di due squadre che hanno offerto uno spettacolo senza dubbio emozionante. Fin dalle prime battute, gara 1 è stata la tipica gara playoff. Forse favorita pure dal ritorno del pubblico sugli spalti. Quasi 2000 sulle tribune del Mediolanum Forum di Assago. Un antipasto di normalità che vogliamo progressivamente riconquistare.

Non bellissima da vedere dal punto di vista tecnico probabilmente, anzi. Ricca di errori e passaggi a vuoto, ma con un vigore fisico e un desiderio tale da rendere tutto più difficile all’avversaria. Attenzione e reattività nell’1vs1, gioco di anticipo sulle linee di passaggio per provare a togliere ritmo agli attacchi nei primi secondi del possesso, extra-sforzo per non dare per subito alcun canestro.

Ingredienti messi in gioco dall’Olimpia in un primo quarto in cui gli ospiti vengono costretti a un misero 4/15 dal campo con 4 palle perse. Frangente nel quale, forse, si è pensato che le fatiche settimanali dei veneti stessero rappresentando una spada di Damocle eccessivamente pesante.

Invece, i giochi si ribalteranno in fretta. Perchè Venezia scommette sulla propria superiore fisicità vicino al ferro. Varando l’assetto con il doppio centro e trovando risposte positive da un Mitchell Watt ritrovato sugli standard abituali, dopo una serie complicatissima contro Miro Bilan. Nonchè pescando dalla panchina un Andrea De Nicolao infuocato nella seconda frazione.

Milano risponde principalmente con il talento della coppia Shields-Rodriguez e con le folate di Kevin Punter. Anche perchè Malcolm Delaney e Zach LeDay litigano a lungo con la partita, mentre Paul Biligha e Riccardo Moraschini faticano a replicare quella continuità di rendimento ammirata contro Trento.

E’ così che Milano sembra poter dare lo strappo definitivo in questa gara 1, a cavallo tra fine terzo quarto e inizio dell’ultimo. Approfittando delle 11 perse da un attacco di Venezia che vive dei black-out talvolta inspiegabili nella loro evidenza. Poi qualche ingranaggio si inceppa, la palla arriva poco dentro l’area e la difesa Reyer viene mossa ancora meno.

Si invertono i ruoli. Adesso è Milano ad avere un pessimo trattamento di palla, esponendosi al contropiede veneziano. Tonut si riaccende dopo due quarti tutto sommato timidi. La battaglia si fa aspra. La terna fatica a tenere sotto controllo una sfida dal tasso agonistico non trascurabile. Anche a causa di chiamate talvolta decisamente discutibili.

Venezia mette il naso avanti a 1’57” dal termine con il lay-up di De Nicolao, intelligentemente pescato da Watt nel suo taglio alle spalle dei difensori. Ultima leadership targata Reyer, prima che il 2+1 di Hines e la penetrazione vincente di Shavon Shields facessero tirare un sospiro di sollievo a Ettore Messina e tutti i presenti.

Mitchell Watt, gara 1 | Eurodevotion
Mitchell Watt in azione. Fonte: Facebook Reyer Venezia

Il fattore Watt e il rompicapo turnover

Una buona e una cattiva notizia, se vogliamo, per Walter De Raffaele. Gara 1 ha riconsegnato al coach della Reyer il vero Mitchell Watt. Storicamente un rebus per l’Olimpia, oggi è stato uno dei motivi principali per i quali Venezia non ha alzato bandiera bianca dopo 3 quarti.

Non soltanto per la doppia-doppia da 16 punti e 10 rimbalzi, frutto anche del 10/12 a cronometro fermo, ma proprio per i problemi di scelte difensive e accoppiamenti che impone allo staff tecnico avversario. Sia quando è lui a giocare il pallone in prima persona che nelle occasioni in cui è impegnato ad aprire spazi ai compagni. Cosa che ha fatto molto bene in gara 1. Un po’ per la qualità dei blocchi, un po’ con la giusta malizia nel giocare sul limite del fallo.

Fatto sta che l’Olimpia è stata bucata sia giocando d’anticipo sul rifornimento in post, sia fronte a canestro. Con un Kyle Hines addirittura battuto dal palleggio dal lungo di Goodyear classe 1989, in una delle giocate più belle dell’intera partita.

Al suo fianco, Walter De Raffaele ha deciso di confermare la presenza di Gasper Widmar, per avere maggiore peso specifico negli ultimi centimetri del campo. Contro una squadra notoriamente poco strutturata da questo punto di vista. Questione di individuare ipotetici vantaggi. Tuttavia, lo sloveno ha vissuto mesi difficili, tormentato da problemi fisici che sembrano condizionarlo costantemente nella sua efficienza. Motivo per il quale ci si chiede quanto sia effettivamente premiante insistere su questa scelta, rinunciando alla maggiore poliedricità di Isaac Fotu.

Allo stesso tempo, un avvicendamento c’è stato sul perimetro. Laddove Wes Clark è stato preferito all’ex Curtis Jerrells in gara 1.

Personalmente, mi aspetto che il texano ritorni parte attiva nelle rotazioni già lunedì. In virtù di una maggiore fisicità da opporre a un Malcolm Delaney apparso distratto e frustrato. Oltre a un senso del dramma già dimostrato ampiamente in carriera. Nonchè alla luce del fatto che Clark sia apparso elemento davvero fuori contesto. Un po’ come già capitato nella semifinale delle Final Eight di Coppa Italia.

Piccoli dubbi per grandi riflessioni che occuperanno la mente di De Raffaele nelle ore che precederanno il secondo atto.

L’importanza di essere Shavon Shields e quella Sirena chiamata Colonia

Il brivido lungo la schiena dei tifosi biancorossi dopo il suo infortunio in gara 1 contro Trento è ancora vivido. Invece, trascorsa una decina di giorni, eccoci di nuovo a parlare di uno Shavon Shields decisivo per una vittoria dal valore assoluto per l’Olimpia.

Come già capitato contro la Virtus Bologna o contro il Bayern in gara 5 dei quarti di Turkish Airlines Euroleague, trattasi di onnipotenza cestistica da parte di un giocatore che, ormai, non si pone più limiti. Quella che lo ha portato a essere la risposta più continua alla fisicità della difesa veneziana schierata a metà campo.

La definizione migliore per i suoi 25 punti in 22 minuti al rientro, con soli 2 errori al tiro su 11 tentativi. L’impressione che suscita anche sull’ultima prodezza. Quella che ha deciso gara 1, di fatto.

Adesso può cominciare la settimana più attesa della stagione. Quella che porta a Colonia e alle Final Four attese da 29 anni. A caccia della grande impresa contro il megalite Barcellona di Sarunas Jasikevicius. Prima, però, c’è una gara 2 da vincere. Per riprendere il filo del discorso su un confortevole 2-0, mettendo i ragazzi di De Raffaele con le spalle al muro.

Perseguire l’obiettivo puntando nuovamente sul blocco più fidato o condividendo lo sforzo, grazie alla grande profondità della propria rosa, per consentire a qualche pedina fondamentale di presentarsi in Germania tirata a lucido? Questo il dilemma per Ettore Messina. Con Vladimir Micov, Michael Roll e Kaleb Tarczewski pronti a scattare sul blocchetto di partenza.

Immagine in evidenza: Twitter @OlimpiaMI1936

About Post Author

Francesco Sacco

Iniziato al gioco da Kobe Bryant e della Benetton Treviso di Ettore Messina da piccolino. Travolto dalla passione per l'Olimpia Milano da "grande". C'è qualcosa di più bello della Final Four di Eurolega? Forse, ma non ditemelo.
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