Corsolini contro Corsolini #4: Basketball Lives Matter

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Corsolini contro Corsolini #4: Basketball Lives Matter è un manifesto inclusivo. Tra quanti pensano che la lettera di Kobe Bryant sia la più bella poesia sul basket ci vogliamo e ci dobbiamo stare tutti: da Sergio Tavcar a chi lo critica sul web, da giocatrici e giocatori delle Minors, fino ai bambini che giocano nei campetti. Tutti insieme siamo serie A.

Corsolini L: Scriviamo il 22 marzo: rinviato a tempi migliori il primo giorno di primavera, ieri era la giornata mondiale della poesia e ce n’è bisogno per trovare sollievo in questa prosa triste che è diventata la nostra vita pur…colorata, ed era la giornata mondiale contro il razzismo. Temi alti e non temi altri rispetto al basket. Ma so che in settimana voi giovani avete avuto da ridire su una opinione pubblicata sul web. Permettimi un ricordo. Preolimpico di Rotterdam, prima dei Giochi di Seul dell’88. Partita dello squadrone che all’epoca era la Yugoslavia.

Io telecronista affiancato a un maestro, diciamo pure un monumento. Primo contropiede, una schifezza, condotto male: il maestro tira verso il campo il blocco degli appunti, tanto eravamo in un palasport semi vuoto nell’ultima fila in alto. Dopo un po’ altra azione scriteriata, lui tira di tutto e se ne va. Questo era, ed è, Sergio Tavcar, il telecronista che voi scoprite come opinionista, un grande conoscitore del basket, soprattutto un innamorato, più o meno inevitabilmente, della bellezza e dell’intelligenza del basket.

Ecco chi ha posto quella domanda che vi è sembrata tanto strana: possibile che in Italia non si trovino più ragazzi col fisico di Totè e la testa di Vildera? Chiedo una risposta a te visto che non ti sei meravigliato per la posizione di Procida al numero 51 del Mock Draft ESPN e ti occupi di quei campionati che chiamate Minors.

Corsolini R: Istintivamente rispondo che si cercano semplicemente le info, oggi si punta ad altro, guardando poco a cosa abbiamo in casa. La lega di sviluppo americana (dove Mannion si è riconquistato l’NBA), il secondo campionato ungherese o anche la seconda serie rumena.

In Italia nella classifica dei 70 giocatori con più minutaggio, 14 sono italiani, 6 gli Under 27. L’ultima categoria l’ho voluta perché ho la stessa età di Tonut (37°) e Fantinelli (46°) e per imbellire dei numeri che tanto belli non sono. Un dato che mi fa sorridere è che gli italiani che arrivano in alto vengono tutti dalla LNP. Ricci, Spissu, lo stesso Fantinelli, ma tanti altri, ultimo della lista Zanotti, rivalutato da coach Repesa a Pesaro. Tutti con una gran gavetta alle spalle in serie minori.

Il problema rimane in cima, dove o non si produce, o si stenta a farlo. La riforma del campionato di cui si parla mi preoccupa e allo stesso tempo mi rassicura su questo tempo. Da un lato aumentare ulteriormente il divario, con un blocco, tra A1 e A2, mi fa pensare che non si voglia avviare quella ricerca di giovani italiani di cui ad oggi non ci si occupa.

Dall’altro i prerequisiti, ancora da scoprire quali sul settore giovanile, potrebbero risolvere o tamponare i difetti di produzione. In tutto questo ci sono comunque delle eccezioni che confermano la regola. La Reyer Venezia ha fatto crescere i due giocatori citati da te e Tavcar e Nikola Akele (22°) così come fa giocare Tonut e De Nicolao in 37° e 39° posizione per minuti giocati di media, e tanti altri ne ha fatti crescere. Quest’anno non ha partecipato al Adidas Next Gen Tournament, considerabile come l’Eurolega delle giovanili.

Un’altra italiana però è arrivata fino in fondo nella tappa di Istanbul. Il Real di Spagnolo (ex di turno) ha battuto la Stella Azzurra Roma, che invece cerca e produce giovani talenti da anni. Da qui è partito Abramo Canka, ora in prestito in Lituania, che nel Mock Draft è in posizione 43. Procida invece alla 51 è il prodotto dell’altra eccezione italiana, il Progetto Giovani Cantù che, nato nel 2007, sta portando diversi giovani nelle nazionali azzurre Under. Senza badare all’orgoglio, penso che copiare da modelli vincenti, non faccia male a nessuno.    

Corsolini L: Torniamo al 21 marzo. Niente razzismo, niente poesia, non ancora. Hai visto la domanda di Ivan Zazzaroni sulla prima pagina del Corriere dello Sport? Perché giocano ancora? Io in realtà ho un’altra domanda: perché continuiamo a ragionare come prima quando sappiamo che se non tutto molto è cambiato? A marzo dell’anno scorso dissi a una platea stupita di allenatori di Napoli: servirà un healthy manager in ogni palestra, dovremo spendere dei soldi perché persino le panchine non vanno più bene, servono sedie per ogni giocatore. Parlavamo di basket minore: dopo un anno non è cambiato niente, i palloni ancora non rimbalzano sul parquet.

Ivan pone la domanda alle serie A: perché andate avanti? Il sospetto è che si vada avanti per nascondere la sconfitta di non essere ascoltati, che si vada avanti per inerzia e perché si è sempre fatto così. Oltre all’healthy manager serve un manager che abbia il coraggio di decidere. E in fretta. Prendi la partita di ieri, Milano-Cantù, dunque Lombardia, regione pericolosa, dunque Europa e Italia che si scontrano.

Cantù ha dei positivi, però dice, ed è comunque un bel gesto, giochiamo, non vogliamo rovinare la stagione a Milano (che è una stagione di tutti). Milano accetta ma sa che con le varianti del Covid non si scherza, non bastano i bei gesti. Lo sa bene bene Sassari ancora ferma: partita dalla unica regione italiana all’epoca bianca, è tornata dalla Repubblica Ceca con tanti problemi. Prova a non pensarci Reggio Emilia visto che le bolle in Europa hanno già mostrato troppe falle.

In sostanza, la partita si gioca perché non si può dire pubblicamente, specie al Governo vien da pensare, che si è già deciso per il blocco delle retrocessioni, per salvaguardare una equità competitiva già sconvolta mille volte, e per non rischiare di allungare la regular season compromettendo i playoff nazionali e continentali. Per fortuna non abbiamo i problemi con le Nazionali che ha il calcio. Sono troppo veloce non nel liquidare il regolamento, ma nel volerlo adattare, con ragionevolezza ma non con questo immobilismo, a una situazione eccezionale?

Corsolini R: Io non so se tu l’abbia capito il regolamento o i regolamenti (senza scollinare in questioni arbitrali). Io non l’ho capito. Arrivati a questo punto della stagione penso sia difficile fermarsi. Era giusto fermarsi 1 anno fa, forse sbagliato non cercare neanche minimamente di concludere in estate. Oggi, lo dico da ex praticante amatoriale pre-Covid, lo spettacolo deve continuare.

Zazzaroni si è indirizzato alle società e non so se avrà mai risposta, ma non ha pensato a chi basket, calcio e pallavolo li guarda. Noi appassionati che con tuta, birra, pizza, il rutto libero alla Fantozzi, calzini diversi, stesse mutande e cabale di ogni tipo, ci accomodiamo da troppi mesi sui divani di casa per dare uno sfogo alla nostra passione. Che sia una squadra, un atleta o semplicemente l’amore per il nostro sport, guardiamo, tifiamo, commentiamo un canestro, un assist o una schiacciata, da soli, con gli amici in videochiamata, perché questo amiamo fare nei weekend sportivi.

Chi lo sport lo dirige forse dovrebbe avere anche solo un pizzico della nostra passione sportiva. Società, leghe, federazioni a noi hanno pensato poco. Quindi è giusto che si continui, perché competitività diversa o meno, lo sport ci rende felici.  

Corsolini L & Corsolini R

E adesso sì, finiamo col 21 marzo. Insieme. Noi siamo contro il razzismo e, meglio ancora, come preferisce dire Riccardo, siamo per l’inclusione. In modo originale, nostro: Basketball Lives Matter. Contano le vite di tutti i giocatori: da quelli dell’Nba a quelli che speriamo tornino presto nei campetti dimostrando che pure le palestre chiuse non fermano un gioco per sua natura open. Basketball Lives Matter vuol dire anche le vite in una squadra, e in un movimento sono tutte intrecciate: la serie A paga anche il peccato di essersi occupata poco e male della base, come se un attico potesse fare a meno dei piani sotto.

Noi siamo anche per la poesia. Forse la Lega Basket, e la Federazione, i vertici un po’ troppo immobili del basket risponderebbero a Zazzaroni che continuano perché c’è un calendario, perché ci sono dei contratti da rispettare. Formalismi, meglio la sostanza della poesia. E la più bella è sempre Dear Basketball di Kobe Bryant: Ho giocato nonostante il sudore e il dolore/non per vincere una sfida/ma perché TU mi avevi chiamato. Ho fatto tutto per TE/perché è quello che fai/quando qualcuno ti fa sentire vivo/come tu mi hai fatto sentire/Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker/e per questo ti amerò per sempre. 

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Riccardo Corsolini

Appassionato di Sport in generale, nato e cresciuto con la pallacanestro in testa e nelle mani. Scrivo della mia squadra e di Eurolega su Eurodevotion, tentando di prendere il ferro.
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