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Italbasket: 5 motivi per essere fiduciosi dopo un test che conta il giusto

Proviamo a cavarcela con un “ni” molto democristiano. A proposito, la domanda era semplice: il Senegal è stato un test vero per la Nazionale azzurra di Meo Sacchetti?

111-54 è punteggio che ricordiamo a fatica in una gara dai contenuti agonistici rilevanti, tuttavia, come accade per qualsiasi tipo di amichevole, vi sono considerazioni di maggiore importanza rispetto al risultato stesso, ovvero una serie di situazioni che riguardano il cammino più che l’approdo.

E sono  proprio alcuni momenti del cammino di questo gruppo che oggi proviamo ad analizzare, non certo semplicissimo ed esente da tanti problemi che ormai da parecchie estati sembrano appiccicarsi fastidiosamente all’azzurro.

  • «Come va Meo? Sei soddisfatto del percorso?» «Sì, bene, continuiamo a lavorare». Coach Sacchetti è molto determinato e consapevole. Ci sono cose positive ed altre meno, certezze di un determinato peso e deficit che si conoscevano sin da prima. Tra le grandi cose di questa Nazionale ve n’è una che magari passa troppo inosservata: Lele Molin. Uno spettacolo vero e proprio, per chi ama il gioco, sentirlo da dietro la panchina nella sua comunicazione ai giocatori in campo. Chiaro, lucido, semplice e diretto. Solo concetti facilmente assimilabili, sempre in contatto con la parte più delicata dell’azione, i giocatori si vede benissimo che ne hanno grande rispetto e considerazione. Leggere così la pallacanestro è una benedizione, Lele Molin è un fuoriclasse assoluto tra gli assistenti allenatori.
  • Oggi, in assenza di Beli, Gallo e Gigi, questa è la squadra di Hackett, Gentile e Brooks. Cambia tutto a livello tecnico quando ci sono in campo questi tre. DH23 sa mettere pressione costante sul portatore di palla avversario e mantenere assai alto il ritmo della transizione. Alessandro sa mettersi in proprio come giocare il pallone per gli altri in modo che continuiamo a considerare la sua caratteristica migliore. Brooks è “ministro della difesa” imprescindibile dietro, soprattutto in una squadra che non ha centri: intenso, concentrato anche quando la gara pare un allenamento, pronto a dispensare consigli (anche positivamente “invasivi”…) a tutti i compagni.
  • In una gara senza storia sin dai parziali iniziali, vi sono due scelte che appaiono chiarissime nell’organizzazione di Meo: altissima pressione sulla palla e tentativo costante di togliere linee di passaggio e ricezioni pulite ai centri. I senegalesi sono grossi, tanto, ma non sono certo Jokic e Marjanovic, per citarne due non a caso. L’Italia prova a mettere le mani su ogni pallone che sia indirizzato verso l’area od in post, disturbando le linee di passaggio con gli aiuti e cercando di sporcare la ricezione stessa quando avvenuta. E’ una via, forse l’unica via per chi ha struttura come questa nazionale. La pressione sul portatore di palla è costantemente richiesta dalla panchina come primissimo passo di una difesa che tende a voler anticipare le mosse avversarie anche sul lato debole. «Attaccalo!» Tante volte abbiamo sentito questo urlo dalla panca ed era sempre durante un possesso difensivo… Il test senegalese si è dimostrato ben poca roba (se penso che Croazia, Slovenia e Lettonia vedranno la Cina dal divano…), ma la tendenza ad essere una squadra di pressione e ritmo è chiarissima. La direzione è giusta, ora la strada inizia a proporre ostacoli diversi.
  • 3 tagli dopo Verona? Un’idea ce l’avremmo, anche abbastanza chiara e dettata da livello di rendimento e forma nonché dal sovraffollamento in due ruoli in particolare. In competizione come i Mondiali si è sempre dibattuto: porto tre playmaker o porto tre centri? Ecco, per quest’italia il problema non si pone, non essendovi abbondanza di pivot, quindi situazione molto singolare. A nostro parere, se le condizioni di Cinciarini non destano preoccupazioni particolari, un playmaker oggi potrebbe già essere escluso, così come quasi certamente un nominativo nei ruoli 2 e 3, dove c’è già traffico con quelli in campo ieri, figuriamoci se pensiamo che fuori c’erano Belinelli, Datome e Moraschini. Un terzo taglio potrebbe arrivare più vicino al canestro, per ruolo o per adattamento. Di certo è una scelta mica da ridere per Meo, di fronte ad un gruppo di ragazzi che paiono darci dentro al 101%, sia chi ha più talento, sia chi ne ha di meno ma non è disposto  farsi da parte. Sono bei problemi, si dice in questi casi. Sono potenziali problemi derivanti dalle scelte, è meglio dire: vita da coach della Nazionale, nulla di più o di meno.
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