Bagatskis ammette di non avere armi e apre alla quinta crisi in due anni del Maccabi Tel Aviv

Probabilmente il 9 gennaio 2017 rimarrà nella storia recente del Maccabi Tel Aviv come una spina che sa di prima certezza. Perché se in quel di Eilat il terzo coach dell’anno si presenta in sala stampa per dire «Non riesco a trovare le giuste parole per toccare le corde dei giocatori», significa che il problema non sta in panchina. Non era un dubbio per gli addetti ai lavori, non potrà neanche più esserlo per la dirigenza del club più potente d’Israele. Un club che, dal giorno dell’addio di David Blatt, non è più riuscito a vincere un titolo nazionale (in due anni), uscendo dal top del basket europeo.

Tuttavia, per un’analisi completa, bisogna partire da Ainars Bagatskis, e dalla scelta Bagatskis. Dopo Erez Edelstein, rimbalzato dai giocatori, e Rami Hadar, respinto dall’ambiente (e dal 3 gennaio nuovo coach dell’Hapoel Tel Aviv), ecco il lettone di Riga. Classe 1967, un passato da giocatore nella prima metà dello scorso decennio allo Zalgiris Kaunas, due titoli da allenatore in Ucraina a Kiev prima del proficuo biennio al Nizhny Novgorod. Un lavoro importante, rifocillatosi con una finale di Vtb e una presenza alle top16 di EuroLeague. Eppure, il giorno del suo annuncio a Tel Aviv, alla vigilia di Natale (ma con accordo raggiunto da una settimana), erano grandi le perplessità in terra israeliana. In estate l’Hapoel Gerusalemme aveva valutato al lungo il profilo dell’ex coach della Lettonia, valutandolo infine di scarsa valenza internazionale, tanto da virare su Simone Pianigiani. Coach che, un anno fa, venne scartato in fretta nella corsa in casa Maccabi al dopo-Goodes (poi vinta da Zan Tabak).

Dunque, ambiente scettico, con l’ex assistente di David Blatt al Darussafaka che si dice sicuro di invertire la rotta. Passaggio del turno in Coppa d’Israele (l’unico lascito di Tabak) contro l’Ironi, successi di misura con Nes Ziona e Darussafaka a far da contraltare ai ko con Baskonia e infine Hapeol Eilat, 94-86 nella serata di lunedì. Questo il curriculum.

Così, Bagatskis, entra nel mulinello, come tutti i suoi predecessori. Dal «In generale sono molto felice» del post Darussafaka, al: «Il basket parte dal rispetto e dall’aggressività in campo e contro l’Hapoel Eilat l’abbiamo messa solo per due minuti. Non so perché non abbiamo giocato così per tutto l’incontro. Se giocheremo ancora a questo livello nessuno di noi sarà in grado di trovare una squadra di alto livello per la prossima stagione. Al momento solo in sogno possiamo pensare di battere il Real Madrid se perdiamo 19 palloni come contro l’Hapoel Eilat e giochiamo senza difesa» (frasi riportate da Sportando). Parole che ricordano tanto il Jasmin Repesa post Torino, almeno ai tifosi dell’Olimpia Milano.

Rimane l’esigenza di una lunga analisi interna, quindi. Dopo la rottura con Rami Hadar, Gal Mekel è tornato per una notte centrale nel progetto di squadra, producendo 23 punti contro l’Hapoel. Un caso positivo, oltre al rientro di Quincy Miller, tra mille casi negativi. Sonny Weems, riconosciuto leader dello spogliatoio, in rottura con Andrew Goudelock, semplicemente il miglior realizzatore della squadra. E Maik Zirbes, 2 punti in 11’ lunedì sera, con un linguaggio del corpo che racconta di un uomo ai margini. Così ai margini da indurre la dirigenza a proporre uno scambio all’Olimpia Milano con Miroslav Raduljica, prontamente rispedito al mittente dalla società campione d’Italia. 

Situazioni, che non possono che ritornare alla «spina di certezza» di apertura. In casa Maccabi il problema è in alto, non in panchina. Lo dicono i risultati, i nomi, i volti… e il tempo.

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