Il fallimento nello sport, tra Giannis Antetokounmpo e Gigi Datome

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Fallimento e sport, due parole che sono diventate di grande attualità dopo l’ormai famosa risposta di Antetokounmpo. Il parere di Gigi Datome ci porta ad un riflessione.

Milwaukee viene sorprendentemente sconfitta da Miami con un netto 4-1 ed ovviamente Giannis Antetokounmpo finisce nel mirino della critica.

Una testa di serie #1 che esce con chi arriva dai “Play In” è chiaramente qualcosa di assai imprevedibile ed è purtroppo inevitabile che l’indice della critica più feroce sia rivolto verso la superstar coinvolta.

La domanda è diretta: «Giannis, è un fallimento?»

La risposta del fenomeno greco è ormai nella storia di questa stagione e di questo gioco.

L’opinione pubblica si divide, chi sta con il grande equilibrio di Giannis, elogiandone lo spessore anche umano, chi invece sostiene che con quelle parole abbia voluto nascondere la portata dell’insuccesso ed evitare di rispondere ad una domanda che forse avrebbe meritato una semplice ammissione.

Il tema ci pare assai più complesso e lo diventa ancora di più in un periodo nel quale da questa parte dell’oceano si sono vissute purtroppo esperienze che hanno gettato diverse ombre sulla pallacanestro e sul mondo che la circonda, dalla rissa di Madrid alla gravissima aggressione subita da Alexey Shved per arrivare all’incredibile episodio che ha coinvolto l’allenatore del Turk Telekom alla vigilia della finale di 7 Days Eurocup.

Sono coinvolti valori dello sport, nella fattispecie del basket, ma si arriva a considerazioni assolutamente più ampie verso valori etici generali.

Significativa la parte della risposta di Giannis in cui cita la carriera di Michael Jordan, ritenuto da tutti il vincente per eccellenza.

«Michael Jordan ha giocato 15 stagioni ed ha vinto 6 titoli. Gli altri nove anni sono stati un fallimento? No.»

(Giannis Antetokounmpo)

Il campione dei Bucks, rivolgendosi al giornalista che ha posto la domanda, pone una questione allo stesso: «Tu ogni anno hai una promozione nel tuo lavoro? Se non ce l’hai è un fallimento?».

Dopo tanti commenti di diversa provenienza l’argomento è stato toccato anche da Gigi Datome, al solito con equilibrio ed al tempo stesso con efficacia, in un’intervista rilasciata a QS.

«Troppo spesso viene fraintesa la parola. Se il fallimento delle aziende vuol dire la morte di esse, nello sport è diverso, è una delusione per non aver raggiunto i risultati. Fallimento non è la parola giusta. Nello sport siamo giudicati dai risultati, non possiamo cancellarlo. Un conto è dire ho fallito, un altro è essere un fallito. Una sottigliezza di parole che, però, fa tutta la differenza del mondo. Il messaggio è che la sconfitta fa parte del nostro lavoro, non va demonizzata. Se vinci devi confermarti, se perdi vuoi rifarti, la delusione sarà il tuo carburante per ritrovare la vittoria».

Ci pare particolarmente centrato e significativo il passaggio in cui il Capitano della nazionale fa una chiara distinzione sul significato della parola fallimento.

«Un conto è dire ho fallito, un altro è essere fallito. Una sottigliezza che fa tutta la differenza del mondo»
(Gigi Datome)

Ecco che allora entrambe le opinioni dei due campioni convergono su un concetto che dovrebbe essere alla base di ogni giudizio riguardante lo sport.

«Non è un fallimento, è un passo verso il successo»

(Giannis Antetokounmpo)

«La sconfitta fa parte del nostro lavoro, non va demonizzata».

(Gigi Datome)

Ora, nessuno qui si permette di esprimere un giudizio che voglia essere definitivo piuttosto che esprimersi a favore o contro le parole dei due campioni in questione; lo ripetiamo, pare assai più complesso.

Viviamo in un mondo in cui pare proprio impossibile non appiccicare etichette ad ogni situazione e ad ogni questione. Ovvio che nello sport, figlio e per certi versi “schiavo” dei risultati, la cosa risulti ancora più evidente. Si parla con facilità eccessiva di “vincenti” o “perdenti”, classificando i protagonisti nell’una o nell’altra categoria senza in realtà conoscere perchè si è portati a farlo, ovvero senza elementi veritieri ma solo sulla base di quei benedetti o maledetti risultati.

Fallire è un parola pesante, perdere è nella natura dello sport come lo è vincere. Il grande problema è che a vincere è sempre uno solo e per gli altri, senza necessariamente diventare “decouberteniani”, si pensa sempre all’equazione sconfitta= fallimento.

E qui dissentiamo con forza e lo facciamo proprio perchè, conoscendo etica, volontà ed applicazione di tanti personaggi del nostro sport, non ci sentiamo minimamente autorizzati a parlare di fallimento, ma solo di insuccesso (o sconfitta) che può essere un passaggio normalissimo in un percorso che può portare ad una crescita. Attenzione, non è detto che quella crescita arriverà, ma di certo il bagaglio culturale, etico e di esperienza di chi assaggia l’amaro sapore della sconfitta risulterà arricchito. Starà al singolo, alla squadra o all’ambiente tutto tramutare questa esperienza in benzina verso il possibile successo futuro.

Ecco perchè chi scrive è perfettamente d’accordo con quanto espresso da Ettore Messina in questi giorni : «Alla fine vince uno solo e non è che tutti gli altri sono dei cretini».

Da anni, da quando esiste Eurodevotion, cerchiamo in ogni articolo, commento od occasione di valorizzare la prestazione molto più del risultato. Che è un tiranno senza pietà per la storia, ma non può essere unico termine di paragone nel mondo dello sport. A tal proposito ricordiamo sempre, e ne facciamo tesoro continuamente, quanto ci disse Valerio Bianchini qualche anno fa: «Ho vinto alcune volte meritando molto meno rispetto ad annate in cui ho perso».

E qui si tocca l’ultimo passaggio che ci pare significativo, ovvero la cultura dell’alibi.

Se è vero, e lo è, quello che dice Messina (citato sopra), lo è altrettanto il fatto che troppe volte sia accaduto che i protagonisti dello sport si siano appellati a scuse francamente poco credibili, se non addirittura risibili, evitando di porsi in discussione realmente e di analizzare le ragioni che stanno dietro una sconfitta.

Oltre al mondo delle etichette questo è anche il mondo degli arbitri, della sorte avversa e degli infortuni, cioè tutta una serie di situazioni in cui può incappare chiunque ma che si tende a valorizzare solo quando colpiscono in casa propria.

Capiamo che sia quasi folle il solo pensarlo, ma avete mai sentito un protagonista dichiarare senza indugio «abbiamo vinto grazie ad uno o più errori arbitrali a nostro favore?».

La cultura, o meglio sottocultura, sportiva porta troppo spesso a cercare quell’alibi. Accade assai di frequente in Italia ma è così a tante latitudini. Una volta accadde di confrontarsi con un soggetto che, discutendo di una prestazione sportiva (calcistica), dopo aver espresso diversi giudizi disse di non aver seguito la partita ma “soltanto la trascrizione delle decisioni arbitrali”. Si cerca l’alibi senza nemmeno sapere cosa sia successo sul campo ed addirittura si ha la pretesa di discutere di quell’evento… Crediamo non servano commenti ulteriori.

Perdere non va demonizzato, come dice correttamente Datome, ma non guardarsi allo specchio con trasparenza totale e non ammettere quanto e come si sia mancati di fronte a determinate difficoltà allora sì, questo trasforma la sconfitta in fallimento.

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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