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Ergin Ataman: L’Efes tornerà ad essere competitivo in Europa. E Luka Doncic…

Nativo di Istanbul, 52 anni di cui 22 spesi su una panchina, Ergin Ataman è personaggio che ha scritto la storia del basket europeo attraverso 20 titoli, di cui 17 in patria e tre internazionali.

Lo abbiamo incontrato nella sua città, dove ha ripercorso con la nostra inviata Deniz Aksoy tante tappe della propria carriera, per arrivare fino ai tempi più recenti ed all’esperienza con l’Efes nella stagione appena conclusa. Con un occhio di riguardo al futuro prossimo, che vuol dire Eurolega e ricerca di un’identità competitiva propio a livello continentale.

– Coach, partiamo dai primi anni della tua carriera. Arrivi a Siena nel 2001 e porti subito quel club ad un livello superiore. Quali sono i migliori ricordi di quell’esperienza?

Ho ricordi incredibili ed il primo è forse il più divertente. Durante la conferenza stampa in cui venni presentato, un giornalista italiano mi chiese quale fosse il mio obiettivo a Siena ed io risposi che ero lì per vincere una coppa. Vidi tutti sorridere, perché Siena non aveva un passato in questo senso. Ma sapevo di potercela fare perché avevo già fatto le Final 4 con l’Efes nel 2000 a Salonicco. Quando vincemmo quindi la Saporta fu una grande sorpresa per loro ed un grande onore per me. Quando poi nel secondo anno arrivammo terzi nelle Final 4 fu splendida ed intensa la relazione con l’ambiente e la città. E quella sorpresa era ancor più grande perché era la prima volta che un coach turco allenava in Europa. Il livello italiano era altissimo, la Virtus di Messina, il Benetton di D’Antoni: eccellenza assoluta.

– Nella stagione 2002-03 hai la possibilità di allenare due fenomeni come Mirsad Turkcan e l’indimenticato Alphonso Ford: puoi descriverci l’impatto di quei due campioni e le loro migliori caratteristiche?

Fu un sogno per noi firmarli, nessuno pensava che potessimo averli a Siena. Con Minucci riuscimmo a convincerli. Alphonso è il miglior giocatore offensivo che ho mai allenato, un ragazzo speciale. Mirsad è il miglior rimbalzista nella storia di Eurolega, un “crazy guy”, un campione. Lo conoscevo bene perché lo avevo allenato nelle giovanili, aveva iniziato con me. Diede molto a Siena e spesso scherziamo su quella semifinale di Eurolega in cui segnò 0 punti in 30 minuti: ogni volta che mi dice di aver giocato al massimo per me, gli rispondo che mi ha dato tantissimo all’Efes, all’Ulker, a Siena, ma c’è quello zero…

– In quella stagione fantastica in Europa, Mirsad fu MVP della TOP 16 ed Alphonso venne incluso nel miglior quintetto dell’anno: potevate fare di più e vincerla?

Sicuro. Nell’ultimo minuto di quella semifinale col Benetton, sopra di due, negli ultimi due secondi Bulleri mise una tripla che era un tiro da due, ma non c’era “instant Replay”… Non arrivammo in finale, ma Treviso era una grande squadra allenata da uno dei migliori coach al mondo, Ettore Messina, e vincere comunque la finale per il terzo posto contro il CSKA di Ivkovic fu un grande risultato, alla nostra prima partecipazione.

– Qual’è la tua opinione sul basket italiano e quello turco, di oggi e di allora? Sono stili paragonabili?

Sì, simili, ma c’è una questione di evoluzione. Oggi in Turchia abbiamo tutto, il meglio. 20 anni fa l’Italia dominava. Allora in Turchia c’era solo l’Efes che poteva competere in Europa, mentre l’Italia aveva Treviso, Bologna, Roma, Milano. Ora siamo noi che ne abbiamo 3-4 ad alto livello, mentre in Italia solo Milano può giocarsela per squadra e budget. Oggi poi c’è una differenza fondamentale: qui le grandi squadre di calcio hanno investito molto sulla sezione basket, oggi il secondo sport nazionale. E’ un grande vantaggio per la popolarità generale. In Italia sono squadre differenti, così noi siamo più avanti, come impatto sui media e sul pubblico.

– Passando ai tuoi anni al Besiktas, lo “slam” del 2011 è stata la più grande soddisfazione della tua carriera?

Ne ho avute tante, è dura scegliere. La prima, grande, fu portare l’Efes alle F4 del 2000, prima volta nella storia turca, quando perdemmo con il Panathinaikos di Obradovic poi campione. E la Saporta a Siena fu straordinaria: il mio primo trofeo ed il primo per la città. Vincere da allenatore a Barcellona, a Madrid, a Mosca è una cosa, farlo in altre città, con squadre che sulla carta allora erano meno importanti, come l’Efes, Siena, il Besiktas, squadre ai primi successi, è un’impresa di altra portata. Al Sinan Erden giocammo con ventimila persone sempre, in quei Playoff del Besiktas. Così come fu splendido vincere anche la lega turca con il Galatasaray dopo 20 anni, nonché  la prima coppa, l’Eurocup.

– Hai vinto 4 campionati turchi e sette coppe nazionali con 4 squadre diverse: come hai gestito tanti cambiamenti mantenendo il livello di coaching così alto?

(Risata) Forse sono stato sfortunato, sarebbe stato più facile continuare con le stesse squadre, ma ho vissuto tanti cambiamenti nelle squadre a livello di proprietà e di investimenti, così dovetti scegliere. Fu importante, a 36 anni, quando dopo la Saporta e poi le F4 del 2003, feci un errore grande a tornare in Turchia. Dopo Siena ebbi offerte dalla Spagna, una più grande da Bologna, sponda Virtus, ma poi Bologna sparì per problemi finanziari e per ragioni familiari decisi di tornare a casa, accettando un’ottimo contratto con l’Ulker. Ripensandoci, se fossi rimasto di più in Europa, tra Italia e Spagna, avrei vinto molto di più, magari con una o due Eurolega.

– Venendo a tempi più recenti, quest’anno hai sostituito Perasovic alla guida dell’Efes: qual’è la ragione principale dell’ultimo posto in Eurolega e di tante sconfitte, soprattutto in casa, dopo gare tiratissime?

Ad inizio stagione l’Efes ha cambiato tanti giocatori. L’anno scorso arrivò ad un passo dalle F4, perdendo la quinta al Pireo. Per differenti motivi hanno cambiato molto e ridotto il budget per ragioni economiche. Per tutto ciò e per molti infortuni ad inizio stagione, si è perso un po’ di bilanciamento e si è deciso di cambiare Perasovic, che rispetto come un grande allenatore. E’ il nostro lavoro… Avevo deciso di andare un anno in USA a seguire gli allenamenti: sono stato con Ettore e Popovich a San Antonio, persone splendide e molto ospitali che mi hanno organizzato anche un soggiorno presso i Warriors, con Steve Kerr e Ron Adams, poi i Rockets, gli Heat, i Cavs ed i Sixers. Periodo splendido che non avevo mai potuto vivere prima, studiando altri sistemi. Avrei potuto riposarmi, ma per me il basket non è solo lavoro, lo amo, amo le partite, gli allenamenti.  Sono tornato all’Efes dove ero già stato per più di 10 anni: ho accettato un’offerta biennale. E’ stata dura, forse la peggiore stagione europea di sempre per quel club che per me è il top, ma siamo riusciti a vincere la Coppa nazionale battendo grandi squadre come Fenerbahce, Darussafaka e Tofas.

– Che cambiamenti hai portato?

Qualcosa legato alla strategia di squadra. Molto della negatività è derivata dagli infortuni. Persi anche Dragic e Simon, dopo la Coppa, il primo giocatore per me fondamentale ed il secondo l’MVP di quelle finali, nei due mesi seguenti abbiamo trovato il giusto equilibrio per fare meglio. Ma quelle perdite hanno inciso molto. Avremmo potuto vincere molte più gare, con loro, in Eurolega. Sono arrivati nuovi giocatori come Douglas e Weems, tutti ottimi, ma la cosa per me fondamentale è lavorare da inizio stagione e questa mi è mancata.

– Cosa pensi del nuovo formato di Eurolega?

Ogni anno l’Eurolega migliora molto, tutta l’organizzazione è eccellente da ogni punto di vista. Durante i miei due mesi in America ho scoperto, con grande sorpresa, che i coach NBA la seguono  molto perché le partite sono così intense ed il livello è molto alto. E’ molto apprezzata. 16 squadre ed il formato attuale è soluzione perfetta. Forse in futuro potrebbero ammettere più squadre dall’Eurocup, non solo la vincitrice, ma anche la seconda e la terza, magari facendo retrocedere in Eurocup le ultime due-tre, seguendo più una mentalità europea. Oggi la mentalità è più NBA e verso la fine della stagione alcune partite hanno perso significato.

– A Belgrado sono arrivate le 4 migliori?

Certo. Dopo 30 gare di stagione regolare ed una serie di playoff a cinque, chi ci arriva sono solo le migliori. La sorpresa è stata Kaunas, tutti pensavano che passasse l’Olympiakos, ma dopo una grande stagione sono riusciti ad arrivarci meritatamente. Il CSKA non ha giocato al suo livello le F4, mentre pensavo che il Fenerbahce fosse favorito ma non hanno giocato bene la finale. Ma su una partita secca nessuno sa cosa possa accadere e bisogna dare atto al Real ed a Pablo Laso di aver vinto meritatamente dopo aver gestito al meglio una stagione con moltissimi problemi di infortuni. 

– Chi è il miglior coach europeo oggi?

Pablo Laso. ha vinto l’Eurolega, non serve altro.

– Che opinione hai di Luka Doncic?

Per me è il numero uno, è il giovane Lebron James europeo. Sarà scelto tra le prime tre al draft e vedremo meglio il suo potenziale a livello più alto. Ma ha giocato proprio come Lebron, dominando in Europa. Molto merito della sua gestione va a Laso, per come lo ha fatto crescere durante una stagione che abbiamo già detto essere stata molto difficile.

– Durante la tua carriera ci pare di aver notato che hai sempre lasciato grande libertà di espressione ai talenti che hai allenato. E’ stata scelta precisa oppure un adattamento ai giocatori che hai trovato?

Devi fare in modo che i giocatori facciano quello che sanno fare esprimendo le loro caratteristiche, ma devi dare loro un’organizzazione per farlo all’interno di un sistema in cui prevalga l’interesse comune. Credo che alla fine sono i giocatori a vincere i titoli, mentre come coach puoi vincere qualche partita. Devi dare loro la giusta opportunità di esprimersi senza togliere nulla agli altri. La soluzione migliore è dare libertà e fiducia per mostrare il loro potenziale. Senza mai far sì che tale potenziale non venga affiancato da un sistema organizzato: se vedono confusione, ne nascono solo problemi. Questo è il mio sistema, il mio ruolo.

– Cosa vuoi vedere dai tuoi giocatori l’anno prossimo?

Stiamo provando a costruire un roster completo, con tanti nuovi giocatori di talento e mentalità vincente. Una stagione vincente si costruisce all’inizio. E’ la parte fondamentale del mio lavoro. Dobbiamo correggere gli errori del passato, creare la chimica giusta ed ho fiducia nel mio staff, nel nostro scouting. Ogni giorno lavoriamo, ci confrontiamo su tutto e di certo l’anno prossimo l’Efes tornerà al posto che gli compete, in lotta per i Playoff ed in cerca dell’obiettivo di partecipare ad una Final 4. Te lo dico chiaramente, 18 anni fa abbiamo fatto le Final 4 quando avevo 34 anni, ora ne ho 52 e ci proveremo con tutte le nostre forze a ritornarci.

La sfida di Coach Ataman è lanciata.

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