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Il canto del Gallo

Colpevolisti ed innocentisti se ne faranno una ragione. Non siamo qui per quello.

Danilo Gallinari non è il primo giocatore a combinare un’idiozia grossa come una casa, e non sarà nemmeno l’ultimo. Che poi, se quel pugno fosse rimasto solo un pugno, senza le conseguenze mediche del caso, staremmo qui a raccontare un’altra storia. Napoleone i suoi generali li voleva più fortunati che bravi: non credo che Messina volesse giocatori  sfigati…

Messina, appunto. Conoscendo da qualche decennio l’uomo, prima che il coach, ed apprezzando e stimando moltissimo entrambi, posso solo immaginare quel che stava passando nella sua testa ieri nel secondo tempo, quando la cosa era già chiara prima del referto medico. Dalla dinamica il dubbio che vi fosse qualcosa di strano è stato subito evidente: la smorfia del Gallo ha fatto il resto, perché se c’è una cosa buona di questo gioco è che la maggior parte dei giocatori non simula, questione di cultura. «Chi me l’ha fatto fare…?» E’ il minimo che credo sia passato nella testa di Ettore.

Da “Gallotelli” a “Artest con le mani di pasta frolla”, oggi ne abbiamo lette di ogni tipo, ivi compreso il classico “Se non avete mai giocato non potete capire”, che è bellissimo, è verissimo, con un piccolo distinguo: quanti hanno giocato a livello di Danilo Gallinari o simili ? Perché se me lo dicono Dino Meneghin, Carmelo Anthony o Gianluca Basile (nomi a caso) va bene, ma se lo dico io, che al massimo ho fatto una finale provinciale del “Propaganda” (oggi under 12) ha un sapore un filo diverso.

La febbre da giudizio è tanto spiacevole quanto normale: cosa dovremmo fare tutti noi comuni mortali? In fondo quel pugno è arrivato sul viso di tutti noi, che, dopo anni di delusioni cocenti, ancora speravamo che questa generazione di campioni autoproclamatisi tali potesse farci gioire a settembre. Le scuse le accettiamo, ci mancherebbe, ma fanno forse ancor più male il giorno dopo, quando realizziamo meglio  che il potenziale della Nazionale è sceso e non di poco. Delusione totale.

Ci sono però tre cose che non si possono non sottolineare.

Le ultime tre stagioni della nazionale italiana sono la perfetta espressione del nostro movimento. Nel 2015 ci fu il “caso Hackett”, tra fughe, bollettini medici, visite saltate e mille voci cui non è corretto dare risalto in mancanza di certezze. Il risultato fu perfino una lettera, del cui valore e della cui opportunità si è discusso a lungo, in cui, a firma del Capitano e di tutti i compagni, si sottolineava come l’azzurro fosse primario rispetto a tutto il resto. Diciamo non esattamente una dichiarazione d’amore nei confronti di DH. Settembre ci regalò un europeo giocato tecnicamente in modo molto scarso dagli azzurri, fatte salve le individualità di spicco che ci permisero imprese come quella contro la Spagna, con la ciliegina del possesso finale con la Lituania. Che portò al supplementare e fu l’inizio del calvario mediatico di Alessandro Gentile, che poi divenne anche, purtroppo, progressivamente tecnico. Il 2016 fu l’estate della “nazionale più forte di sempre”. Ora, tralasciando le fragorose risate che si fecero Renato Villalta, Dino Meneghin, Charly Caglieris e tutta la squadra di Sandro Gamba, insieme a Gregor Fucka, Carlton Myers ed Andrea Meneghin, coi compagni di squadra agli ordini di Boscia Tanjevic, resta il fatto di quanto accadde come risultati e gestione. Ettore Messina è, parere mio, il miglior allenatore italiano da 25 anni a questa parte, ed il secondo è lontano. Ma affrontare un pre-olimpico con un coach che allena la squadra per 7-10 giorni è dimostrazione di una gestione allucinante. Fa persino impallidire quel che combinano diverse società italiane di Serie A ed A2. Cosa accadde in quel di Torino e perché alcuni dei nostri furono in quelle pietose condizioni è mistero che in confronto Via Poma è nulla. Ed arriviamo a domenica 30 luglio 2107 e l’ennesima estate azzurra è funestata da un evento a dir poco terribile, in cui il nostro (sempre autodefinitosi tale) “giocatore capo” fa una roba proprio brutta. La sfiga ci mette il carico e la frittata è fatta. Se è vero, e caspita se lo è, che la nazionale è il traino di un movimento, per passione e coinvolgimento popolare, direi che la squadra della FIP ha fatto tutto, ma proprio tutto, per far perdere la fede anche ai più fedeli. Il succo? In tempi diversi, ma recenti, hanno perso la bussola tre tra i giocatori che avrebbero dovuto essere la base di questa nazionale.

Il secondo punto sta tra l’atto di fede ed il realismo dovuto alla presenza di Ettore Messina e di giocatori di valore come Nick Melli, Gigi Datome e Marco Belinelli. Sia chiaro, il coach ed il Beli su tutti, perché i fuoriclasse sono loro, ma poi guardi Gigi e Nick e ti chiedi perché non tutti lavorano come hanno fatto loro per arrivare ad un livello che nessuno pensava potessero raggiungere. Chapeau! E se lo dice uno che non li amava per nulla… In Israele e, speriamo, Turchia, non ci vanno degli scappati di casa, anzi. Ci vuole un capolavoro, di quelli veri, ma diamo credito a questa gente, perché lo merita e perché gli è dovuto, maggiormente rispetto a chi non ha onorato la maglia a dovere. Sognare non costa nulla, con tutte le precauzioni di un brusco risveglio.

Ed alla fine c’è il Gallo, che avrà già compreso la portata della sua imperdonabile idiozia. «La pagheremo tutti» è il chiaro e condivisibile commento del coach. la stiamo già pagando, in termini di quel pugno di cui s’è detto essere arrivato a tutti noi. Si è anche detto che non si vuole colpevolizzare od assolvere nessuno, le etichette sono la cosa peggiore del mondo, ma qualcosa al maggior talento della nostra pallacanestro si può rispettosamente dire. «Se non ci fosse stato l’infortunio avrei potuto competere con Westbrook e D-Rose per il Rookie of the Year». «Mi sento il giocatore capo». «Credo di essere da massimo salariale». Ce ne sono molte altre e fanno la storia dell’autoproclamazione di qualcosa che, per ora, non si è. Senza rivangare nell’antisportivo contro Michigan State piuttosto che un una vecchia espulsione di Eurolega tanti anni fa (vittima Stanko Barac, se la memoria non mi tradisce), ciò che non fa impazzire è quando le parole portano oltre quella che è la propria dimensione. Che è grande, ma evidentemente non basta all’ego che cammina più veloce. #Wearefamily… Oh santo cielo, no! La nostra famiglia ce l’abbiamo tutti  a casa, in campo vorremmo vedere una squadra, perché come dice Sandro Gamba, «Con un gruppo di amici vado a divertirmi, mentre con una squadra vinco partite e trofei». Lui li vinse in campo, con squadre di campioni veri.

 

 

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