Toni, aiutami a ricordare Coach Casalini…

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Franco Casalini lascia un vuoto enorme nella pallacanestro italiana e soprattutto nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo meglio. Con Toni Cappellari abbiamo provato a ricordarlo.

Scrivere di pallacanestro è una passione, un amore che non finirà mai. Ci sono situazioni in cui però può risultare pesantissimo ed una di queste riguarda il ricordo di chi è stato parte importante nel consolidamento di quella tua passione.

La scomparsa di Franco Casalini è stata una di quelle notizie che ti lasciano un sapore terribilmente amaro rispetto alla vita.

L’amicizia è una cosa seria, una cosa che si limita a poche persone, quindi non vi dirò mai che io e Franco eravamo amici perchè sarebbe prendere in giro tutti quanti.

Franco è stato parte però assai importante di un percorso di vita che ha riguardato una passione già presente e fortificata attraverso quanto ho avuto la possibilità di imparare da lui lavorando nello stesso club e cercando di rubarne ogni possibile segreto, anche soltanto da una battuta scambiata nella condivisione dello spogliatoio allenatori del Palalido.

L’ultima nostra chiacchierata, a parte qualche incontro sui campi, resta indimenticabile per una risposta ad una domanda secca su come si gioca oggi. “Coach, alcune squadre sembrano attaccare solo in due o tre con gli altri a fare le belle statuine in attesa degli scarichi: è possibile?” Risposta alla Casalini se ce n’è una: “Ma secondo te, se si può far politica con un tweet non si può giocare a pallacanestro in due o tre?”

Anche in quell’intervista Franco mi confermò quello che tutti oggi gli stiamo riconoscendo correttamente, ovvero la gentilezza, l’educazione, la signorilità e quell’incredibile ironia che era vero e proprio senso di rispetto per la vita.

Scrivere per ricordare Franco era troppo difficile da fare in solitaria ed allora chi se non Toni Cappellari, compagno di viaggio del Coach per tantissimi anni in un’avventura che ha scritto pagine leggendarie del basket italiano ed europeo?

Toni, che grande tristezza… Chi è stato Franco Casalini per Toni Cappellari?

«Prima di tutto un amico, una persona con cui ho condiviso un periodo favoloso della mia vita e con la quale stavo benissimo insieme ben oltre il lavoro».

Siete arrivati in Olimpia negli stessi anni…

«Lui veniva cestiticamente dalla Social Osa quando Rubini lo scelse per le giovanili Olimpia. Io allenavo le leve del club, quindi ero sotto di lui. Vinse 4 titoli giovanili ed allenò il 1959 biancorosso, non forte come il famosissimo 1958 ma comunque assai competitivo».

Fu scelta di Peterson averlo come assistente oppure fu la società a proporlo per quel ruolo?

«Era già stato assistente di Pippo Faina e per Dan fu semplice tenerlo con sé. Sin da subito lui non è stato un vice, ma quello che io chiamavo il co-allenatore».

Anni straordinari in cui era vero e proprio protagonista in palestra ed anche nelle tante squalifiche rimediate da Dan, sembrava non potesse mai perdere…

«L’apprendistato notevole che fece fu una sorta di trampolino per poter fare così bene. E l’umiltà della persona aiutava molto».

Poi il 1987, il triplete e Peterson lascia: fu decisione automatica quella di promuoverlo?

«Non ho mai avuto alcun dubbio a riguardo, fu certamente una decisione automatica e tutti nel club ne eravamo convinti».

Come avete affrontato quel primo anno senza Dan? Da dove siete partiti per provare a restare in alto visto che più in alto di così era difficile?

«Io in realtà vivevo la mia vita con lui, come ti ho detto, oltre al lavoro e ti posso assicurare che già nella stagione 86/87 Franco da co-allenatore era sempre più Coach, con Dan che si avviava verso la fine della sua carriera con tanti altri interessi. Da lì nacquero ulteriori annate di grandi soddisfazioni senza guardare al passato vincente».

Franco mi pare fu bravissimo ad essere se stesso ed a non cercare di emulare Peterson. Sei d’accordo?

«Esattamente! Lui non volle diventare come Dan, lui voleva solo essere Casalini e ci riuscì. Una grande, l’ennesima, dimostrazione di intelligenza ed umiltà».

Gand fu impresa straordinaria, con una squadra verso la fine del suo cammino. Ricordo quel cartello sul muro dello spogliatoio: “dimentichiamo di averli battuti ma non COME li abbiamo battuti” (Milano era 2-0 in stagione col Maccabi)…

«Indimenticabile quello spogliatoio e quella capacità di gestire i ragazzi da ogni punto di vista. Stratega finissimo, sapeva bene quali corde toccare coi suoi giocatori».

Franco seppe trasformare anche tecnicamente la squadra senza snaturarla. Ne parlavate spesso?

«Fu proprio così e fu questo uno dei suoi grandi meriti. Cambiò la squadra ed il modo di giocare senza snaturarla».

Livorno nel 1989 e poi la fine di un’era con quel Playoff a Reggio in cui Flavio Tranquillo durante la radiocronaca, a pochi secondi dal termine, pronunciò la famosa frase “Forse stiamo assistendo a qualcosa di storico perchè sono gli ultimi istanti in cui vedremo sul parquet insieme Mike, Dino e Bob”. Come avete vissuto quella fine la separazione con Franco?

«Non ci fu alcun problema, eravamo tutti consapevoli, lui prima di tutti, che un ciclo era arrivato alla fine. Lo abbiamo accettato tutti e la dimostrazione sono stati i rapporti in seguito, mai cambiati».

Si parla spesso di avere nel cuore determinati colori, ma quel gruppo, quella gente, quegli uomini avevano un senso di appartenenza che non è mai svanito anche dopo tanti anni, cosa difficilissima da vedere oggi in un mondo diverso. Cos’aveva quell’Olimpia più di ogni altra sua versione?

«Stavamo bene insieme…».

Ricordiamo Franco con un tuo aneddoto, qualcosa che ti resta del vostro rapporto e che oggi ti senti di raccontarci…

«La sua grande ironia, come sempre. In occasione di uno dei tanti trionfi di quegli anni, la società ci omaggiò di un bell’orologio. Lui, sorridendo, la prima cosa che disse fu “Eh ma l’è minga un Rolex!”».

Grazie Toni, non è stato facile e senza di te non ce l’avrei fatta, ma una cosa mi sento di aggiungerla.

Siamo ai primi anni ’80, il rituale è sempre lo stesso, dura da qualche anno e durerà per altri ancora. Nei giorni in cui non ci si allena si prende la 68 (autobus), si scende in Piazza Stuparich e ci si dirige nella mitica “secondaria” del Lido, obiettivo gli allenamenti dell’Olimpia.

Le due solite seggioline, io e Burdi, amico fedele di grande passione. Anche lo stretching iniziale viene analizzato come neanche un’ecografia saprebbe fare. Udire la voce di Franco che ogni 30 secondi urla “cambioooo” è diventata una sorta di filastrocca che nemmeno “Sarti, Burnich, Facchetti”…

Ogni tanto, di rado, le porte si chiudono perchè c’è qualcosa di tattico o comunque qualcosa che Coach Dan non vuole rendere pubblico. Uno di quei giorni i presenti vengono cortesemente invitati ad uscire dalla palestra da Franco Casalini ed anche noi due, visibilmente delusi, stiamo per aprire la porticina che porta ai pochi gradini verso l’uscita.

Franco ci guarda, ci fissa e pronuncia parole indimenticabili: “Voi due”. Impauriti, restiamo come paralizzati. Cos’avremo fatto di male? “Voi potete restare”. Si vola ed una giornata come mille altre diventa il momento più bello della vita di un adolescente innamorato del gioco e di quei colori.

Grazie Franco! Ovunque tu sia quel bambino è sempre lo stesso e continua a ringraziarti infinitamente.

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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