Valencia dà lezioni alle italiane: come si cresce da Eurocup a Eurolega

Daniele Fantini
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Valencia è reduce da due vittorie esterne contro Virtus Bologna e Reyer Venezia, il meglio che il movimento italiano può schierare dopo l’Olimpia Milano. I risultati premiano i Taronja, per organizzazione, società, qualità di gioco e vissuto.

Dal 2002 a oggi, Valencia ha affrontato 12 stagioni di Eurocup. Ha raggiunto la finale in 6 occasioni. E, in quattro di queste, ha sollevato il trofeo. Nelle sette stagioni restanti, i Taronja hanno ballato sul palcoscenico più alto, quello dell’Eurolega. In tutta Europa, non c’è una società che abbia vissuto un rapporto di interscambio tra le due competizioni in maniera così regolare e intensa.

Se la concorrenza in Spagna non fosse così tremendamente dura, Valencia avrebbe una licenza pluriennale già da tempo, al pari di Real Madrid, Barcellona e Baskonia. Invece, si ritrova costretta a lottare, ogni anno, per riemergere dal sommerso e conquistare quel posto che, a conti fatti, meriterebbe nell’Europa dei top. I numeri lo dimostrano. L’anno scorso, Valencia rimase esclusa dai playoff per una sola vittoria. Ma precedette, in classifica, cinque squadre con licenza pluriennale (Baskonia, Zalgiris, Olympiacos, Maccabi e Panathinaikos) e due in procinto di riceverla (Asvel e Alba).

Se cerchiamo una società, prima che una squadra, da prendere come esempio per lavorare in ottica di transizione tra Eurocup ed Eurolega, Valencia è il mondo perfetto, ideale. Un esempio particolarmente calzante in questa stagione, dove l’Italia ha la possibilità di confrontarsi con i Taronja schierando il meglio a disposizione dopo l’Olimpia Milano. Ma il doppio confronto con Virtus Bologna e Reyer Venezia ha preso una direzione chiara e unica. Quella opposta al nostro movimento.

Nelle ultime due trasferte di Eurocup, Valencia ha sbancato PalaDozza e Taliercio. Lo ha fatto, in entrambi i casi, con un roster monco, lontano dal suo massimo potenziale. E lo ha fatto in due modi differenti. Con una rimonta epica a Bologna, ribaltando una partita che sembrava dispersa nei primi due quarti, e con un dominio totale e incontrastato a Venezia, dalla palla a due al fischio finale.

Reyer Venezia in transizione: ambizioni europee ridimensionate

Valencia e Reyer non condividono lo stesso obiettivo. E la partita del Taliercio lo ha espresso in maniera chiara, evidenziando quelle lacune che Venezia sta soffrendo in questo particolare momento storico, di flessione rispetto al passato recente in cui i due scudetti del 2017 e 2019 si affiancavano ad ambizioni europee interessanti. Meno di due anni fa, al momento della sospensione delle Coppe per l’esplosione della pandemia di covid, la Reyer era lì, qualificata ai playoff e pronta a farsi largo fino in fondo.

Ora a Venezia manca molto per essere seriamente competitiva nell’habitat dell’alta Eurocup. Forza e profondità sotto i tabelloni, dove l’aggiunta di Jeff Brooks non ha ancora fornito quella scintilla di esperienza in più e dove l’inserimento di Martynas Echodas sembra più complesso del previsto. Ma anche qualità, imprevedibilità, fantasia e potenza di fuoco sul perimetro. Lì dove invece pesano le caratteristiche di Julyan Stone (mai stato un attaccante prolifico), l’inadeguatezza di Tarik Phillip, il lungo stop sofferto da Michael Bramos e il logorio di Stefano Tonut, reduce da un’estate senza riposo per gli impegni in azzurro.

Virtus Bologna in crescita, ma ancora senza vissuto

Ma mentre Venezia sembra destinata a un’annata di transizione, con ambizioni internazionali ridimensionate rispetto al passato recente, c’è condivisione di obiettivi, invece, tra Valencia e Virtus. Le due grandi candidate, assieme al Partizan Belgrado di coach Zeljko Obradovic, alla conquista di quel posto in finale che varrebbe la promozione al piano superiore.

Nonostante la discesa in Eurocup, Valencia ha continuato a lavorare in continuità con la scorsa stagione. Salutando sì coach Jaime Ponsarnau, ma confermando ben nove giocatori a roster, tra veterani e pilastri del sistema e giovani di grande prospettiva coltivati in uno dei sistemi migliori d’Europa per lo sviluppo dei talenti. La base societaria è super-solida e improntata alla crescita, su un lavoro volto chiaramente al futuro. La differenza con il nostro Paese è lampante. La miglior cantera italiana è quella della Stella Azzurra, società che è tornata ad affacciarsi in Serie A2 soltanto nella passata stagione.

La partita del PalaDozza, vinta da Valencia rimontando dal -21 di metà secondo quarto, ci fornisce altre indicazioni relative al campo. Relative a una Virtus apprezzabile sì per l’impegno nel nuovo corso aperto in estate con l’arrivo di coach Sergio Scariolo, la valorizzazione del reparto italiani e l’innesto di pedine di qualità da affiancare a Milos Teodosic, Marco Belinelli e all’esplosione di Kyle Weems, ma forse ancora un gradino sotto il necessario per raggiungere l’obiettivo finale. Un gradino fatto di vissuto, che, a differenza di Valencia, capace di schierare nei suoi veterani anche quegli intangibles relativi a esperienza, ricordi e capacità di ri-affrontare situazioni già viste, la Virtus ancora non ha. Un verdetto che non si scosta molto da quello della scorsa stagione, quando, dopo una cavalcata epica tra regular-season e playoff, Bologna si fermò proprio sul più bello. Rimontata in quella semifinale che grida ancora di dolore.

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