Dimitris Itoudis ad AREA 52: Al Cska parliamo tutti la stessa lingua. Competere con se stessi è la cosa più importante

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Appuntamento di assoluto prestigio su AREA 52 con ospite Dimitris Itoudis, Coach del Cska campione di Eurolega nel 2016 e nel 2019.

186 vittorie e solo 60 sconfitte in 246 partite di Eurolega. 6 stagioni completate, una sospesa per le note vicende e quest’ultima giunta ad un terzo del percorso, con due titoli continentali e la costante partecipazione alle Final 4.

Se mai servisse altro, il recono globale in VTB è di 232/30 prima dell’inizio di questa stagione, con un assurdo 52/3 nei Playoffs. Vuol dire aver vinto l’88,1% delle gare disputate nel torneo… Quest’anno si aggiunge, sinora, un 5/2 dopo 7 gare disputate.

Dimitris Itoudis ha numeri assolutamente unici nella storia della pallacanestro europea.

Il Coach del Cska è stato ospite di AREA 52 ( parte 1a e parte 2a) nella serata di lunedì.

Coach, benvenuto ad AREA 52, per noi è un onore averti qui.

Un primo bilancio dopo la prima parte di stagione…

«Quando arrivano infortuni ripetuti è frustrante ed il peggio è per il giocatore. A Milano abbiamo perso Nikola ed anche Marius (Grigonis). Ce ne sono stati altri ed abbiamo fatto fatica, ma siamo cresciuti come consapevolezza. La cosa più incoraggiante è che oggi la squadra pare sana e possiamo lavorare per capire cosa potremo essere»

«Andrey è un Presidente che vive la squadra continuamente. Non sarei qui da 8 anni se non parlassimo la stessa lingua»

4 vittorie di fila dopo un periodo duro e venerdì scorso hai ritrovato il vero Nikola Milutinov, dominante come solo lui può essere. Puoi descriverci quanto e come può migliorare la vostra difesa con lui in campo e cosa possono permettersi di fare in più i vostri esterni avendo lui dietro a proteggere il ferro? A Kaunas, ad esempio, avete forzato gli avversari a 19 perse mentre la media stagionale è di poco superiore a 13: si può considerare parte dell’impatto di Nikola?

«Chiunque rientri dopo una lunga assenza ha bisogno di tempo, non è la Playstation dove prendi un giocatore, lo metti in campo e lui rende. Nikola, i cui problemi iniziarono proprio a Kaunas, per poi esplodere nella gara col Bayern che portò all’operazione è rientrato e deve fare il suo percorso, passo dopo passo. Non dimentichiamo che sono esseri umani e che necessitano quindi di tempo per capire come riprendere. Ovviamente abbiamo preso Nikola come parte importante della nostra organizzazione, ci è mancato molto: può essere un punto fondamentale anche della nostra difesa, lui sa chiudere l’area molto bene. Le 19 palle perse forzate? Lasciami dire che anche la media di 13 non è male… Ogni allenatore può dare un’idea di una difesa o di un’altra, ma l’importante è che i giocatori credano nel processo ed allora arrivano tante giocate difensive importanti. Non si può dire che non siamo una squadra di buoni difensori individualmente, ma dobbiamo mettere insieme queste individualità per avere un sistema che funzioni».

CSKA-Itoudis: c'è l'accordo fino al 2023

«Per costruire una squadra non basta firmare 12 MVP. Ci vuole chimica e sinergia»

E’ la tua stagione numero 8 sulla panca del Cska e solo Laso al Real (11) ha una striscia più lunga. Vorremmo capire quanto è importante poter lavorare in un club così a lungo per restare al top e se c’è mai stata la reale possibilità di lasciare il Cska.

«La pallacanestro è basata sulle sinergie. Collaborare coi compagni sul campo è importante come farlo con gli assistenti allenatori, con il presidente e tutta l’organizzazione. Con Andrey Vatutin stiamo collaborando da tempo per fare bene: sbagliamo qualcosa? Certo. Qualunque cosa faccia, cerco di prendere nuove conoscenze da tutto e da tutti. Ci vuole impegno, professionalità: siamo fortunati ad avere questa collaborazione, a poter lavorare in questo ambiente, con questi giocatori, con questa stabilità finanziaria. I giocatori? Non basta firmare 12 MVP, ci vuole chimica ed ognuno deve avere il suo ruolo. Abbiamo molta pressione, ma la maggior parte deve venire da noi stessi, ce la mettiamo noi, tuttavia è una fortuna parlare un linguaggio unico come facciamo al Cska. Una delle cose di cui vado più fiero è che siamo alla terza generazione di giocatori del Cska dal 2014: non è facile ed automatico, dobbiamo conoscerci, soffrire insieme, gestire W ed L ma siamo molto orgogliosi di avere avuto 22 o 23 nuovi campioni di Eurolega».

«Alexey è stato sincero ed onesto. Ci sta dando un grande contributo difensivo e la cosa più importante è che i compagni hanno piacere a giocare con lui»

Due settimane fa Daniel ci ha detto che Alexey Shved è arrivato al Cska in punta di piedi e che la cosa è stata apprezzata moltissimo dallo spogliatoio dato il suo stato di superstar. Puoi descriverci il momento in cui con Andrey (Vatutin) avete deciso di fare l’offerta a Shved e cosa pensavi potesse portare alla tua squadra?

«Andrey, con tutto lo staff, è sempre con gli occhi aperti sul mercato. Conoscevamo Shved da tempo come avversario ed abbiamo visto cosa succedeva al Khimki. Andrey ci ha parlato tante volte ma anch’io l’ho fatto almeno 5 o 6 volte prima di decidere di fare la nostra offerta. Facciamo sempre così con chiunque proviamo a portare a Mosca. Non è tanto importante cosa pensavamo noi di lui quanto cosa lui pensasse di poter fare in questo club. Alexey è stato molto sincero e chiaro da subito. Come ha detto Daniel la squadra ama stare e giocare con lui, sta facendo un eccellente lavoro difensivo. Deve ancora adattarsi, ma ci porta tutto il suo talento ed ultimamente è più pronto dopo qualche piccolo infortunio, ad esempio alla spalla che ovviamente incide su un tiratore. E’ determinato al 100% su quello che può dare».

Ci sono, più o meno, due strade da percorrere per diventare un Coach: essere stato un giocatore e fare il salto dal campo alla panchina o cominciare da giovane il percorso per diventarlo. Ci racconti come ti sei innamorato del basket e quando hai deciso “OK, sarò un allenatore”?

«Ho parlato spesso della mia storia. Ho iniziato a giocare a calcio come faceva mio padre, ma l’allenatore non mi amava perchè avevo i capelli lunghi ed allora si è chiusa una porta ma si è aperto un portone, come si dice. Mi sono appassionato attraverso la grande generazione di campioni greci che vinse Eurobasket negli anni ’80, i vari Fassoulas, Galis, Yannakis… Decisi di andare in Yugoslavia, a Zagabria, nel 1987/88: in quelli anni non c’era internet quindi tutte le info andavano ricercate con un grande lavoro. Volevo imparare dai migliori ed era necessario fare 4 anni di università prima di poter accedere ad una specializzazione nella pallacanestro. Zagabria era ed è tutt’ora un’eccellenza come università di educazione fisica. Costruirono impianti importanti per le Universiadi del 1987, manifestazione con Toni Kukoc MVP e Duda Ivkovic era il Coach. Fu eccezionale essere lì, tutto era organizzato al meglio. Il primo anno ometti imparare la lingua, poiché senza un certificato linguistico non potevo proseguire».

«Ci sono tantissimi grandi allenatori che non vinceranno mai un’Eurolega, ma ciò non toglie nulla la loro grande valore ed a quanto hanno fatto per il gioco»

Coach, hai vinto due titoli di Eurolega giocando un pallacanestro allenatorice in modo eccellente. La domanda è sul valore di vittoria e sconfitta, che a volte non sono tutto… Per esempio, a mio parere dei Coach come te o Laso hanno fatto qualcosa di straordinario in una stagione come l’ultima, visti i problemi che avete dovuto affrontare…

«E’ un tema importante da sottolineare: essere un grande allenatore, un vincente, non vuol dire soltanto sollevare trofei. Ci sono tantissimi grandi allenatori che probabilmente non vinceranno mai l’Eurolega. Non vuol dire che non siano di successo. Magari hanno sviluppato giocatori ed il gioco stesso. Ce ne sono tanti che non hanno il privilegio di lavorare in grandi club come ho potuto fare io tra il Pana ed il Cska. E vale quindi, come dici, anche per le stagioni in cui non vinci, a causa di problemi come infortuni od altro. L’esempio di Belgrado? Abbiamo giocato sei mesi eccezionali, poi si sono infortunati De Colo e Hines, nei Playoff col Khimki si è fermato Westermann, poi Vorontsevich all’inizio delle Final 4: è questione di come gestire queste cose e come costruire il nostro carattere. Nel 2019 siamo passati attraverso momenti durissimi come il Buducnost ed il Maccabi, poi la serie Playoff contro il Baskonia, che vinse gara 2 a Mosca e ci costrinse a giocare forse il nostro miglior basket di sempre a Vitoria, piuttosto che la semifinale con il Real, quando finimmo sotto di 14 e nessuno avrebbe pensato che potessimo farcela. E’ un processo e non puoi costruire una squadra in una notte. Devi affrontare tutte queste critiche perchè ognuno di noi cade nella propria vita».

«C’è la narrativa e poi la realtà. La prima riguarda come determinate cose vengono vendute al pubblico, la seconda è il nostro lavoro quotidiano»

«Quando fai questo lavoro devi essere pronto ad essere licenziato il mattino dopo. Con Andrey ci conosciamo da una vita, non saremmo stati insieme 8 anni senza parlare la stessa lingua. Non parlo di lui, ma quando un dirigente licenzia un allenatore in realtà va contro se stesso e la sua scelta. Un altro momento durissimo fu in Madrid nel 2015, quando dominammo per 30 minuti e poi Spanoulis confezionò il miracolo. Da lì nacque la storia dell’Olympiacos che vince sempre ed il Cska che perde, ma per me è tutta narrativa, non è vero. E’ come si vuole vendere quella narrativa. Non ho nulla in contrario, ma la realtà è diversa. Noi siamo stati anche quelli che da meno 21 sono arrivati ad un tiro dal battere l’Efes a Colonia… Tutto si può dire, anche che io sia biondo… La narrativa è una cosa, la realtà è un’altra. Siamo un club dove c’è un Presidente che vive la squadra e l’ambiente al 100%, non è uno di quelli che segue un giorno sì e tanti altri no. E’ un lavoro di sinergie».

 Sulla sua squadra attualmente, le attese ed il miglioramento che auspica…

«Lo capiremo ora. Ci stiamo allenando finalmente in maniera competitiva, con 15 giocatori pronti. Il livello cresce e dobbiamo solo stare in salute. Non solo infortuni, c’è il Covid ma c’è anche una normale influenza che magari i giocatori prendono dai loro bambini che vanno all’asilo. Il mattino della gara col Pana, che avevo preparato con Toko e con Voigtmann, ho saputo che non avrei avuto né l’uno né l’altro… Non si possono garantire risultati, ma si può garantire che si giocherà duro essendo competitivi. La cosa più importante è essere pronti a competere con se stessi. Lo siamo? Lo dobbiamo essere tutti, in qualunque lavoro. E dobbiamo capire perchè sbagliamo attraverso l’analisi. Ma oggi, come ho detto, la cosa più importante è che siamo in salute: si parte da lì».

«Bisogna saper gestire le sconfitte ed imparare da esse. Il mio ruolo è quello di prendere decisioni e risolvere i problemi»

Ancora sul concetto dell’importanza di vincere rispetto al valore del competere…

«Quando sei un leader, allenatore o padre ad esempio, devi prendere decisioni e risolvere i problemi. Se vedi le cose crescere sei orgoglioso, in qualunque lavoro».

Considerazioni ancora più importanti se vengono da chi ha allenato più di 500 partite sulla panchina del Cska perdendone meno di 100…

«Ovviamente giochi per vincere ma poi la gente pensa che tutto sia automatico e succede in tanti club vincenti. Dobbiamo capire dalle sconfitte e se ci sentiamo devastati la cosa diventa più pesante. Per squadre che lottano per obiettivi minori c’è una sorta di accettazione più normale della sconfitta, come qualcosa con cui si ha a che fare abitualmente. Ma quando succede nelle squadre più vincenti è uno shock e bisogna saperlo gestire. Ci vuole equilibrio nella vita. Ognuno di noi deve capire perchè facciamo una cosa. Quando alleno giocatori che hanno figli capisco che devono essere dei modelli, nella loro famiglia come per tanti fans ed è un dovere importante. Bisogna essere consapevoli di cosa succede nella nostra società».

«Messina sta facendo un grande lavoro plasmando la squadra secondo il suo credo»

Infine su Milano ed il processo che porta avanti Messina…

«Ettore sta facendo un grande lavoro. Un grande progetto, è ovvio cosa stia cercando di fare e non è nulla che riguardi 12 MVP ma il concetto di squadra. Ha già raggiunto grandi risultati ma tante cose devono ancora venire. C’è una proprietà solida ed è importante, come il fatto che ci siano dei tifosi che non vedono l’ora di seguire la propria squadra».

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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