Gianluca Basile: Se l’Olimpia è quella di oggi il merito è solo di Giorgio Armani

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Gianluca Basile straordinario protagonista su AREA 52. Il “Baso” ancora una volta si dimostra uno dei personaggi più veri della nostra pallacanestro.

«Mi fa piacere che abbiate coinvolto il Baso con le sue storie ed il suo punto di vista perchè secondo me è stato veramente uno dei più grandi italiani. Ne ha viste tante, ne ha fatte tante ed è un giocatore di un basket che non c’è più come approccio al lavoro, all’impegno, al sacrificio, alla sfida ed alla competizione. Lui è uscito completamente dalla pallacanestro quindi fa piacere che venga coinvolto e possa dire la sua».

Basterebbero queste parole di Gigi Datome, altro protagonista del puntata di mercoledì di AREA 52 per dare il giusto valore ad un personaggio come Gianluca Basile. Purtroppo un problema nel collegamento non ha permesso che andassero in diretta.

«Il Baso è stato veramente uno dei più grandi»

(L.Datome)

La nostra impressione? Semplicissima: uno “vero” come pochissimi altri. Lo era in campo, lo è oggi, ben lontano dal parquet.

Un accenno introduttivo alla sua “nuova” vita, fatta di tante cose così differenti da prima, la totale uscita dal mondo del basket, Capo d’Orlando come casa, l’amore per i cani di cui si occupa la consorte… Un Baso a tutto campo, un Baso come sempre senza peli sulla lingua, diretto e sincero come eravamo abituati a vederlo in campo.

Nell’intervista Intervista di inizio stagione NBA Ricky Rubio ha detto: “Ho avuto tanti giocatori che mi hanno aiutato a crescere. Ricordo Gianluca Basile: vincemmo insieme l’Eurolega, mi disse che l’aveva inseguita per 20 anni e che ero fortunato ad averla vinta al mio primo anno al Barcellona. È stato uno di quelli che mi hanno spinto a cercare di continuare a migliorare, di non accontentarmi del livello a cui stavo giocando ma di cercare di crescere sempre. È lo stesso insegnamento che voglio trasmettere ai giovani qui a Cleveland”. Ed allora faccio una domanda in tre parti: 

– primo, se hai avuto anche tu una “chioccia” a inizio carriera come fosti tu per Rubio; 

– secondo, se, pur essendo un giocatore completamente diverso da quello che eri tu, vedi qualcosa nel gioco di Rubio che ha “rubato” a te nel periodo di Barcellona;

– terzo, se la vittoria dell’Eurolega 2010 la metti allo stesso livello dell’argento olimpico 2004 o dell’oro europeo ’99. 

«Ho avuto la fortuna di giocare con grandi giocatori all’inizio della mia carriera a Reggio Emilia. Su tutti Mike Mitchell, che oggi non c’è più: un professore nel gioco e nella vita. Io, timido, stavo zitto ma avevo spirito di osservazione e sapevo prendere tante cose. E’ una dote che bisogna avere, oltre al talento, guardare tutto e prendere le cose buone: Mike è stato uno come Pace Mannion, io ero piccolo, e la dedizione al lavoro che avevano è stato un grande esempio».

«Rubio? Mi hanno fatto molto piacere le sue dichiarazioni. So che è attaccato a me, me lo diceva sempre, è venuto anche in Puglia per il mio addio, una cosa molto apprezzata. Abbiamo due giochi diversi, lui è sempre sul filo del limite, magari oggi un po’ meno, ma un play che rischia sempre. Vede cose che noi umani… E’ rischioso a certi livelli a volte. Era fantastico giocare con lui, non aveva tiro ma ci ha lavorato tantissimo sin da subito, curando ogni particolare in sessioni di tiro infinite. Non pensavo potesse diventare questo giocatore in NBA: bravo, si merita tutto».

«Le vittorie? Sono tutti traguardi importanti. Se vinci con la Nazionale fai contenta una nazione, ma l’Eurolega, dopo anni che ci provavo… Pensavamo fosse più facile al Barça… Dopo il successo del 2010 avevamo le Final 4 in casa, tutti convinti di farcela, ma poi mi sono fatto male io, si è fermato Pete Mickeal, nemmeno le Final 4 abbiamo fatto, uscendo col Pana nei quarti. Devi fare un anno spettacolare per arrivare nei momenti difficili in forma e con un’identità di quello che sei. In sostanza non posso scegliere tra quello che ho vinto».

Gianluca Basile

«Con Dusko accettare il suo modo di essere e pensare è duro. Devi saper buttare giù tanta roba, far finta di niente, abbassare la testa e lavorare»

In un’intervista dello scorso anno , prima delle Final 4, mi avevi parlato abbastanza dettagliatamente del carattere di Dusko (Ivanovic) e di quanto pretendesse dai giocatori, con annessa qualche difficoltà a livello di rapporti umani. Pensi che possa essere una delle ragioni del suo siluramento a Vitoria o semplicemente il Baskonia di quest’anno è meno forte, o più scarso, di quello dello scorso anno e quindi l’esonero è stato “normalità”?

«Dusko, oltre a dover capire cosa fa con il codino, visto che era contrario a fasce, polsini etc (ndr forse qualcosa legato alla famiglia, un voto…), è uno di quegli allenatori che deve avere certi giocatori per fare bene. Accettare il suo modo di essere e pensare è duro. Devi saper buttare giù tanta roba, far finta di niente, abbassare la testa e lavorare. Poteva vincere molto più di quello che ha vinto secondo me: ha una gestione di squadra a livello fisico che è da rivedere. Xavi Pascual che lavorato con lui due anni e mezzo ed ha preso molto da lui, sapeva quando andare e quando rallentare, invece Dusko è un treno che va e chi c’è c’è, chi non c’è non gliene fotte niente. Vuole fare l’allenatore, il preparatore atletico, il medico… Da giocatore ha avuto quel tipo di insegnamento, se lo è portato dietro e vede solo quel tipo di situazione per vincere. Ognuno è frutto della propria esperienza, non si può dargli contro per questo. Ha pregi e difetti, su carichi di lavoro, su rapporti umani, anche da psicologo che un Coach deve essere perchè non tutti i giocatori già fatti sono uguali, serve tirare fuori il meglio da tutti e non “io sono io e voi non siete un c….”».

«Ha una capacità di preparare le partite con le sue idee, è molto preparato, a volte semplifica il tutto, altre non guarda troppo alle caratteristiche degli avversari. Ha quest fama, è tutto vero, ma poi i giocatori ti fanno un anno e poi vanno via, così diventa difficile creare, soprattutto con gli americani che non sono abituati a questi carichi. Per questa ragione può fare un anno straordinario e poi…».

Nei tuoi anni di Barcellona giocavi in una Lega che era già la migliore d’Europa. A tuo parere, in ottica Eurolega, è meglio giocare un campionato nazionale più competitivo, e quindi più “allenante”, oppure avere a che fare con un torneo nazionale più soft che fino a maggio presenta pochissime difficoltà? 

«Puoi fare tutti gli allenamenti che vuoi, ma non c’è nessun allenamento vero come la partita. A mio parere giocare in una lega che ti chiede il 100% sempre è molto meglio rispetto ad altre situazioni in ottica Eurolega. Anche le seconde linee si possono allenare a più alto livello».

«Giocare un campionato duro ed allenante è molto meglio in ottica Eurolega»

««Milano è sempre stata una piazza molto difficile. Con un certo budget, una certa organizzazione, vai in campo ed è difficile, non so spiegarmelo.

Corsi e ricorsi. La tua ultima partita in Eurolega, il 14 dicembre 2012, è un Milano-Oly e curiosamente dopodomani riecco Milano-Oly. Allora era l’Oly campione in carica ad essere sfavorito su una Milano che faceva la prime prove da grande. Oggi le parti sono invertite. Ci parli dell’Olimpia che hai conosciuto tu e di quella che vedi oggi, del percorso che ha fatto per arrivare dove è ora, lassù in cima all’Eurolega? E magari due parole su Hines e Melli, che in quella tua ultima partita in Eurolega in campo c’erano…

«Milano è sempre stata una piazza molto difficile, non chiedetemi il perchè. Con un certo budget, una certa organizzazione, vai in campo ed è difficile, non so spiegarmelo. Quell’anno è stato il mio più complicato, venivo da Cantù, ma già mi sentivo un po’ finito dopo aver lasciato il Barça. Il basket vero, con tutto il rispetto per quelle piazze, quello vero in cui potevo puntare a a vincere l’Euroloega era finito. Anche se a Cantù mi sono divertito molto, sono cominciati i problemi fisici che non avevo mai affrontato prima. A Milano quell’anno fu molto difficile, dimostrato da com’è andata la stagione. Però si vedeva che la forza di Armani c’era. Quando investi così tanto e cadi il 70-80% delle volte è difficile, ma lui ci ha sempre creduto, ha tanta passione e tutto ciò che è adesso Milano è merito suo perchè non ha mai mollato. Lasciamo stare la fine del campionato scorso che ci ha sorpresi tutti, anche se con le regole LBA non hai la stessa squadra in EL o in campionato e devi stare attento, perchè se gli italiani non giocano in Eurolega e non fanno esperienza, poi quando conta, in una finale, è dura. Venivano da una Final 4 con una semifinale persa all’ultimo tiro e ti dico che è una mazzata fisica e mentale non indifferente».

«Giorgio Armani non ha mai mollato e tutto ciò che Milano è oggi è merito suo»

«Quest’anno pensavo che Milano fosse meno forte dopo aver perso due pedine importanti, invece sono migliorati. Melli ero convinto che potesse far bene ma è cresciuto ancor di più. Ero con lui a Milano, eravamo in camera insieme, ha un’intelligenza cestistica sopra la media: tutto quello che sta facendo Milano è anche merito suo».

Un ascoltatore sottolinea come dalle parole del Baso si evinca che Ivanovic non è stato il suo Coach preferito…

«Invece no, è stato quello più duro, ma anche Repesa lo era ma con lui ero un punto di riferimento, dovevo dare l’esempio come avevano fatto con me Mitchell e Mannion. Ma meglio Ivanovic di tanti altri».

Poi un paio di perle, la prima stimolata da un intervento di Matteo Soragna…

«Una vecchia massima dai tempi della Nazionale, in cui si diceva che “avere i cogl… ed essere cogl…” è una cosa diversa…»

Si prosegue con il ricordo di un provino a Varese, in questo caso la domanda arriva da un ascoltatore, in cui doveva esserci Andrea Meneghin…

«Non fu nemmeno un vero provino, ma sì, doveva esserci il Menego, ma si ca.. in mano e non si presentò. Ovviamente scherzo, era già giugno erano andati via tutti. Feci un provino da solo con Rusconi allenatore ma mi disse chiaramente che c’era già Meneghin, c’era il Poz e quindi era impossibile prendermi. Ero uscito dalle giovanili di Reggio quando non si sapeva ancora se avessero fatto la squadra».

«Anche Gigi sta facendo bene quando tutti credevano fosse finito, invece lui sta portando anche più di quello che ci si poteva attendere, capendo il suo nuovo ruolo. Devi essere intelligente a comprendere cosa serve alla tua squadra: Gigi lo sta facendo alla grande»

Per quello che hai visto, ti chiederei un giudizio sul Milano, che si sta ben comportando in questa stagione Europea, al terzo anno di Ettore Messina… ora un paio di sconfitte dopo l’8/1 per cominciare… come li vedi e credi sia un caso del calendario oppure, come penso, sono proprio la squadra di Ettore Messina vera e propria?

«Sì, se l’è creata per com’è lui e tutti rispondono bene, cosa non scontata. Certamente il calendario è stato un po’ strano, ma anche in casa devi vincere, poi han giocato con tante grandi. E comunque con le più piccole non è facile, non è l’Eurolega di prima con squadre di livello basso. La settimana in Russia? Il viaggio è bello tosto: dopo la prestazione disumana di Istanbul nessuno si aspettava un crollo simile, ma si vedevano certi giocatori stanchi, senza quella voglia che li caratterizza, l’aggressività difensiva, gli avversari arrivavano sempre prima e quando c’è questo divario non puoi competere. Con lo Zenit se la sono giocata ma vincere fuori casa non è facile. Il calendario li ha sicuramente favoriti, ci sono due W esterne importanti e tutti i successi in casa. Stanno andando bene, nessuno si aspettava che una squadra nuova già da subito fosse così. Dalle prime vittorie, la prima col Cska, hanno preso fiducia e sicurezza nei propri mezzi: quando difendono sono belli da vedere. Anche Gigi sta facendo bene quando tutti credevano fosse finito, invece lui sta portando anche più di quello che ci si poteva attendere, capendo il suo nuovo ruolo. Devi essere intelligente a comprendere cosa serve alla tua squadra: Gigi lo sta facendo alla grande».

La tipologia di giocatore con cui ti sei sentito meglio?

«Quando parti da zero e devi crescere devi essere camaleontico. Quando sono arrivato in F avevo davanti grandi campioni come Myers. Io nasco come guardia, poi Dado Lombardi mi spostò a play ma non avevo il ball handling e la visione di un play. Arrivando lì non puoi pensare di giocare al posto di Myers e o dietro di lui, anche perchè giocava 38 minuti… Non ero questo grande tiratore a Reggio e mi sono dovuto adeguare alle caratteristiche degli altri. Avevo spazio ma mi sono dovuto inventare il tiro: quello piazzato era l’unica arma, quelli “ignoranti” sono altro, vengono dopo. Dovevo portare palla, la prestanza fisica mi permetteva di farlo e chiamare i giochi, poi piano piano cresci, capisci, ile solo mi faceva molto. A me piaceva avere il playbook delle squadre con tutti gli schemi, ero malato, subito dopo la partita volevo sapere tutto. L’ho fatto sempre fino a 41 anni, anche a Capo non riuscivo a giocare senza sapere tutto».

Nulla da aggiungere, semplicemente il “Baso”.

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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