Eurolega 2021/22, analisi della stagione sino ad oggi: i perchè del livello attuale

alberto marzagalia
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Eurolega 2021/22 sempre sotto la nostra lente d’ingrandimento. La nostra possibile lettura dei dati statistici presentati ieri.

Ieri vi abbiamo presentato una serie di dati statistici che riguardano la stagione 2021/22, la maggior parte dei quali attesta come la parte difensiva del gioco abbia oggi una predominanza abbastanza netta.

Oggi proviamo a presentare quelle che sono le nostre chiavi di lettura, con qualche critica se la riteniamo giustificata, ad un livello di gioco che sinora non ci sta soddisfacendo al 100%, contrariamente a quanto quasi sempre avvenuto nelle stagioni scorse.

Entriamo nel dettaglio delle tre situazioni statistiche elencate ieri.

Partiamo dai PUNTI SEGNATI NEI SINGOLI QUARTI.

Quelle 42 volte in cui una squadra non ha superato quota 10 punti, su 396 quarti giocati, ci pare un dato decisamente negativo.

Ok le grandi difese, con sistemi già ben rodati ed un linguaggio del corpo nella propria metà campo veramente aggressivo per tante squadre, ma il fatto che tale anomalia sia accaduta un terzo delle volte in più rispetto allo scorso anno ci pare veramente eccessivo.

Se le due occasioni in cui Fener ed Oly si sono fermate a 3 (!) punti possono essere considerate un’eccezione pressoché unica, è il dato globale che non ci convince.

I perchè? Possono essere tanti, ma per noi ve ne è uno su tutti.

Tanti attacchi oggi si basano un po’ troppo su quei famosi vantaggi che si creano dal “pick and roll”, irrinunciabile per chiunque. La presenza di un trattatore di palla primario talentuoso e capace ha reso un po’ pigre le organizzazioni offensive. Se in NBA tanto di quel vantaggio può essere sfruttato perchè le aree dei tre secondi non possono essere intasate anche da regolamento, da questa parte dell’oceano quella situazione non si verifica. La presenza di corpaccioni che occupano spazi obbliga a cercare linee di scarico che gli ottimi sistemi difensivi europei rendono complicatissime da trovare. Ne deriva una stagnazione per diversi secondi che pone gli attacchi in emergenza nella seconda parte del possesso offensivo.

I singoli quarti ci portano ai PUNTI TOTALI REALIZZATI NELLE SINGOLE GARE, che ne sono conseguenza automatica.

Un grandissimo Coach un giorno ci disse, a proposito del contropiede: «Tutti vogliono correre ad inizio stagione, poi cominciano a stancarsi e si finisce per giocare sempre a metà campo».

Vero, ma non stiamo discutendo di solo contropiede. Diverse squadre, anche alcune “big”, fanno molta fatica ad avere una transizione offensiva di una certa rapidità. Lo abbiamo chiesto, ad esempio, a Jasikevicius, in occasione della trasferta a Milano del suo Barça ed il Coach lituano ci disse che «è difficile avere una transizione rapida se difendi male e prendi sempre canestro».

Anche questo è vero, ma cozza con il livello difensivo generale di questa lega, che ci pare l’unica certezza non criticabile. Perchè se si difende così bene non vediamo transizione a determinati ritmi? Francamente ci pare più una scelta che una mancanza di opportunità, proprio in questo contesto tecnico.

Il fatto che 54 volte su 198 scores ci sia una squadra che segna meno di 70 punti è un’altro dato che personalmente soddisfa pochissimo.

E tra le ragioni che portano a questo ci permettiamo di indicare un fattore di semplicissima cultura cestistica di diversi allenatori.

«Non sono d’accordo con chi sostiene che si gioca bene solo ad un numero di possessi limitati e che quindi le grandi partite si giochino ai 70». Così ci ha parlato Sergio Scariolo poche settimane fa in un’intervista su AREA 52. Siamo d’accordissimo col Coach della Virtus. Ci sono tanti modi di giocare bene e nessuno ha valore maggiore di un altro in linea di principio. Non è certo il numero di punti subiti il dato da tenere in considerazione quando si parla di buona o cattiva difesa: certo, è importante, ma la vera valutazione va fatta sul ritmo di gioco e sul numero di possessi. Lì si vede chi difende e chi non lo fa.

Aggiungiamo due ulteriori valutazioni che ci paiono altrettanto importanti.

La prima è che le grandi difese si attaccano anche non facendole schierare, quindi si torna al concetto di transizione offensiva rapida che renda inefficace quella difensiva. La seconda è legato alla personalità degli interpreti, soprattutto quelle “pointguard” di cui si è detto prima. Un esempio chiarisce la nostra idea… Sergio Rodriguez, di fronte ad una grande difesa come quella dello Zenit non ha alcun problema ad imporre il suo gioco, il suo ritmo ed il suo talento grazie ad una personalità che è perfino cresciuta con l’esperienza. Sa entrare tra le righe dello spartito avversario e lo sa fare con tempi e modi corretti. Tanti altri pari ruolo, di fronte all’aggressività di un sistema difensivo, vanno in crisi solo a vederlo.

Tutto ciò ci porta direttamente all’ultimo punto toccato coi dati di ieri, ovvero GLI SCARTI DELLE SINGOLE GARE.

16 gare oltre i 21 di scarto con già 4 scollinate oltre i 30 sono uno sproposito su un totale di 99 partite. Ma non si diceva #everygamematters ? Non pare quest’anno, con quasi il doppio delle asfaltate rispetto al 2020/21.

Chiaro che molte squadre abbiano imparato a “darla su” nel momento in cui vedono che non c’è più nulla da fare, pensando all’impegno successivo che, anche coi tornei nazionali, arriva a stretto giro di posta, tuttavia il problema è che moltissime di queste asfaltate sono maturate già nei primi momenti della gara, o comunque entro l’intervallo lungo.

Le stesse gare con scarti entro i 10 punti sono diminuite sensibilmente rispetto alle prime 11 giornate di un anno fa: 53 contro 62. Meno equilibrio, meno emozioni.

Qui ci sentiamo di poter essere un po’ più “cattivi”: non è che ci sono in giro alcuni, forse troppi, giocatori inadatti a questo livello rispetto ad uno zoccolo duro di colleghi che invece non hanno mai intenzione di mollare? Diverse performances ci hanno portato a questi brutti pensieri…

Non va infatti tralasciato il tema della precoce fuga verso la NBA di tanti giovani talenti che avrebbero potuto dare lustro all’attuale Eurolega. Tra chi l’ha toccata brevemente (Bolmaro, Avdija, Bitadze, Pokusevski) chi non l’ha giocata ma avrebbe potuto esserne parte significativa (Sengun, Hayes), chi seppur giovanissimo ha lasciato una traccia importante (Garuba) e chi, sebbene più avanti con gli anni, questa lega l’ha saputa dominare (Campazzo), esserne atleta determinante (Deck) o comunque decisamente di valore (Vildoza). Tutti giocatori che avrebbero innalzato senza alcun dubbio il livello generale.

Di conseguenza accade che si verifichi ancora il dominio di tanti campioni con diverse primavere alle spalle come il già citato Rodriguez, Rudy, Llull, Hines e Datome, tra i primi che vengono in mente, ed il ricambio generazionale ad alto livello diventa sempre più complicato.

In conclusione ci sentiamo di poter affermare che attualmente il livello di pallacanestro di questa Eurolega si possa definire tutt’altro che soddisfacente.

Le grandi difese si fanno amare da tutti: critica, pubblico e staff stessi. Trascinano, esaltano e… sì, portano tante belle W, ma questo gioco si chiama sempre pallacanestro.

Ed allora ricorriamo alle parole di un grandissimo Coach come Pablo Laso che, in almeno due occasioni (Belgrado 2018 e Tenerife 2021) ci ha detto con convinzione che «Non sarò io quello che ti dice che la difesa è più importante dell’attacco o viceversa. Sono due fasi altrettanto decisive in cui si deve vedere il valore di una squadra, con perfetto equilibrio».

Se questo equilibrio c’è, che gli attacchi di Eurolega battano un colpo.

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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