Andrea Trinchieri: Siamo qui per coltivare sogni, ma in Eurolega è durissima stare in alto

alberto marzagalia
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Andrea Trinchieri è stato ospite nella prima puntata di AREA 52, il nuovo contenitore su Twitch.tv che vuole diventare il riferimento per il mondo di Eurolega ed Eurocup.

Andrea Trinchieri, ospite di AREA 52, ha toccato diversi argomenti che riguardano il suo Bayern nonché l’intero mondo di Eurolega.

Sul suo “saremo sicuramente buoni ma non so quanto”…

«Ho portato sfiga… In questo momento siamo un disastro, mancano sette giocatori, non abbiamo fatto un allenamento, a malapena sappiamo i nomi. E’ un altro modo di fare qualcosa, però. Tra COVID di giocatori vaccinati, perchè lo siamo tutti e senza complicazioni, qualche operazione, qualche infortunio di prestagione… Non mi aspettavo questo e non siamo ancora quello che vogliamo essere, lo scopriremo giocando, così come scopriremo dove dobbiamo intervenire: è la cosa più complessa che mi è capitata in una prestagione. Ma è così, sarebbe noioso continuare, domani si gioca, è difficile. Di cose facili in Eurolega non ce ne sono».

Le chiamate offensive del Bayern Monaco… (dopo l’intervista di Obradovic che parlava di 120 giochi al Fener).

«120,130, 110… siamo ampiamente sopra i 100. E’ una scelta. Anni fa incontrai Joe Dumars, io ero un grande amante dei “Bad Boys” per come interpretavano la pallacanestro. Ed ero grandissimo estimatore del compianto Chuck Daly, per quello che è riuscito a fare per come ha messo insieme cose dove altri hanno fatto fatica. Chiesi a Joe come giocavano e la risposta fu che Chuck li lasciava liberi, con 8-10 cose sulle quali però non transigeva, che si dovevano conoscere perfettamente. Ma aggiunse che oggi non si può più fare perchè i giocatori non stanno più insieme 8, 5 o 3 anni. Domenica ho esordito in campionato con 2 giocatori che avevano già giocato insieme, l’ho realizzato nel dopo partita. Ed allora cerchi con un sistema di metterli insieme tutti. Quel sistema diventa un’ancora per i tuoi giocatori e per il tuo gioco che, sia chiaro, è sempre in relazione agli interpreti che hai. Vedo difficoltà a non fare un volume di chiamate molto ampio, ma il segreto di Pulcinella non è quanto cui fare in attacco. Non allenandosi mai non posso preparare ogni partita sugli schemi degli avversari: più ne ho già visti io, più è facile ricordare ai miei come difenderli perchè l’abbiamo già fatto in allenamento. E’ il momento, la situazione delle 90 partite e dei giocatori che cambiano ogni anno».

Sul tema infortuni…

«E’ un’utopia. Guardiamo alla NBA come esempio massimo, ma quella viene giocata in un campionato, in un paese e tutto è uniformato. Gli infortuni derivano dal fatto che giochi il venerdì, poi viaggi il sabato mattina e rigiochi la domenica contro una squadra che si è riposata 7 giorni ed imposterà la partita su un ritmo che non puoi sostenere. Se vuoi stare in partita devi cercare di pareggiare un ritmo ed un’intensità che forse le tue gambe ed il tuo corpo non ti permettono in quel giorno».

«Gli infortuni sono “part of the business” ma quando hai fuori il tuo miglior giocatore, il tuo investimento non produce. Dobbiamo cercare il modo di uniformare le competizioni. Noi giochiamo con palloni diversi tra il venerdì e la domenica, è una cavolata. Vogliamo tutelare lo spettacolo? Oggi in Europa è complicato. L’Eurolega è il top in Europa, con un’importanza di ogni possesso ed una pressione che si riscontra solo forse nei Playoff NBA».

Ancora su quel “saremo buoni”: dove può crescere il Bayern di quest’anno…

«Se dico che vogliamo fare meglio dell’anno scorso mi devono sparare. Siamo andati ad un possesso dalle Final 4. Solo un folle potrebbe pensare una cosa del genere ed io non voglio essere quel folle. Vorrei provare a competere in tutte le partite, provare ad avere una rotazione un po’ più uniforme ed omogenea dell’anno scorso, con i tanti giocatori che abbiamo che possono giocare in più ruoli. Alla fine però devo trovare 10 squadre che stiano fuori dai Playoff: l’anno scorso sono state fuori squadre come le greche od il Maccabi, gente abbonata alle Final 4. Il livello non è mai stato così alto, quindi dire “vogliamo fare meglio” è una baggianata. Vogliamo competere, riprovarci: siamo qui per coltivare sogni, ma a volte i sogni diventano realtà, a volte no».

E’ per ragioni di cultura sportiva che rimani all’estero a lavorare?

«Non credo sia importante che io stia all’estero, è più importante rimanere obiettivi. Quanti anni di investimenti ha dovuto fare l’Efes per vincere un’Eurolega? Quanti il Fenerbahçe? Poi anche quando investi, una volta vai alle Final 4, un’altra la prendi nei denti e devi aver la forza di tornarci l’anno dopo e non sempre ci riesci. Bisogna capirsi su cosa vuol dire competere ed avere successo quando si fa una cosa».

Sul percorso societario del Bayern, con tanti passi avanti progressivi…

«Non abbiamo mai fatto un passo più lungo della gamba. Non possiamo iscriverci ad un certo tipo di mercato dei giocatori. Ed allora devi essere creativo e scommettere su qualcuno che è scivolato via dalle luci della ribalta. Attendo con grande curiosità cosa sarà il Bayern dopo la costruzione della nuova arena, di cui mi dicono cose strabilianti. Poi tra dire e fare c’è sempre il mare e se sarà l’Adriatico o l’Atlantico lo vedremo».

Su Deshaun Thomas: sottovalutato? Perchè l’esilio giapponese?

«Ogni anno ci sono giocatori che fanno quelle scelte succede sempre per vari motivi. E’ andato in Giappone, è sparito dai radar. Là l’organizzazione è straordinaria, mentre il gioco deve ancora svilupparsi, quindi è difficile valutare i giocatori che giocano lì, come quelli che giocano in Cina: bisogna parametrare richiesta tattica e fisica, che sono più basse, è rischioso».

«Lui è una “combo wing” o “combo forward”, uno che ha unti nelle mani. Il nostro obiettivo è svilupparlo in due posizioni, anche perchè oggi non ne abbiamo altri… Quando va in ritmo è impressionante. Ha bisogno di qualche km per l’evoluzione dell’Eurolega e per il suo anno in Giappone. E’ stato preso perchè fa canestro e lo sa fare in modi diversi. Noi non abbiamo avuto paura di prendere giocatori sotto taglia, anche perchè quelli di taglia non potevamo prenderli. Lui ha talento ed io lo definisco un “coltellino svizzero”: ha l’apribottiglie, ha il cavatappi, ha il seghetto… Cerchiamo di usarlo con tutti i suoi accessori».

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Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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