Italbasket, è il trionfo di Meo e di 12 ragazzi che sono una squadra

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Italbasket alle Olimpiadi 17 anni dopo. Insperata, inattesa ed impronosticabile è arrivata una qualificazione che va valutata senza commettere ulteriori errori.

Chi l’avrebbe mai detto? Forse ci credevano solo loro, Meo, il suo staff e 12 ragazzi che hanno compiuto un’impresa straordinaria.

95-102: leggenda.

Impresa che è ancora più grande se pensiamo allo stato del basket italiano in generale, che resta sotto un livello medio accettabile, se non più giù.

Leggere una pagina così importante nella storia della nostra pallacanestro impone sicuramente una divisione tra quanto funziona a livello di individualità, siano essi club o giocatori singoli, e quanto invece non va, praticamente tutto, a livello di sistema.

Una riflessione non può non partire da un dato fondamentale. Se è vero, e lo è, che i quattro protagonisti principali di questa nazionale sono stati Mannion, Polonara, Fontecchio e Pajola (nell’ordine che preferite…) è bene sottolineare come il primo sia di formazione americana, come il neo Fenerbahçe, MVP della gara, sia esploso a Vitoria, così come Fontecchio lo ha fatto a Berlino, mentre il solo Pajola sia prodotto italiano vero e proprio, ma non va dimenticato come sia stato un Coach serbo, Sasha Djordjevic, a dargli lo spazio che ha poi dimostrato di meritare.

Poi in azzurro c’è Melli, un po’ arrugginito dalla tanta panca in NBA, ma dimostratosi di alto livello Eurolega tra Bamberg ed Istanbul, nonchè Michele Vitali, reduce da esperienze tra Andorra e Bamberg, intervallate da Sassari, prima del recente approdo alla Reyer.

Stefano Tonut è, con Pajola, l’altro unico prodotto italiano a tutti gli effetti, tra i sette atleti ieri scesi in campo in doppia cifra di minuti.

Coach Meo lo ha detto chiaramente: «Chi va all’estero cresce e migliora». Sia chiaro, nel mondo di oggi è normalissimo avere esperienze oltre confine, ma è il momento del salto di qualità quello che a mio parere va preso maggiormente in considerazione. E questo, per almeno 5 dei 7 protagonisti indicati, è avvenuto fuori dall’Italia.

Meo, appunto, l’artefice numero uno di tutto ciò.

L’uomo “normale”, quello che non è protagonista assoluto come tanti colleghi, né in panchina, né in sala stampa, l’amico con cui puoi sederti davanti ad un salame ed una bottiglia di vino per discorrere di tante cose, in primis della sua pallacanestro, tanto semplice quanto efficace.

«Cosa volevi che facessi con quei giocatori? Era meglio che ad un certo punto la palla l’avesse in mano gente come Logan o Dyson, perchè se anche hai giocato il possesso più organizzato e complicato del mondo, con un “set” offensivo bellissimo, ma mancano 3-4 secondi e devi tirare, questi magari la mettono rispetto ad altri che fanno scadere il cronometro dei 24″».

In queste parole’ c’è tutto Meo. La domanda, per certi versi impertinente ma in realtà semplice richiesta di una lezione tecnica, gliela feci poche settimane dopo l’inopinato esonero sassarese. E quella risposta fu la lezione tecnica che cercavo. Forse poco tecnica ma molto logica e pratica. Come Meo.

«Con questi giocatori anche l’allenatore diventa più bravo». E’ sempre lui, tipicamente, quello che commenta il trionfo di Belgrado.

Chi l’avrebbe mai detto? Sicuramente non chi ha messo l’allenatore formalmente alla porta da mesi, con tanto di nomi per la sostituzione fatti più o meno trapelare. Forse sarebbe bastata una stretta di mano dopo la sirena di ieri, poiché in quell’abbraccio c’è qualcosa che non può piacere a nessuno.

Un Coach, uno staff, 12 giocatori: i protagonisti di un’impresa memorabile sono loro. Nessun altro.

L’errore più grande che si potrebbe fare oggi è quello di celebrare Belgrado come la crescita di un movimento, cosa ben lontana dalla realtà.

La Nazionale può e deve essere traino per quella finalmente auspicabile crescita, ma non vanno dimenticate le basi, che oggi non ci sono perchè è dall’ammonimento di Recalcati nel post Atene che non si fa più nulla, e se lo so fa lo si sbaglia.

In Italia ci sono alcuni club meritevolissimi, con imprenditori alle spalle che ci credono. Vanno convinti che oltre ai propri colori serve appoggiare fattivamente anche quelli azzurri, ma perchè possano crederci va presentato finalmente un progetto di riforma strutturale che parta dalla base.

In Italia ci sono un manipolo di atleti che si sono costruiti un futuro da soli, rischiando su se stessi ed andando a lavorare dove ritenevano che le condizioni permettessero loro di crescere.

Ci vorranno 5, 10 anni, ci vorrà quel che ci vorrà, ma allora si potrà guardare al futuro con ottimismo giustificato e non si dovranno più celebrare imprese singole come una sorta di tachipirina che toglie l’infiammazione ma non cura l’origine del dolore.

Oggi smaltiamo la sbornia, ma dopo il classico “hangover” proviamo a partire tutti insieme facendo di questi 12 ragazzi, del loro Coach e del loro staff la pietra su cui costruire qualcosa che valga perchè con basi solide.

Continueremo a parlarne, ci perdonerà l’Eurolega se per qualche settimana indirizzeremo le nostre attenzioni a questo tema, un po’ fuori dal nostro “core business” ma certamente molto dentro l’amore per il gioco.

(Photo: http://www.fiba.basketball )

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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