Olimpia-Virtus, se si parlasse di pallacanestro…

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Olimpia-Virtus, ovvero la finale in cui tutto quello che nessuno si aspettava è accaduto con disarmante regolarità nelle prime tre partite.

3-0, secco, strameritato, tanto incredibile quanto estremamente giusto dopo gare in cui si è vista una sola squadra in campo con la vera mentalità da Playoff.

«Sono i Playoff, lo scorso anno non ci avete visto, avete parlato per un anno ma non sapevate quali saremmo stati nei Playoff. Stiamo giocando nella maniera giusta».

Onore a Sasha Djordjevic: parole di stracolme del giusto orgoglio come di tanta realtà, perchè fortunatamente accade che chi gioca meglio vince.

Non sempre, purtroppo, ed è per quello che non smetteremo mai di dare più peso al valore della prestazione piuttosto che a quello del risultato. Alla lunga, poi, quei valori premiano, perchè il «ball don’t lie» di “Rasheediana” memoria non vale solo per un tiro libero sbagliato a seguito di un fischio non dovuto.

Da domenica a Milano si parla solo ed esclusivamente di Olimpia e di quali siano le possibili cause di un rendimento bassissimo, nettamente inferiore a quello di rivali che si ritenevano, anche giustamente per certi versi, inferiori.

Giusto provare a ragionarci sopra, difficile farlo a caldo ed oltretutto in una serie che per la matematica, l’unica…, resta ancora aperta.

Totalmente errato però pensare solo a se stessi, come se gli avversari non esistessero, come se tutto dipendesse solo da ciò che si mette in campo, indipendentemente da quanto possa diventare alta la montagna che i rivali ti chiedono di scalare.

Parere personale? Ok, Milano è più forte della Virtus. Realtà di oggi (ed anche parere personale)? La Virtus è molto meglio di Milano.

Le rotazioni difensive di Djordjevic, le scelte sgradite cui ha obbligato i portatori di palla avversari, il saper togliere quel famoso “short roll” del maestro Hines che tanta gioia e libertà ha donato sul perimetro ai vari Punter, Shields e Datome per tutto l’anno, la copertura sulle linee degli “skip “pass” che non ha dato respiro: tutta roba che vuol dire grande merito per un allenatore che la imposta e per un gruppo di giocatori che la mette in pratica.

La Virtus è poi più pronta mentalmente ed è fisicamente molto più brillante, ma dimenticare la pallacanestro con le sue tattiche e le sue esecuzioni, vuol dire fare torto a chi la sta interpretando al meglio.

Grazie a Dio oltre alle polemicuccie da bar dello sport esiste anche il gioco, quello vero, quello che appassiona indipendentemente dalla maglia che indossi: ecco, le V nere sono uno spettacolo.

E lo sono perchè hanno completamente azzerato il gap tecnico che esiste tra le due squadre, che poi è l’obiettivo numero uno di chi è sfavorito. Ad alcuni riesce, o meglio, sta riuscendo anche nel risultato, come a Djordjevic, ad altri riesce senza avere l’esito meritato, come ad esempio Andrea Trinchieri, Xavi Pascual o Pablo Laso durante i recenti Playoff di Eurolega, piuttosto che allo stesso Ettore Messina in semifinale contro il Barça. Il valore della prestazione resta immutato.

L’Olimpia Milano ha giocato sino a dieci giorni fa una stagione straordinaria, vincendo quello che doveva vincere in Italia e compiendo un percorso ottimo in Europa. Negarlo e parlare di fallimenti è una follia, proprio perchè quel valore della prestazione non va mai dimenticato, ma oggi trova di fronte chi si sta dimostrando migliore nel gioco della pallacanestro.

Ettore Messina, che sino a pochi giorni fa era magistralmente riuscito a mascherare alcune importanti lacune strutturali, oggi ha semplicemente trovato chi le ha messe a nudo implacabilmente. Succede, nella vita come nello sport, senza che diventi una tragedia.

Siamo nel mondo in cui un’etichetta non si nega a nessuno, sembra quasi una necessità viscerale quella di definire senza se e senza ma una situazione o un protagonista della stessa in maniera definitiva, come se l’opinione personale potesse diventare realtà assoluta.

Milano oggi ha un passo fondamentale da compiere, quello più importante di qualsiasi risultato. Mettere in campo quella cultura del lavoro e dell’etica a cui Ettore Messina e Christos Stavropoulos lavorano da due anni. Uscire totalmente da quel mondo di alibi e di spocchiosa presunzione che in passato, con la gestione societaria precedente, ci ha regalato momenti di assoluta ilarità in cui si è parlato di affitti, di arbitri contro, di calendari, di guardie che giocano in Eurolega impossibilitate a seguire quelle di una rivale italiana ed altre frivolezze che nemmeno in certi annoiati salotti si possono udire.

Ed uscire da questo incommentabile passato vuol dire anche ammettere che se tiri con una percentuale pessima tutto ciò accade anche perchè l’avversario ti porta a prendere tiri qualitativamente inferiori rispetto a quelli che eri abituato a fare.

Vuol dire ammettere che se i tuoi tanto discussi giocatori italiani rendono, con l’eccezione di Gigi Datome, pari allo zero, se non addirittura in negativo, beh, magari è stato più bravo chi ha sacrificato qualche gara in stagione coinvolgendoli proprio in momenti difficili. Ed oggi non puoi pensare che tutto ad un tratto, da soprammobili dimenticati in quell’angolo di casa impolverato, diventino oggetti d’arte pregiatissimi solo grazie alla passata di uno straccio.

Vuol dire ammettere che se arrivi sempre tardi su ogni palla 50/50 è perchè gli altri sono più pronti e meglio preparati mentalmente e fisicamente.

Vuol dire ammettere semplicemente che oggi c’è qualcuno migliore di te, ovvero la miglior benzina per accendere il fuoco delle gare e delle stagioni che verranno.

Più di 90 gare, che poi, tra queste ci sarebbero quelle specie di amichevoli denominate Supercoppa tra fine agosto ed inizio settembre, sono un peso pazzesco da sopportare per chiunque. Rispetto a chi ne ha giocate di meno, e non mi riferisco alla Virtus ma alle pari ruolo di Eurolega, si dovrebbe valutare anche la qualità degli impegni (cosa dovrebbero dire Real e Barcellona, che giocano un campionato super competitivo per ben 36 gare di stagione regolare?).

Ma se Milano ricadesse nella cultura dell’alibi allora si andrebbe incontro ad altri giorni bui, cosa che non posso pensare di fronte a protagonisti dello spessore di Messina e Stavropoulos.

Questa non è una serie, finora, impossibile per l’Olimpia per via del calendario, dei viaggi, delle basse percentuali o di altre amenità: lo è perchè la Virtus, ed è giusto ripeterlo ancora, è semplicemente migliore sino ad ora, e nemmeno di poco. Gioca una pallacanestro di un’altra categoria grazie ad un’organizzazione ottima e ad un approccio mentale perfetto.

A bocce ferme chi di dovere analizzerà il tutto e ne trarrà le dovute conclusioni, magari ammettendo dove si è sbagliato.

A proposito, quelle bocce non sono ancora esattamente ferme. La valchiria Brunhild, la “fat Lady” più famosa, non ha ancora cantato. Che nessuno lasci il teatro prima della conclusione dell’opera, quello sarebbe assolutamente inaccettabile ed imperdonabile. Non succederà.

(Photo: Twitter Olimpia Milano – Virtus Bologna)

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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