OLIMPIA-BAYERN? NO, MESSINA-TRINCHIERI… IL PRESCELTO DELLA DOTTA CONTRO IL POETA GUERRIERO

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Olimpia-Bayern? Serie Playoff intrigante, la grande sfida tra Ettore Messina ed Andrea Trinchieri. Ce la presenta Fabrizio Provera, che ha voluto regalarci questo ritratto dei due Coach.

“Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. 

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.“

L’abisso di nietzcheana memoria descrive alla perfezione quello che accadrà da martedì. Non è infatti, o non è soltanto (la nostra tesi, cui concediamo ovviamente dialetticamente una chance ai cultori dell’antitesi), il quarto di finale più atteso dai fan italiani dell’Eurolega, ossia quello tra l’Armani Milano e il  Bayern Monaco  a trazione tricolore (Trinchieri-Vertemati-Baiesi). E’ anche, per noi soprattutto, la sfida (nella sfida) tra due allenatori dalle incredibili ‘similitudini’ e dalle altrettanto evidenti dissonanze: ça va sans dire, Ettore Messina e Andrea Trinchieri.

Ed è soltanto per le traiettorie impercettibili  cantate da Franco Battiato che il più eccentrico e brillante, tra gli allenatori italiani di pallacanestro ‘da esportazione’, come appunto Messina o Sergio Scariolo, sia assurto alla gloria cestistica con un curriculum così colmo di minors (e di minoritas cestistica) da considerarsi più unico che raro.

Andrea Trinchieri, nato a Milano nel 1968 da padre diplomatico e madre dal sangue jugoslavo (e croato), che agli esordi della sua esperienza in terra di Serbia (parliamo della sua stagione al Partizan Belgrado) è stato selvaggiamente insultato dalle tifoserie avversarie in quanto italiano e in quanto croato, rispose in quell’occasione da par suo: ‘Dissi che dovevano decidersi, o mi riempite di improperi perché italiano o perché croato, fate vobis’,  al cospetto di giornali e media (Trinchieri è tra gli allenatori più poliglotti del mondo: alle tivù slave parla slavo, padroneggiato al pari dell’inglese e di altre lingue).

Andrea Trinchieri, tuttavia, diventa il ‘Poeta Guerriero’ solo una decina d’anni fa (e solo nel 2013 sulle colonne del Corriere della Sera e in un celebre pezzo firmato da Werther Pedrazzi), a Cantù. 

Ci siamo sempre chiesti (e avremmo pagato oro le trascrizioni…) cosa sarebbe successo se Aldo Allievi avesse dovuto trattare con Trinchieri l’acquisto di giocatori. ‘Nan, ta ma fe spend un sac da danè..’, al che il coach avrebbe certamente replicato (al geniale commerciante di acque e bevande..), ‘presidente, c’è una grande differenza tra l’acqua del rubinetto e la Perrier…’.

Aldo Allievi però avrebbe passato  il testimone societario negli anni Novanta del Secolo Breve, molto prima dell’avvento di Trinchieri, nobili genere natus da un ex alunno della Harvard University. Un cosmopolita dalla vivida e spiccata intelligenza, amante del citazionismo churchilliano (‘Quando sei all’inferno, puoi soltanto camminare’, ‘Mi abbevero a uno dei miei pensatori di riferimento, Winston Churchill: il coraggio è la virtù più importante. Dobbiamo avere una coraggiosa umiltà’, amava ripetere al tempo degli esordi, al cospetto di spaesati cronisti sportivi della provincia lombarda, quella più profonda), amante ‘irredento’ della palla col cesto a spicchi arancioni. Disciplina che a detta sua, e di tutti gli amanti del ‘genere’, è la più riuscita metafora della vita in un rettangolo di 28 metri per 15. Il cursus honorum del giovane rampollo sembrava segnato: per lui si sarebbero dischiuse le porte di Harvard e i prodromi di una tranquilla, brillante carriera diplomatica. Il ragazzo, come detto, padroneggia le lingue. Svernerà in qualche sede diplomatica secondaria per poi finire a Londra, Berlino, Parigi o Washington. Ma quel sogno, direbbe Peter Weir (e Trinchieri è una ‘spugna’ compulsiva di letteratura, storia e cinema), si spezza presto. ‘Non andrò ad Harvard, diventerò uno dei più grandi allenatori di basket in Italia e nel mondo’. Perbacco figliolo, avranno pensato i genitori, passare anni interi tra il San Pio X, le giovanili dell’Olimpia Milano e poi del Basket Magenta, giocare in palestre con perdite d’acqua, spifferi e linoleum non dev’essere propriamente l’anticamera della grandezza cestistica.. Ma Trinchieri ha sempre fatto tutto ‘My way’, sbeffeggiando e irridendo i conformismi e le convenzioni. Appoggiandosi (mai adagiandosi) su di un’intelligenza decisamente superiore per esplorare nuovi campi e coltivando un’atavica irrequietezza, fino a costruire una personale cosmogonia al confine della mistica di Strapaese (tra amori, odi, scazzottate fuori da nebulose osterie di provincia, tutto sospeso tra realtà e romanzo sportivo).  All’età di 36 anni, piuttosto in ritardo rispetto alla ‘media’, la prima e vera svolta. Dalle parti di Cremona, più precisamente a Soresina, nell’oltrepadanesimo più ortodosso, vive una famiglia impegnata (con profitto e successo) nel commercio di prodotti petrolchimici, i Triboldi. Secondo Triboldi, uno dei soci di quella intrapresa, è un personaggio dal genio commerciale indiscusso, eccentrico e bizzarro; quando un tifoso della squadra di pallacanestro locale- che la sua famiglia gestisce per 12 anni, dal 1999 al 2011 (Guerino Vanoli Basket, che poi passerà da Soresina a Cremona)- lo invita per una cena a tema messicano, la cronaca dei tempi parla di questo facoltoso imprenditore che si presenta abbigliato da Mariachi, tra lo stupore di commensali che rimangono ‘a boccaperta’.  Triboldi scova Trinchieri, che in passato era stato aggregato alle giovanili della prima squadra meneghina grazie all’ineffabile talento da scopritore di Toni Cappellari, il general manager dell’Olimpia che vincerà tutto negli anni della Milano da Bere (l’erede del nobile casato dei Rizzà di Mengalvio da Enego, Treviso, che nell’albero geneaologico vanta persino dei Pontefici, come raccontato dal nostro maestro Werther Pedrazzi, è sempre stato anche un grande amante dei Rolex. Chiedere per conferma a Franco Casalini. Ciò detto, è bene ricordare che lo scrivente si considera un vassallo del nobile conte Cappellari, che sempre per dirla alla Pedrazzi ha una sola colpa: aver vinto troppo…). In due soli  anni Trinchieri la porterà in serie A2, traguardo storico per quel sodalizio societario, ma soprattutto sovvertirà tutte le convenzioni socio-sportive all’ombra del Torrazzo. Come ricorda Michele Gerevini, uno dei pochissimi cronisti della provincia cremonese a capire subito la portata del ‘trinchierismo’ (assieme ad Alessandro Rossi, passato poi alla Gazzetta dello Sport), mostra subito “l’abilità di giostrarci come voleva, davanti a un bicchiere di Brunello, esortandoci con parole come inizia a bere qualcosa di umano, o al millesimato in barrique nel ristorante top di Cremona, piuttosto che il biancaccio nel retro banco dei Tre Gradini, con la Rossana a svasare a getto continuo marubini, gallina e cotechino. Una volta, partendo da una ‘cappella’ di Crespan, brutalizzato in allenamento (‘Io un potenziale campione ce l’ho. Lui, the big white hope; lui, che si è sciolto al primo sole’), arrivò all’affondamento della Bismarck passando per la resistenza palestinese a Gaza, attirandosi addosso le ire di parte dell‘intellighenzia cremonese, perché certi argomenti non li può trattare uno sportivo, pagato per fare altro”. Also sprach, Gerevini.

A Soresina e dintorni lo ricorda ancora oggi (anzi, lo venera…) un manipolo di seguaci oltranzisti, che capì subito come un allenatore del genere non sarebbe mai più riapparso. A Cantù conquista l’eternità dialettica scolpendo nel marmo l’irrisione ai parvenu del basket italiano (‘La Pallacanestro Sassari dovrebbe ricordare che Cantù, la mia società, ha vinto due coppe dei Campioni. Una delle quali da me usata saltuariamente come portapenne’), analogamente alla spiegazione del perché (nell’epica serie contro la Dinamo) Cantù arrivasse sempre a finali punto a punto: ‘Voi giornalisti dimenticate che l’azionista di maggioranza della Pallacanestro Cantù vende apparecchi elettromedicali per cardiopatici. Ecco, le partite di questa serie sono orientate all’incremento del fatturato aziendale’.

Olimpia-Fenerbahçe
Ettore Messina, che allenatore!

Ed eccola, l’evidente distonia con Ettore Messina. Che nella stagione 1983-84, a 25 anni, siede sulla panchina della Virtus di Alberto Bucci e dell’avvocato Porelli, che vinceranno  la stella regolando l’Olimpia con tanto di ‘bella’ al fu Palazzone di San Siro). A 25 anni, invece, Trinchieri sverna tra giovani Olimpia, le minors milanesi (con Mattia Ferrari nelle vesti di giocatore), i campionati del misticismo strapaesano con i gironi farciti di Social Osa, Itc Nerviano, Boffalora (dove allenerà Paolo Galbiati), Corbetta, Marcallo. Dove succede qualcosa di epico (e del tutto inedito). Marcallo con Casone è il grumo di case da cui proviene l’attuale Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia. Nel 1999 Trinchieri allena il Tony Magenta. Sulla panca dei Basket Players di Marcallo c’è Matteo Nobili, 24 anni, sodale ed amico di Pippo De Tomasi da Abbiategrasso, lungo di talento (e vena slava) passato dalla cronaca alla leggenda quando venne espulso durante un tempo supplementare.. Prima della palla a due. Marcallo-Magenta si gioca in una di quelle palestre tutte spifferi d’aria e linoleum. Marcallo vince, Trinchieri verrà espulso…

Benché ci siano 9 anni di differenza tra i due coach, a 30 anni Ettore Messina si avvia a scrivere la storia della Virtus di Alfredo Cazzola condensata nel più bello (e introvabile) libro sul basket italiano moderno: Tre volte Virtus (autore? Sempre lui, il nostro maestro Werthe Pedrazzi, quello che allenava Marco Giordani, figlio di cotanto padre, Aldo, e un principe, vero, che scuoteva prima delle partite con un ‘principe, scendi da quel cazzo di quadro di famiglia tutto in ghingheri ed entra in campo’. La vittoria più incredibile, coach Pedrazzi, la colse quando nel pre gara, in spogliatoio, irradiò la Cavalcata delle Valchirie). A 38 anni Ettore Messina ha già alzato tante di quelle coppe da riempire l’ala di un museo, alla stessa età Trinchieri si appassiona ai marubini del profondo cremonese, discute animatamente con  coach Eliantonio (…) e di lì a poco, a Veroli, tra una mozzarella di bufala e un piatto generosamente povero della provincia laziale, scoverà un centro in miniatura destinato a fare strada: tale Kyle Hines. E successe con Langford, Vlado Micov, sarebbe successe se Marko Scekic non si fosse spappolato un ginocchio, e via così discorrendo.

Ettore Messina, la mente sopraffina ed esigentissima (con se stessi e gli altri), è il Prescelto della Dotta. Il giovane rampollo del parquet passato senza soluzione di continuità dai teatri polverosi di città anonime alla Scala (del basket), nella sua multiforme accezione: Virtus, Treviso, Cska, Real Madrid, San Antonio Spurs.. E Olimpia. Chissà cosa c’è di vero nella confidenza da bancone di birreria che ci fu fatta anni fa, quando (sic dicunt, sic ferunt) pare che mancasse solo la firma su un fax notturno per cambiare le sliding doors che portarono Luca Banchi sulla panchina di Milano, ultimo ad aver raggiunto i playoff di Eurolega. Chissà.. The answer is (probably) blowing in the wind, dalle parti di Como. Dove (sic dicunt, sic ferunt) una squadra delle minors comasche (sempre lì si torna, le minors..) vide con grande sorpresa un famoso coach ed un altrettanto famoso dirigente sportivo di provenienza industriale, nella metà degli anni 10 del Duemila, seduti poco distante dal loro tavolo.

Dopo la parentesi italiana Andrea Trinchieri vola nella remota repubblica russa del Tartastan, a Kazan, dove i petro e gas-rubli di presidenti che sembrano usciti da una scena del Padrino  convincono campioni della ‘pedata’- e della palla col cesto- a scegliere di vivere, seppure pro tempore, in un posto che non è propriamente attrattivo come la piazzetta di Portofino. Raggiunta con Kazan la finale di Eurocup, la coppa Uefa del basket, Trinchieri viene ingaggiato l’anno successivo dai tedeschi del Brose Bamberg, franchigia dell’omonima cittadina nell’Alta Franconia, una via di mezzo tra i paesaggi di Heidi o Hansel e Gretel. 70mila abitanti, più di 70 birrifici attivi. Il Brose del tycoon dell’automotive Michael Stoscheck, fatturato da 6 miliardi e mezzo di euro. Nel mezzo, Trinchieri viene chiamato per una breve parentesi sulla panchina di una delle Nazionali più forti d’Europa. Come head coach della Grecia, Trinchieri gioca un Europeo sfortunato nel 2013, in Slovenia. Ma è in Germania che raggiunge l’apice della sua fama e del suo prestigio. Vince a mani basse tre campionati tedeschi in fila (“avevamo assunto una forza mentale imbarazzante, gli avversari ci vedevano sfrecciare come Beep Beep con Will Coyote, e rimanevano storditi”, dirà ex post), porta Bamberg a primeggiare in Eurolega, piazzandosi costantemente ai primi posti tra i migliori coach della competizione, a giudizio di colleghi e addetti ai lavori. Soprattutto, trasforma Bamberg in una sorta di piscina stile Cocoon; i giocatori che arrivano alla sua corte si rigenerano, piazzano la migliore stagione di sempre in carriera, triplicando (o quadruplicando) il valore di mercato e strappando ricchi contratti nelle annate successive, quando le maggiorenti d’Europa li portano via da Bamberg con proposte economiche irrinunciabili. Chiedere a Niccolò Melli, classe 1991, figlio di una campionessa olimpica di pallavolo a Los Angeles 1984; due anni con Trinchieri e, dopo la parentesi col Fenerbahce di Zelimir Obradovic, stacca un biglietto di sola andate per i New Orleans Pelicans, in Nba. O a Daniel Theis, casacca dei mistici Bosto Celtics sulle spalle, ed in ultimo a Daniel Hackett, altro intrigante oggetto a volte misterioso del basket azzurro, che dopo la ‘cura Trinchieri’ approda al Cska Mosca, con cui ha vinto l’Eurolega dopo anni di piazzamenti (e personali viaggi a perpendicolo tra luce e buio agonistico). Ed eccola la differenza tra le due versioni teutoniche di Trinchieri: il Bamberg di Zisis, Melli, Strelnieks, Hackett, Caseur, Wanamaker (ed altri) aveva ben più galloni di nobiltà cestistica rispetto al Bayern approdato per la prima volta al ballo d’onore (‘Noi saremo come gli imbucati, speriamo che i buttafuori non se ne accorgano’).

Per i trinchieriani ortodossi, questo Bayern di onestissimi mestieranti e degnissimi comprimari vanta tuttavia un giocatore che è l’epitome del trinchierismo: Vladimir Lucic, che con quella faccia un po’ così e l’espressione un po’ così  pare uscito da una canzone dell’avvocato Paolo Conte, ma che è l’icona di quella via di mezzo tra carneadi ed underdog che l’ex coach canturino trasforma con lo stesso effetto degli spinaci a Braccio di Ferro.

Vladimir Lucic da Belgrado, dove qualche anno fa l’iconico Sasha Danilovic (il ‘dio serbo e tatuato’ che da quelle parti è venerato come un eroe nazionale) viene accoltellatto nel mezzo di una cena da un amico (chissà fosse stato qualcos’altro), assieme alla lunga ed eletta schiera di giocatori che sotto la guida di Trinchieri sono passati da crisalide a farfalla,  è parso   l’upgrade in grado di conferire quell’ ‘auctoristas’ che- come direbbe Stefano Michelini, allenatore anch’egli, commentatore Rai e fine conoscitore del basket e degli uomini che gli ruotano attorno- consentirà a Trinchieri di far pace con la propria intelligenza. 

Che sarebbe finita così, ossia Messina contro Trinchieri, colpo da maestri degli Dei del Basket, lo abbiamo capito al modo di Jake ed Elwood Blues al cospetto del reverendo Cleophus James.

 Voglio… voglio raccontarvi cosa mi è capitato. Al mio risveglio, stamattina, ho udito uno strano rumore. Al mio risveglio, stamattina, ho udito uno strano rumore. Sapete che cos’era? Era uno scampanellio, di migliaia di anime perdute. E sto parlando delle anime di donne e di uomini che sono dipartiti da questa vita. Dove sono quelle anime perdute e tormentate che vagano invisibili sulla terra? Cercando la luce divina che ormai non troveranno? Perché è troppo tardi, troppo tardi sì!, troppo tardi perché possano vedere di nuovo la luce che un tempo hanno scelto di non seguire! Fratelli, io vi dico: non vi perdete quando arriva la vostra ora! Poiché il giorno del Signore arriva come un ladro nella notte! Amen!”

E’ il 21 gennaio quando, al Forum, il ciclone Olimpia si abbatte sul Bayern stordendolo da inizio a fine. 75-51, al modo in cui- anni prima- il Bamberg di Melli ne prende 30 in quel di Vitoria. ‘Quel giorno era partito male, la mattina erano passati due tifosi baschi a darci dei ceffoni già in allenamento’. Messina demolisce il Bayern, a seguire la press conference di fuoco che alimenta lo scontro dialettico tra i due.

La domenica successiva, nella tribuna stampa del Paladesio, confidammo a Gildo Broggi della Provincia di Como, filogogo trinchieriano (e socio della polisportiva Bayern Munchen…), che eravamo stati illuminati: ‘Gildo, ai quarti sarà Olimpia-Bayern’. Il reverendo aveva circonfuso di luce sacra anche noi, che tutto sommato siamo (già) dei devoti di don Validio, il parroco di Cucciago, dove un altro pretoriano del coach, Fabio Borghi, è riuscito a creare una società da 500 baby giocatori di basket in un paese di 3.600 anime.

Ossia, il più alto tasso giocatori di basket in rapporto alla popolazione di tutto il mondo. Miracolo ottenuto grazie alla devozione di Borghi (decimo uomo della Cantù di Ron Rowan, Di Giuliomaria e Dado Lombardi) ed evidentemente anche grazie ai rosari sgranati da don Validio.

Sarà una contesa tecnica aspra? Non lo sappiamo. Sarà un monologo Olimpia? Difficile. Pronostico chiuso e 3-1 per l’Armani? Chissà.. Saranno conferenze stampa post partita da distillare come un Port Ellen 1982? Senza dubbio…

Perché non sarà Olimpia contro Bayern. Ma sarà Messina versus Trinchieri.

I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, mentre i guerrieri sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere.

Per conoscere il tuo nemico, devi diventare il tuo nemico.

Nel mezzo del caos, c’è anche l’opportunità (queste le esatte parole che leggevamo sul volto di uno sconsolato Trinchieri, la sera del 21 gennaio al Forum, nda)

Ad unire indelebilmente e per sempre due carriere così diverse, eppure così paradossalmente simili, ripensandoci ci sarebbe una sorta di ‘cameo’ cinematografico: dal San Pio X (e dal linoleum) ai parquet dorati di San Antonio. Magari con Andrea Trinchieri vice allenatore di Becky Hammon.

 Una strada iconicamente tortuosa ed impensabile, persino più dell’abisso di nietzcheana memoria.

di Fabrizio Provera

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