Corsolini contro Corsolini #7: la tavola degli allenatori

Corsolini contro Corsolini #7: una serie playoff di tutti, con uno sguardo alle Final Four e il tiro da tre ormai per troppi. Quando nacque la Sparakkiazia

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Corsolini contro Corsolini #7: in tavola pane e basket, nell’aria…Acqua di Colonia. Una serie playoff di tutti, con uno sguardo alle Final Four e il tiro da tre ormai per troppi. Quando nacque la Sparakkiazia

Corsolini L: Due anni fa, ma possiamo dire anche un mondo fa, regalai a Ettore Messina per il compleanno una confezione large di Acqua di Colonia. Lui, che, nonostante quello che dicono i social verso cui sono sempre più insofferente, non se la tira per niente, nemmeno capi’il messaggio. Adesso, alla vigilia del playoff col Bayern, che oltre tutto ha un nome da grande pubblico, sarebbe bello che questo risultato, comunque un traguardo, fosse raccontato come una vittoria di tutto il basket italiano.

Gli azzurri, i nuovi italiani come Brooks e Wojciechowski, gli esordi a Veroli di Hines, Micov a Cantù, i passaggi a Bologna e Trento di Punter e Shields: avremmo tanto da dire, ragionassimo una volta da squadra, parlando anche di Trincheri ovviamente, ma alle scintille lui ed Ettore penseranno da soli, poi Flaccadori e Hackett, pure Polonara e Fontecchio. Tu che questo sito lo interpreti come…Euroimmersion, che stagione hai visto?

Corsolini R: sarebbe banale dire che ho visto una stagione particolare, ma lo è stata effettivamente, ben oltre il momento che stiamo vivendo. Più di altre volte, ho visto lo stato di forma delle squadre cambiare di settimana in settimana. Molti infortuni, anche pesanti, con i playoff che iniziano il 20 aprile senza due dei migliori centri della Lega, quali sono Milutinov e Vesely.

Ho visto l’Efes di Ataman aspettare per qualche mese Larkin prima di giocare, per poi capire che più del suo talento, mancava la sua presenza, a dar fiducia a tutta la squadra. Bello vedere anche la capacità di rialzarsi di due squadre rivoluzionate in estate. Lo Zalgiris post Jasikevicius è riuscito a fare un’ottima stagione con un coach austriaco, Schiller, dimostrando ancora una volta le abilità del GM Motiejunas nello scovare talenti, anche in panchina. Una delle parabole che mi ha entusiasmato più di tutte è stata quella del Fener di Kokoskov, post Obradovic.

Quasi inguardabile a inizio stagione, diventata cubica più che quadrata dall’arrivo di Guduric in poi. E’ stata quindi l’Eurolega degli allenatori:spesso anche nel presentare una partita il loro nome veniva prima di quello dei singoli giocatori. Ne abbiamo già citati 5 mica da ridere, ma non si possono non citare il Barça di Jasi, il Real di Laso, il Cska di Itoudis e il Baskonia di Ivanovic. Ce ne sarebbero altre da dire su una stagione simile, ma come ultima mi piace sottolineare che seppur tanti giovani si siano messi in vetrina, è stata un po’ l’Eurolega dell’esperienza: quello di quest’anno potrebbe essere stato l’ultimo ballo di Carroll, Jankunas e Spanoulis.

Corsolini L: Una delle Tue zie, e sai bene che nelle case nostre le donne ne capiscono più di noi, mi ha detto: in Europa giocano tutti con la mezza ruota del CSKA di Gomelski. Non proprio un complimento e, purtroppo, la denuncia di una omologazione del gioco. Io c’ero nell’87 quando Toni Kukoc umiliò la Nazionale USA ai mondiali juniores di Bormio.

Lui era la stella, non la sola, della Nazionale ancora jugoslava, con Divac, Radja, Djordjevic a cui recentemente hanno pure dedicato un docufilm. Quel giorno Toni chiuse con 11 su 12 da tre, ai tempi una cosa mai vista. Aldo Giordani, mi dispiace che Tu non l’abbia conosciuto, Ti avrebbe stregato definitivamente, più di quanto Tu non sia già, pianse la morte di un certo modo di giocare a basket inventando due termini: sparakkiazia e kukkozia.

La nazionale di Bormio ’87

Tra l’altro, te ne parlo perché ho visto uno dei Modena City Ramblers, i MCR!!!, con la maglia Jugoplastika numero 7 di Kukoc indossata ancora adesso. Fatto sta che oggi ,38 anni dopo, il senso di quelle definizioni non solo è chiaro, è pure la fotografia di un basket che è diventato altro. Mi appello alle tue conoscenze statistiche, mentre il nostro oracolo erano i fondamentali, e infatti a me quel Kukoc, anche poi, fino a che rimase in Europa, mi è sempre piaciuto da matti, per chiederTi: il mio è un lamento troppo vintage o passa anche la censura dei social?

Corsolini R: Penso che una verità oggettiva non esista su questo tema, che ha diviso e continua a dividere generazioni di cestisti diverse. La vostra che tendenzialmente guarda il basket di oggi con il naso storto, per alcuni motivi che hai citato tu. Noi nati tra anni 90 e 2000 abbiamo guardato e continuiamo a farlo con ammirazione, vhs, dvd, video, documentari (come 250 Steps che citi tu) e film sulla pallacanestro che voi guardavate alla nostra età.

Quello che secondo me vi rende genericamente colpevoli è la condanna nostalgica che si legge e sente spesso, senza alcun tipo di adattamento alla realtà di oggi. Tu hai usato la parola “altro” per parlare di ciò che vediamo oggi: giusto così. Il basket è diversità partendo dall’allenatore fino ad arrivare al dodicesimo in panchina. Vivere nella realtà virtuale di un modo di giocare che non c’è più, secondo me non porta da nessuna parte.

Corsolini L: chiudo con un altro capitolo nostalgico, ma stavolta puoi capirmi. Ho visto un bel docufilm su Milano sul sito della Eurolega. Sbagliata solo la colonna sonora in sottofondo, ma all’estero non sempre capiscono le sfumature della musica italiana. Peterson e Meneghin dall’Italia, McAdoo e D’Antoni dagli Stati Uniti, tutti collegati in digitale per raccontare una grande squadra e un segreto di Pulcinella: quel gruppo era diventato speciale attorno ai tavoli del Torchietto, ai tempi in cui il basket aveva un suo terzo tempo, meno celebre e meno celebrato di quello del rugby.

Ogni squadra, un ristorante: il Torchietto a Milano, il Giardinett  a Cantù, Alceo a Pesaro, Benso a Bologna Virtus, la Ghirada a Treviso. Insomma, con tanta nostalgia, per ambienti e menù, Ti ho tirato la volata per raccontare di tutti i Tuoi incontri, in Braseria e al Campione e soprattutto a Rivabella, da Ugo prima, da Luca adesso.

Corsolini R: è bello, molto bello (uso il presente perché speriamo tutti di tornare a farlo il prima possibile) entrare in un ristorante e sentirsi come a casa. Giocatori e allenatori trovano un ambiente familiare, e sono più rilassati anche con chi non è del gruppo squadra. Si mangia molto bene a casa di un oste, che trattando tutti allo stesso modo, fa sentire tutti speciali. Sento ancora l’urlo “Dado, che spettacolo!” di Ivo Gandolfi, il padrone di casa con suo figlio Simone alla Braseria prima e al Campione: Ivo era veramente la famiglia di tanti giocatori e allenatori.

Bei piatti, tante risate e una coccola per tutti. Ho avuto la fortuna di vivere gli anni migliori di Basket City e dello sport bolognese, con gli occhi di un bambino. Ogni volta che entravo in quei posti, bocca spalancata: “Ehi, ma quello è Carlton!”. Tirata di giacche a chi era con me :”Guarda c’è il Baso” Ogni volta che mi avvicinavo diventavo un sasso sorridente dall’emozione di incontrare un idolo della mia squadra, ma anche delle altre.

Ivo con Carlo Ancelotti e Alberto Bucci

Un posto magico, Trattoria Rivabella: vicino all’allora PalaMalaguti, crescentine e tigelle in tavola con chiacchere su ogni squadra guidate prima da Ugo Bartolini e poi da Luca Sabatini, il primo allenatore, il secondo giocatore, anche loro soprattutto famiglia di molti tanto è vero che il posto era ed è il rifugio di molti che in trasferta a Bologna non rinunciano alla tappa. Rivabella  è un posto dove tornano tutti, persino chi in Eurolega ha dominato come Matjaz Smodis ci è tornato di recente. Sulla mia personalissima guida Michelin alla trattoria Rivabella invece che delle…semplici stelle ho dato di più: ho organizzato il mio pranzo di laurea. Mangiare pane e basket è sempre un bell’esame.

Luca con Antonello Riva
Ugo con Vlade Divac
Corsolini contro Corsolini torna il 19 aprile

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Riccardo Corsolini

Appassionato di Sport in generale, nato e cresciuto con la pallacanestro in testa e nelle mani. Scrivo della mia squadra e di Eurolega su Eurodevotion, tentando di prendere il ferro.
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