Corsolini contro Corsolini: una generazione dopo

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Corsolini contro Corsolini era una rubrica del mensile Giganti del basket, anni fa. Un padre, dirigente d’azienda all’epoca, ma da sempre persona di basket, dopo essere stato allenatore e, soprattutto, dirigente, dialogava con il figlio, giornalista incamminato sulle tracce del basket per uguale passione cestistica.

Nei giorni scorsi, Gianni Corsolini, 87 anni, gran parte dei quali spesi sotto canestro come ambasciatore del basket, si è spento e la sua scomparsa è diventata per noi un assist, avendo in squadra come collaboratore Riccardo, suo nipote. Una generazione dopo, Corsolini contro Corsolini diventa Luca, il figlio di Gianni, che parla con Riccardo, suo figlio e nipote di Gianni. Perché il basket è davvero una grande famiglia.

Corsolini figlio: cominciamo con una confessione, anzi ricominciamo. Corsolini contro Corsolini non era la locandina di un duello generazionale ma una didascalia: nella foto eravamo spalla a spalla. Sembrava fossimo contrapposti, invece andavamo nella stessa direzione: eravamo un padre e un figlio che dichiarano ognuno a suo modo l’amore per il basket. Adesso, morto Gianni, tuo nonno, mi manca la sua spalla. Posso appoggiarmi alla tua? Avverti la pesantezza o la leggerezza di essere la terza generazione di una famiglia che ha un legame col basket?

Corsolini nipote: sarebbe un’offesa per Gianni se rispondessi che sento la pesantezza di questa eredità. Piuttosto, cerco di approfittare della leggerezza di questi tempi, che sono un lungo inverno per colpa del Covid, e lo dico da giocatore che non può andare in palestra, e una frizzante primavera per me, giornalista alle prime armi. Guarda che lo so bene che voi avevate la rubrica su Giganti come uno sfogo per poter dire qualcosa, insieme, una volta al mese. Io posto basket ogni settimana.

Corsolini figlio: forse la pesantezza la sento io. Quando vedo certi palleggi che per me sono palla accompagnata nel 95 per cento dei casi. Quando vedo della gente che schiaccia ma non è capace di fare un passaggio normale, oppure che passa in salto perché stare sulle terra la infastidisce e così fa sfondamento, ecco, questi sono momenti in cui soffro.

E non sono propriamente di un’altra epoca: certo, mi piacciono i Celtics perché le prima immagini che vidi dell’Nba, a Parre, in quella Val Seriana che adesso tutti conoscono per il Covid, erano di Bob Cousy. Ho visto anche Marzorati e D’Antoni, Oscar e Kukoc, Magic e Larry. Una cosa ti posso dire: scegliere la strada del basket mi ha portato a Barcellona a vedere, per lavoro, tutte le partite del Dream Team nel 92.

Larry contro Magic

Ma la lezione di tuo nonno è un’altra: noi siamo dipendenti della nostra passione, non di un generico o un preciso datore di lavoro. Siamo dipendenti della passione, ripeto, e la passione è esigente; non esiste un interruttore per accenderla o spegnerla, pretende che tu sia dedicato tutto il giorno, 24 h come si dice oggi.

Corsolini nipote: la passione, ti posso garantire, mi è arrivata, forse me la sono trovata con altri codici genetici famigliari. E’ il contenitore basket che è cambiato, non il contenuto inventato da Naismith. Ti sei accorto che l’Nba ha giocato mezza stagione in una bolla? Capisco bene il fascino di Sala Borsa, o della Misericordia, ma abbiamo dovuto cambiare casa.

Il Basket alla Misericordia, templio della Reyer

Così il gioco si è dovuto adattare ai fisici di oggi senza negare la ribalta a uno come Curry. E ti parlo dei giocatori Nba non per farti innervosire, lo so anch’io che Draghi era uno di noi, e non ho capito perché nessuno del basket di casa nostra abbia pensato di dirlo a voce alta, con orgoglio. Il fatto è che parlando di basket italiano si rischia di urtare le sensibilità personali. Tipo, tu per chi tifi?

Corsolini figlio: ti sembrerò vecchio, da anni non tifo più per una squadra. Tifo per le persone, e per il basket. Ad esempio mi sembra che uno dei segnali più interessanti di queste settimane, che Gianni ha fatto in tempo a vivere, possa essere riassunto in un ruolo che, oltre tutto, accomuna entrambi i tuoi nonni: hanno cominciato tutti e due come allenatori.

L’anno scorso quando Ettore, che ormai conosci al punto che vi scrivete direttamente, senza passare per la mia mediazione, inventò per se stesso la qualifica di presidente delle Basketball Operations non capimmo tutti. Ci siamo arrivati quest’anno vedendo il campionato di Pesaro: bisogna partire dalla panchina se si vuol costruire, un coach come Repesa vale più di tanti giocatori.

Un omaggio al nonno Corsolini

Corsolini nipote: perché coi giocatori si finisce come Forrest Gump appunto su una panchina. Non sai mai chi ti può capitare. Scherzi a parte, capisco cosa vuoi dire. Ci deve essere un metodo, bisogna seminare per poter raccogliere. Intanto, mi basterebbe aver reso omaggio al nonno in maniera tanto…leggera, perdona il termine, da convincere Alberto, l’editore, che questo possa essere un appuntamento fisso. Non una questione semplicemente della nostra famiglia, due generazioni che si incontrano per parlare di basket. Anche senza una meta precisa, andando a vanvera come faceva spesso Gianni: adesso lo capivo pure io. Non solo per affetto da nipote, ma anche e forse soprattutto per baskettara…devotion.

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Riccardo Corsolini

Appassionato di Sport in generale, nato e cresciuto con la pallacanestro in testa e nelle mani. Scrivo della mia squadra e di Eurolega su Eurodevotion, tentando di prendere il ferro.
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