Pronti a esplodere: Alex Poythress, l’uomo per mettere le ali allo Zenit

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Parte una nuova rubrica di Eurodevotion. Parallelamente all’approfondimento sulle giovani stelle che illumineranno le serate nelle prossime edizioni della Turkish Airlines Euroleague, inauguriamo un focus riservato a quei giocatori che si sono già messi in luce durante la scorsa stagione, nella massima rassegna continentale come nella 7Days Eurocup, e che promettono di compiere un ulteriore salto di qualità, quello definitivo, o di proporsi come nuove rivelazioni al primo approccio con il torneo. Pronti a esplodere, insomma.

Il primo giocatore a finire sotto la nostra lente di ingrandimento è Alex Poythress, ala grande statunitense proveniente dal Galtasaray Doga Sigorta Istanbul allenato dall’ottimo Ertugrul Erdogan e fresco di firma su un contratto annuale con lo Zenit San Pietroburgo di Coach Xavi Pascual, al centro del nuovo e ambizioso progetto targato Gazprom alla rincorsa dei playoff europei e della scalata alla VTB League del duopolio CSKA-Khimki.

Nato il 6 settembre del 1993 a Clarksville, capoluogo della Contea di Montgomery, 340 km circa a nord-est di Memphis, capitale del Tennessee, figlio di mamma Regina e papà Antoine Poythress, mostra fin dai tempi del liceo un talento innato per il gioco all’interno della Northeast High School dove domina grazie a una struttura fisica già imponente e a delle doti atletiche assolutamente superiori alla media.

Capacità che gli valgono la nomina a miglior giocatore dello Stato del Tennessee, ma soprattutto il McDonald’s All-American, l’all-star game delle high school in cui si sfidano i migliori 24 prospetti nazionali, e il Gatorade State Player of the year, premio istituito nel 1985 per i migliori liceali USA non solo per il talento espresso sul parquet, ma anche per i propri risultati accademici e per la riconosciuta reputazione personale.

I riflettori sono già puntati su di lui e la strada verso i college di Division I della NCAA è spianata: ESPN lo colloca al numero 13 del ranking assoluto della classe 2012, terzo tra gli interpreti del suo ruolo. Lo corteggiano diversi atenei: Vanderbilt, Memphis, Western Kentucky, visita il campus di Florida il 30 settembre 2011, ma alla fine non riesce a resistere alla proposta di John Calipari di far parte dei suoi Kentucky Wildcats e firma il 14 ottobre, andando a comporre una classe di reclutamento di altissimo livello insieme a Willie Cauley-Stein, Archie Goodwin e Nerlens Noel, tutti giocatori poi protagonisti tra NBA e basket europeo.

Entra con la prospettiva di essere il classico caso di one-and-done, di breve passaggio prima del trasferimento in NBA e l’impressione si fa ancora più forte dopo le prime partite con tanto di proiezione nelle primissime posizioni nel draft successivo. L’impatto con il college basket è folgorante: 4 prove consecutive con almeno 20 punti realizzati nelle prime 5 partite, roba che non si vedeva nell’ateneo dalla stagione 1978-79, protagonista Dwight Anderson (playmaker dalla breve carriera tra NBA e CBA nei primi anni ’80)

La crescita che sembrava imperiosa si arresta però. Una seconda parte di stagione difficile gli chiude le porte del grande salto e lo convince a restare per un secondo anno, nel quale si ricicla nel ruolo di sesto uomo in uscita dalla panchina rendendosi attore talvolta decisivo nella cavalcata nel Torneo che si arresta solamente all’atto finale, nella finale del 7 aprile 2014 persa 60-54 contro UConn all’AT&T Stadium di Arlington, Texas.

Una rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro in allenamento ferma la terza stagione dopo sole 8 partite, ma non inficerà minimamente sull’integrità fisica e sull’atletismo debordante di un ragazzo che completerà il quadriennio universitario per intero (primo caso per un atleta reclutato da John Calipari) con la laurea in business marketing e con il 60,1% dal campo (5° miglior dato nell’era Calipari) per 966 punti, 597 rimbalzi e 77 stoppate.

Dati di tutto rispetto per proporsi sul mercato NBA, ma il suo profilo non convince pienamente: firma un contratto con gli Indiana Pacers a fine agosto 2016, ma dura poco. Per i tre anni seguenti fa la spola tra la principale lega mondiale, per un totale di 52 partite tra Pacers, Philadelphia 76ers, di nuovo Pacers e Atlanta Hawks, e la G-League (Fort Wayne Mad Ants ed Erie BayHawks).

Sugli scouting reports, tra le principali perplessità vengono riportate la non sufficiente versatilità per un’ala, i problemi a creare gioco dal palleggio, per sé e per i compagni, con difficoltà a mettere palla per terra e concludere se costretto dalla difesa a diversi palleggi, nonché una dimensione perimetrale poco solida, fattore abbastanza penalizzante nella NBA moderna, nella quale sono sempre più ricercati dagli allenatori lunghi in grado di allargare il campo ed estendere la propria pericolosità su un range sempre più ampio.

Per questi limiti non sfonda ed è così che si apre una nuova pagina della sua carriera nell’estate 2019: dopo una breve parentesi in Cina con i Jilin Northeast Tigers di Changchun, a inizio dicembre arriva la chiamata del Galatasaray in Turchia per sostituire il partente Ben Moore, tornato negli States per motivazioni familiari. Qui torna a brillare e a mostrare quelle qualità che lo avevano reso uno degli adolescenti più in vista nel panorama statunitense, debuttando in Eurocup con 13.6 punti, 7.1 rimbalzi, 1.6 assist e 14.3 di valutazione in 27 minuti di impiego nelle 7 partite disputate.

Entrando più nello specifico, siamo di fronte a un profilo abbastanza peculiare nel panorama europeo: un’ala grande di 206 cm per 107 chilogrammi con braccia piuttosto lunghe, in grado potenzialmente di sporcare se non intercettare le linee di passaggio altrui con frequenza per poi scatenarsi in campo aperto dove è assolutamente inarrestabile e pronto a violentare il canestro con schiacciate spettacolari, che rubano spazio negli highlights anche in caso di alley-oop o di tap-in direttamente da rimbalzo offensivo grazie alla infinita spinta propulsiva delle sue gambe.

Ancora più intrigante la forza notevole nella parte superiore del corpo, che sfrutta soprattutto in avvicinamento a canestro per assorbire i contatti e andare a concludere forte al ferro, proteggendo la palla e andando a conquistare viaggi in lunetta o giochi da tre punti. Situazione a lui più consueta nei giochi a due con l’altro lungo in quintetto, ricevendo dopo un taglio all’altezza della lunetta o lungo la linea di fondo attaccando il lato debole. Viceversa, interessanti da sviluppare anche le sue doti di passaggio, con un certo istinto per le letture dei movimenti senza palla dei compagni ben presente.

E’ giocatore che tende ad aprirsi oltre il perimetro dopo aver portato il blocco o aver cercato l’esterno in punta cui cedere il pallone con il consegnato, ma non disdegna nemmeno la ricerca del post-basso, più in maniera propedeutica al tiro in allontanamento, sfruttando dei polpastrelli piuttosto morbidi per un giocatore della sua stazza, che per fare a sportellate per cercare di concludere nel pitturato, non avendo esattamente l’indole naturale del “centroboa”, aspetto che sarà comunque occultato e compensato dalla presenza di un centro interno come Arturas Gudaitis ed eventualmente, stando ai recenti rumors di mercato, Greg Monroe.

Proprio alla luce delle caratteristiche tecniche dei due big men appena citati, sarà fondamentale per lui migliorare la meccanica del suo tiro da tre punti, ancora non sufficientemente fluida e sicura, con percentuale di realizzazione appena superiori al 30%.

Nel Galatasaray ha anche agito da 5 tattico contestualmente alla presenza di un’ala versatile come Greg Whittington, formando una coppia piuttosto dinamica che non dava punti di riferimento alle difese avversarie e offrendo una ulteriore variante a disposizione dello staff tecnico. E’ situazione che vedremo raramente nella squadra russa, forse, mentre desta curiosità, a parere di chi scrive, la convivenza con un’ala piccola come Mateusz Ponitka. Due elementi piuttosto fisici ed esplosivi che possono rappresentare il vero motore di uno Zenit che ha già compiuto scelte coraggiose, ma di indubbia qualità, sull’asse play-pivot. Se pensiamo a due giocatori già allenati da Xavi Pascual come Pete Mickeal a Barcellona e James Gist in quel di Atene, sponda Panathinaikos, i riferimenti sono piuttosto chiari e ambiziosi.

Tuttavia, permangono delle aree in cui lavorare sul giocatore, dei margini di miglioramento piuttosto grandi, il che dovrebbe preoccupare la concorrenza. Abbiamo parlato della sua atleticità debordante, qualche volta si trasforma ancora in un limite, nel senso che il giocatore tende a fidarsi troppo della stessa ed è atteggiamento riscontrabile nel tagliafuori a rimbalzo, in alcuni frangenti effettuato più contando sulla spinta delle gambe che su un buon posizionamento e sul tenere il contatto fisico e visivo con l’avversario.

Oppure, ancora, quando è chiamato a difendere sulla palla, facendosi pizzicare troppo alto sulle gambe. C’è da lavorare sulla rapidità dei piedi e la qualità degli scivolamenti laterali, senza pensare necessariamente di poter recuperare con le sue doti di intimidazione e una chase-down risolutiva.

Ultimo aspetto, forse il più importante, è legato a una concentrazione che deve diventare massima per 40 minuti, se si vuole giocare ad alto livello in Eurolega, altrimenti certi errori si pagano cari, in termini di canestri regalati, falli e, conseguentemente, minuti spesi sul parquet.

La strada è ancora lunga per questo 26enne ai primi passi in Eurolega e i progressi necessari molteplici, ma il potenziale è indubbiamente di altissimo livello. Probabilmente porrò l’asticella molto in alto, ma lavorando bene sui propri difetti il suo limite sarà il cielo e forse potremo vedere il primo prototipo di Anthony Randolph, fatte le debite proporzioni, dopo gli anni di dominio alieno dell’ala del Real Madrid. Con la consulenza di un insegnante di qualità come Pascual, il cammino può essere più in discesa, certamente molto interessante da osservare durante l’anno.

 

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