La storia dell’Eurolega nel racconto di Andrea Bassani, Media Manager di Euroleague Ventures

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Vive di basket praticamente da sempre ed ha iniziato la sua carriera, come dice lui, «scribacchiando»  ai tempi in cui giocava con Marco Giordani, figlio del grande Aldo, maestro di tanti, quasi tutti quelli che si occupano di basket ed hanno superato almeno i 40.

Andrea Bassani oggi è Media manager di Euroleague Ventures, “joint” tra Euroleague Basketball ed IMG), dopo una lunga carriera a Barcellona da dirigente che lo ha visto tra i protagonisti assoluti della nascita e crescita della lega oggi guidata da Jordi Bertomeu, con il quale  ha lavorato nell’Executive Commission per ben 17 anni tra il 2000 ed il 2017.

– Da dove partiamo, Andrea? Direi proprio dagli esordi…

«Sono stato fortunato, perchè mio padre era dirigente TWA ed allora viaggiavo gratis negli Stati Uniti ed iniziai a portare un po’ di NBA in Italia».

«La prima gara vista qui, il famoso Boston-Los Angeles fu trasmessa da PIN, Primarete Indipendente, il 31 gennaio 1980, ma io non collaboravo con loro. Cominciai nel settembre 1982, con la EDB di Bruno Bogarelli, visionario assoluto nel tema. La stessa EDB era inizialmente fornitore di PIN».

«Arrivavano i nastri dagli USA, c’era un lavoraccio da fare per girarli nel sistema PAL e renderli visibili in Italia».

«Feci più di 200 telecronache con Peterson, che mi soprannominò “the flying man”, l’uomo volante. Erano i tempi del “grande basket di Italia 1”, che ogni tanto, un po’ occasionalmente, comprava prodotti cestisti anche europei. Io mi muovevo tra NBA ed altre leghe pro USA».

– Poi arrivò Tele +2, figlia di Capodistria…

«Fu un processo naturale visto che Capodistria era già tutta imperniata sullo sport. La mia collaborazione terminò, dopo quasi 10 anni,  quando la proprietà di Canal Plus voleva renderlo, come in Francia, un canale generalista. Ma in Italia sarebbe stato l’ottavo canale, dopo tre reti Rai, tre Mediaset e quella che oggi è diventata La7, mentre in Francia era il quarto canale».

– Ed eccoci ad Omnitel: perchè?

«Era una grande azienda, non la Vodafone di oggi ma decisamente già  importante per il mercato nazionale. Avevamo idee molto innovative».

– Il richiamo del basket però è troppo forte ed allora nasce l’avventura in Lega, con Flavio Tranquillo tra i collaboratori per la stampa. Cosa distingueva la Lega di allora da quella di oggi?

«Nell’ottobre 1999 vengo chiamato da Cazzola, allora proprietario Virtus e Presidente di Lega. Era veramente un uomo avanti, con visioni uniche. Mi dovevo occupare, come direttore generale, di business, media e sponsor. Mettemmo in piedi un maxi accordo misto, con Tele+ ed Italia 1, appoggiandoci all’allora Kataweb appunto per il web e coinvolgendo Omnitel come sponsor. Sulla carta una notevolissima evoluzione per il prodotto anche con un’ottima considerazione economica».

– Perché non funzionò?

«Perchè si passò ad un livello politico, una cosa che non è nelle mie corde. Cazzola mollò, arrivo Sergio D’Antoni e mi feci da parte. Si voleva risparmiare sul mio stipendio, ma al tempo stesso continuare a cercare risorse. Chiesi come fosse possibile se andavano via quelli destinati a cercarle, ma non ho mai avuto risposta…»

– Beh, non andò male visto che arrivò la chiamata proprio di Bertomeu per il progetto Eurolega…

«La premessa è che, come direttore generale di Legabasket avevo partecipato attivamente al processo di creazione del nascituro e rivoluzionario progetto europeo di Bertomeu e Portela. Il 9/6/00 fu firmato a Sitges, vicino a Barcellona, il protocollo di intesa per l’Eurolega. Ne conservo ancora copia in cui misi la mia sigla per presa visione, come rappresentante della lega italiana. Diedi il mio appoggio, l’idea mi attirava molto e in quell’estate, dopo l’abbandono della Legabasket, decisi di accettare la proposta che nel frattempo era arrivata da Jordi».

– Siamo all’alba dell’attuale Eurolega. Come si partì?

«Il progetto veniva soprattutto da tre leghe: quella italiana, quella spagnola e quella greca. C’era un’idea comune nel basket professionistico di fare un passo avanti e creare una formula in cui i club e le leghe, e non una terza parte, fossero responsabili delle decisioni, qualcosa di totalmente rivoluzionario nel quadro dello sport professionistico di allora».

«L’internazionalizzazione del progetto fu l’idea base. Infatti Costas Rigas, l’ex arbitro internazionale ed allora presidente della lega greca, fu subito coinvolto come capo degli arbitri, così come Vladimir Stankovic, il mitico giornalista serbo, venne messo a capo dei rapporti coi media».

«Ad agosto iniziò il “countdown” e fu un’operazione da veri pionieri perchè dovevamo trovare, prima della partenza di ottobre, oltre alle squadre, anche  gli arbitri, i campi, i contratti con le tv e gli sponsor. Una vera e propria “start up”. pensa che lavoravamo in dei locali lasciati liberi dalla Liga ACB. Fu un’esperienza dura e complicata ma totalmente coinvolgente e puoi immaginare la soddisfazione quando nell’ottobre del 2000 fu alzata la palla a due della prima gara della storia dell’odierna Turkish Airlines Euroleague, Real vs Olympiakos. Il primo canestro di sempre fu di Dino Radja».

– Mi ha raccontato Toni Cappellari di una famosa cena a Bologna, presenti Bertomeu e l’Avvocato Porelli, in cui si discusse in maniera decisiva delle basi di questo progetto: ne hai memoria?

«La cena è avvenuta prima del mio arrivo. Porelli, allora membro ULEB, era un altro straordinario dirigente con visioni avveniristiche e superiori. E ti confermo che erano i tempi in cui Jordi era spesso a Bologna per studiare il modello italiano».

– Mi descrivi la prima organizzazione?

«Euroleague Marketing, a proprietà 70% di Telefonica, 25% di Euroleague Basketball e 5% di quella Mediapro che abbiamo imparato a conoscere in questi anni in relazione ai diritti del calcio».

– Che ruolo e che interessa aveva Telefonica?

«Garantiva 30/35 milioni di dollari l’anno e lo faceva come proprietà interessata ad investire, non come sponsor, che fu poi un tema successivo».

– Quanto durò l’appoggio di Telefonica?

«Tre anni, poi lasciò perchè non riusciva, per questioni di competenze interne, a rientrare integralmente dell’investimento».

– E’ paragonabile il ruolo di Telefonica allora con quello attuale di IMG?

«Oggi IMG è vitale per la nostra organizzazione. Direi che si tratta di due apporti ben differenti».

– La prima svolta verso la nuova era quando arrivò?

«Certamente nel 2005/06. Dopo l’addio di Telefonica c’era stato l’ingresso di Prisa, gruppo spagnolo proprietario di Canal Plus e di El Pais. Jordi ebbe una delle sue grandi intuizioni portandosi in casa tutti gli asset legati ai diritti Media e Sponsor. La gestione interna ha permesso la crescita progressiva, dalle 8 persone fino alle 60 di oggi. Passammo, grazie a quella visione, da essere presenti in 20-30 paesi ad espanderci ovunque, cosa poi sfociata nei 200 di oggi».

– Sempre a livello di svolta, quando avvenne il secondo passo verso la struttura e la formula attuale?

«Il 10 novembre 2015 11 club furono convocati per discutere sulla “joint venture” con IMG e si creò così Euroleague Ventures, con l’accordo sulle licenze decennali ed opzione su altri dieci anni attualmente in vigore».

– Torniamo ad IMG ed al suo apporto alla struttura di Euroleague Basketball: mi piacerebbe conoscerne qualche dettaglio ed un tuo giudizio sulla sua importanza ed il suo impatto.

«Te lo descriverei su tre piani. Il primo è quello finanziario, importantissimo, che garantisce 10+10 anni di stabilità. Oggi il gruppo IMG è diventato parte di Endeavors, agenzia di talenti hollywoodiana senza eguali.  Poi c’è il confronto col passato. Rispetto a Telefonica oggi il socio  è un gigante nel settore media, quindi portatore di una rete capillare  nella vendita dei diritti e di una forza produttiva importantissima. Centralizzare il tutto, la grande idea di Jordi, è stato basilare perchè vogliamo offrire un prodotto unico in Europa. I fan che si sintonizzano sul nostro prodotto debbono immediatamente realizzare che si tratta di EL ed è quello che oggi accade grazie al lavoro su diritti e produzione. Infine IMG ha portato una grande internazionalizzazione ed una globalità che era il nostro obiettivo iniziale. IMG ci garantisce una sorta di timbro sul passaporto che è un accesso per il mondo».

– Mi descrivi la figura di Jordi Bertomeu? Pochi lo conoscono bene come te…

«Laureato in giurisprudenza, iniziò gli noi ’80 con uno studio legale che era una sorta di primo seme dell’associazione giocatori. E’ stato in ACB con Eduardo Portela, colui che fondò nel 1991 la ULEB insieme all’avvocato Porelli, per 17 anni, rendendola un prodotto di grande successo. E’ sempre stato attratto da un progetto europeo. Persona altamente ambiziosa, fortemente determinato, preparatissimo nonché veramente abile nel sapersi muovere politicamente. Duro nello svolgere il suo lavoro, ricordo i “cazziatoni” che arrivavano a noi, suoi collaboratori di primo riporto: un po’ alla David Stern, infatti ci scherzavamo sopra quando discutevamo di quanto pretendesse il Commissioner NBA dai suoi. Per noi la situazione era un po’ diversa, comunque “intensa”, ma quello fu il motore che ci permise di rendere sempre al massimo».

– Nell’unica volta che ho avuto il piacere di parlargli, alle Final 4 2018 a Belgrado, ne ho ricavata l’immagine di una persona capace come poche altre e soprattutto perfettamente consapevole del proprio ruolo e degli obiettivi da raggiungere…

«37 anni di esperienza, per lui nato nel gennaio 1959, credo descrivano già bene tutto ciò. Ama sperimentare e non ha paura di farlo per trovare la soluzione migliore. Ricordo, ad esempio, quando passammo dal martedì/mercoledì al giovedì/venerdì, perchè non volevamo avere la concorrenza della Champions di calcio e ricevemmo molte critiche. Immediatamente verificammo il successo dell’operazione, soprattutto coi dati del venerdì, ottima scelta perchè il sabato, in quasi tutti i paesi non si lavora».

– Che ruolo ha avuto ed ha tuttora la 7Days Eurocup nel vostro progetto?

«Inizialmente vista come una sorellina minore per riempire il panorama europeo, è cresciuta come terreno di sperimentazione per trovare le soluzioni migliori da applicare in Eurolega. Oggi ha una forza sua ed è diventata, tra le diverse formule cambiate negli anni, un torneo di alto livello».

– La scelta dell’Olympiacos al pari di un eventuale allargamento a 20 del numero delle partecipanti in EL, potrebbe accelerare, a tuo parere, il possibile abbandono delle leghe domestiche da parte dei club?

«Conosciamo bene le ragioni che stanno dietro alla decisione dell’Olympiacos di non partecipare al proprio torneo domestico e non credo si possa usare come esempio poiché si tratta di situazione unica che non penso di possa applicare ad altre squadre o nazioni. Il nostro impegno oggi, a parte le necessità immediate causate dalla pandemia, è su due livelli. Il primo è accelerare i tempi di ottenimento di  autosostenibilità dei nostri club eliminando qualsiasi squilibrio competitivo, il secondo è rinforzare la crescita aumentando la nostra presenza e la “fanbase” su tutti i mercati, ma specialmente in paesi come Germania, Francia, Italia e Regno Unito. Queste sono le nostre priorità».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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