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Il ritratto di Davide Moretti secondo Stefano Pillastrini, suo ultimo coach in Italia

Stefano Pillastrini è certamente la persona più indicata per descriverci Davide Moretti, avendolo allenato a Treviso per due stagioni, tra il 2015 ed il 2017.

Ed allora abbiamo sentito il Coach ferrarese che ci ha fornito un quadro assai dettagliato sul nuovo arrivato alla corte di Ettore Messina.

– Coach, partiamo dalla preparazione di Davide a questo salto: la NCAA è ancora da considerarsi un campionato formativo di alto livello oppure era forse meglio stare in Europa e crescere qui?

«Non c’è una regola che vale per tutti, ma quando ha fatto la sua scelta io ero scettico. Penso sia corretto per chi non ha minuti qui, ma lui ne aveva già quindi avrebbe potuto proseguire il suo percorso da queste parti. Io sono portato a dare spazio ai giovani che ritengo pronti, per quello temevo che fosse un rischio. A lui è poi andata benissimo, un’esperienza straordinaria. Davide è sempre adeguato, sa entrare in punta di piedi e poi diventare protagonista col lavoro. Lo ha fatto a Treviso ed anche a Texas Tech. In entrambi i casi all’inizio giocava poco».

– Se dovessi sinteticamente descrivermi il suo punto di forza e quello di debolezza, cosa indicheresti?

«La forza mentale, certamente, mentre il suo livello fisico vede un corpo non imponente ed un atletismo buono ma non speciale».

– A Milano hanno faticato moltissimo altri prospetti come Abass o Fontecchio: dove può essere diversa l’avventura di Moretti?

«Premetto che non ho mai allenato i due giocatori che nomini, anche se li conosco bene.  Oggi Milano è cambiata, ma di certo ciò che contraddistingue Davide è il fatto di non aver paura. Non trema per i “cazziatoni” dei Coach, ha un’alta autostima, non teme l’errore e per tutto ciò è pronto a scalare le gerarchie. Credo si adeguerà a Milano perché è speciale».

– Seguendo in profondità l’Eurolega, abbiamo imparato che quasi tutti i team vincenti hanno un gruppo di atleti domestici importanti. A parte i fenomeni però, abbiamo potuto verificare l’importanza di alcuni, come Mahmutoglu o Balbay ad esempio, che senza essere campionissimi hanno ricoperto, e lo fanno tuttora, ruoli importanti in squadre vincenti. Il percorso del “Moro” può essere in quella direzione?

«Per come la penso io anche Abass poteva essere su quella strada, ma la storia non lo ha messo nelle condizioni giuste. Penso a quanto fatto dai vari Datome, che non trovava spazio a Siena e dovette passare per Scafati e poi Roma,  Melli, consacratosi al Bamberg e poi al Fenerbahçe,  ed Hackett, che qui era stato quasi scaricato e poi ha vinto un’Eurolega da protagonista col Cska. Troppo spesso in Italia abbiamo perso giocatori per strada. Oggi la nuova Milano può fare meglio e Davide ha la capacità di aspettare il suo momento per diventare il miglior giocatore possibile».

– In Eurolega affronterà dei pari ruolo che sono semplicemente dei fenomeni, dominatori del gioco in questi anni: pensi sia una delle difficoltà maggiori che dovrà affrontare?

«In NCAA ha imparato a giocare contro avversari magari non preparatissimi tecnicamente ma di certo straordinari atleticamente. In EL troverà dei giocatori straordinari in tutto… Dovrà adattarsi all’asticella che si alza, come ha sempre fatto sinora. Deve crescere atleticamente, perchè ha rapidità ma un corpo ancora leggero».

– Molti lo etichettano come futuro “specialista”, definendolo solo un tiratore. Non ti pare limitativo per il suo futuro?

«Assolutamente sì. Non credo proprio possa essere solo quello. Può fare gare senza segnare da tre e procurarsi manciate di liberi, sa subire falli, sa penetrare con intelligenza  ed assorbire i contatti nonostante la stazza. Sa che non può vivere di soli tiri ed è abile nel prendere le misure a ciò che serve».

– Che passatore è?

«Ha usato sinora poco questa sua qualità ma vede il gioco, lo controlla ed ha sicurezza nel farlo. Ha un’abilità normale nel passaggio, non lo vedrai inventare cose folli ma dà la priorità a ciò che serve. Ed appunto, se servirà, saprà tirare fuori anche nuove doti grazie alla sua alta ambizione».

– Più playmaker o altro?

«Non mi stupirei se tra dieci anni, analizzandone la carriera, parlassimo di un play tradizionale, prevalentemente attaccante».

-Quindi in difesa, che giocatore dobbiamo attenderci?

«Deve avere maggior presenza mentale. E’ la parte del gioco dove dovrà fare i progressi più importanti e difficili. L’ho visto migliorato in NCAA rispetto a Treviso, fa pochi danni, è molto furbo, tocca palle vaganti e sa come muoversi. Deve imparare  tenere meglio l’1vs1. Oggi vive più di furbizia che di applicazione e questo sarà il punto fondamentale della sua crescita perchè in EL devi esserci mentalmente al 100% sempre, altrimenti diventa dura».

 

 

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