Gigi Datome, oggetto del desiderio Olimpia, si racconta a THE CROSSOVER

Joe Arlauckas ha ospitato Gigi Datome nel suo bellissimo podcast THE CROSSOVER, prodotto da Euroleage Basketball.

Qui il link all’audio completo della puntata.

Di seguito un estratto dei tantissimi temi trattati.

Sul periodo unico che si sta vivendo…

«Il mio corpo aveva bisogno di un po’ di riposo. Mi alleno in casa per mantenere e migliorare il mio fisico in generale. Da un po’ di tempo posso andare anche in palestra ed ho ripreso a toccare il pallone».

Sulle Live Instagram con Nicolò durante questi mesi…

«In Italia è molto apprezzata, Nik è un grande amico, condividiamo tante cose, lui è più organizzato, io un po’ più selvaggio, ci compensiamo bene».

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Sulle sue origini…

«Mia madre voleva che nascessi dove era nata lei ma poi sono cresciuto in Sardegna, la mia vera terra. Per me il basket è sempre stato di casa, mio padre era ed è tuttora presidente della squadra di Olbia. Il basket non era così popolare in Sardegna, era veramente una questione di famiglia».

Sul passaggio a Siena…

«Nel 2003 sono stato il top scorer di Eurobasket U16, per mia madre fu un grosso sacrificio seguimi ma fu la miglior decisione per me.  Il resto della famiglia restò a casa».

Sull’esordio in EL, 16enne come Rubio e Doncic…

«Non ero per niente  né Doncic né Rubio, ma sapevo di dover lavorare molto per poter giocare ad alto livello. Nel terzo anno ho avuto anche un certo ruolo, ricordo una buona gara col Pana, allenato da Recalcati».

Sulla sua aggressività…

«Ero 17-18enne, non avevo idea del gioco, avevo un po’ di talento ed i veterani come Zukauskas o Nicola mi fecero notare che esageravo in aggressività».

Sui cinque anni a Roma…

«Il primo anno lottavamo per il titolo, poi il budget si riduceva progressivamente ed il mio ruolo cresceva. C’è passione ed è una bellissima città, ma in genere il basket non è prioritario. Quell’ultimo anno fu speciale veramente, ricordo l’invasione dopo aver vinto gara 7 di semifinale. Di solito avviene se vinci un titolo… Fu una grande soddisfazione renderli orgogliosi della nostra squadra».

Sulla storia italiana…

«Tantissimi campioni, ricordo bene Ginobili, Myers, Nachbar ed il povero Henry Williams. Poi il Poz, Andrea Meneghin…»

roma

Sulla crescita a Roma…

«Assolutamente, un ruolo sempre più importante, sono cresciuto moltissimo. Ma solo l’ultimo anno qualche scout NBA si interessò a me».

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Sul sogno NBA e l’esperienza in generale…

«Grandissima esperienza. Non era il mio obiettivo, lo è diventato. Ho voluto provare questa sfida, durissima. Sono tornato mentalmente più forte, ho lavorato molto sui miei movimenti.  Grazie a Dio a Boston arrivarono anche le opportunità di giocare. Molto ben voluto dai Celtics, la loro storia è assai romantica per la pallacanestro».

Sui consigli a Nicolò…

«Ne abbiamo parlato, ma Nik aveva quell’obiettivo ed il Fenerbahçe è stato importante per lui come tappa di avvicinamento. Sono felice di quello che sta facendo e sono certo che crescerà».

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Sul ritorno in Europa ad Istanbul…

«Avevo diverse possibilità. Potevo restare in NBA o tornare con un ottimo ruolo. Il Cska era una grande possibilità, ma poi l’idea di giocare per Obradovic in cui club di grandi ambizioni è stata decisiva. Grandi campioni come compagni, Maurizio Gherardini come GM… Sentivo che era la scelta giusta».

Sul riadattamento al basket europeo…

«Mi mancava la competizione, il grande palcoscenico. Dovevo rispettare l’organizzazione e la squadra, ma volevo portare quello che potevo per vincere. Stavamo costruendo una nuova squadra. Avevamo fame, tutti insieme. Le responsabilità che mi ha dato Zeljko sono state fondamentali».

Su Berlino 2016, dopo Madrid 2015…

«Arrivando al Fener sapevo che dopo il 2015 bisognava crescere, era stata una sconfitta dura, e nei Playoff abbiamo dato un secco 3-0 proprio allo stesso Real. Abbiamo cancellato una sofferenza precedente. Col Cska in finale, dopo essere stati sotto di 20, ero calmo, in panchina, certo di vincere. Quando Nando ha sbagliato il tiro pensavo fosse fatta, poi quel pazzo tap in di Khryapa… ».

Su vittorie e sconfitte…

«Il primo anno al Fener ero così eccitato per i trofei, non avevo mai vinto nulla. Negli anni diventammo obbligati a vincere, sempre favoriti. Mi preoccupava e le sconfitte mi davano grande frustrazione. Terribile poi, quando resti solo e ci pensi… Quella sconfitta a Berlino però ci ha dato il fuoco per vincere l’anno seguente. La peggior sconfitta? Sì, ma anche con la Nazionale il preolimpico fu tremendo. Ogni finale persa è durissima, soprattutto alle Final 4 quando ti senti così vicino al traguardo, ma sai, è la vita, perdi e devi rialzarti, sembra facile da dire…».

Su Istanbul 2017 ed il trionfo in EL…

«Stagione difficile, arrivavamo da due Final 4 di fila senza vincere, c’era la pressione del giocare le finali in casa. Ricordo come Ekpe, Jan, anch’io, avevamo avuto la possibilità di andare o tornare in NBA ma restammo tutti per quell’obiettivo.  Quell’unità ci ha permesso di  superare il momento duro. Per dieci giorni prima dei Playoffs ci siamo allenati benissimo e siamo andati ad Oaka a giocarcela».

Sul doloroso rovescio casalingo col Baskonia, che rischiava di compromettere la stagione…

«Quella sera, il 9 marzo, nonostante la sconfitta Zeljko ha organizzato una cena per il suo compleanno.  Perdere con il Baskonia in casa ci costò sostanzialmente il vantaggio del fattore campo. C’era con me Marco Mordente, venuto a trovarmi: il Coach era però assai fiducioso».

Sul 2-4 nelle ultime 6 di quella stagione e lo stesso Joe che pronosticò il Fener fuori contro il Pana, soprattutto dopo il meno 14 di metà gara…

«Il basket è pazzo, l’inizio del terzo quarto fu anche peggiore del primo tempo. Poi, non so come, tutto cominciò a funzionare, Bogdan fece tutto, incredibile! Forse la sua miglior  partita europea, insieme a gara 2 sempre ad Oaka».

Sulla pressione delle Final 4 ad Istanbul…

«Volevamo solo esserci. Era dura perchè tutti erano scettici su di noi, nessuno pensava che potessimo vincere ad Oaka, ma poi ci siamo messi alle spalle quelle famose ultime sei gare e di colpo tutti iniziavamo a darci per favoriti. sapevamo che sarebbe stato un vantaggio giocare davanti ai nostri tifosi».

Sulle sensazioni prima di una seconda Final 4…

«Sentivo che eravamo più consapevoli. Dopo tante gare insieme sapevamo cosa fare, eravamo più squadra».

Sul problema di dormire prima di una finale in cui eri favoritissimo…

«Non dormo mai prima delle finali. Eravamo dove volevamo, non era garantito. Eravamo felici e sapevamo che la possibilità era di fare la storia del club«.

Sul party del dopo gara…

«Ho partecipato a feste migliori per obiettivi inferiori. Tantissima gente, tutti volevano vivere il momento e non fu facilissimo godercelo. Al ristorante il momento più speciale fu quando restammo da soli con la mia famiglia e quella di Zeljko e potemmo finalmente realizzare quanto fatto (NDR Joe commenta che Zeljko che resta ultimo in un ristorante non lo stupisce…) Il giorno dopo ci fu la parata ad Istanbul, sapevo che vincere  l’EL era importante ma solo allora ho capito cosa volesse dire per quella gente».

Sulla scommessa di tagliare i capelli…

«L’idea fu di Pero Antic, sempre geloso dei miei capelli, vista la sua pelata. Me lo propose quando stavamo andando male ed accettai. Appena vinto il trofeo è arrivato… ma in quel momento andava bene tutto. Mia madre era la più felice di tutti, perchè finalmente mi ero tagliato i capelli. La barba? Me la taglierò solo per una medaglia con la Nazionale oppure se vinceremo la NBA con il Fener…».

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Sulla sua casa e su quanto ci vuole per capire che è la casa di un giocatore di basket…

«Ho comprato la mia prima casa l’anno scorso, viaggio sempre troppo. Ma se vai in casa dei miei, nella mia camera, lo capisci subito. Da me invece trovi libri, la chitarra, dei vestiti…»

Sull’ultimo tiro da tre segnato senza barba…

«A Roma forse, una volta che non ero rasato».

Sull’importanza di restare a lungo in una squadra…

«Ognuno ha il suo percorso. Per me è stato importante ad Istanbul avere continuità: la città, la palestra, il coach. A Roma tutto bello ma cambiava sempre l’allenatore: tentavo di avere un ruolo ma poi arrivava un coach nuovo e la richiesta era sempre diversa. Se le cose non cambiano è più facile, ma ti devi adattare in ogni caso al tuo percorso».

Sulle sue passioni e sul fatto che i compagni ci possano scherzare su…

«So che da fuori sembra che io faccia di tutto tranne il basket, ma lascio aperta la finestra sui social perchè si sappia di più su di me. Vorrei sapere di più sulla musica, la chitarra, sono molto curioso. So che mi vedono un po’ strano e mi piace scherzarci sopra tra di noi. Mi danno dell’intellettuale per quello che leggo, ma solo perchè io li condivido. Molti altri lo fanno e non si sa, ad esempio Bogdan mi ha suggerito libri incredibili»

Sul fidanzamento da cinque anni…

«Abbiamo iniziato frequentarci quando sono andata ad Istanbul. E’ una grande parte di me, della mia carriera, sono così felice di festeggiare i successi con lei».

Sulla mamma e la sua voglia, tipicamente italiana, di vedere un figlio sposato ed aver dei nipotini…

«Neanche così tanto. Solo quando andiamo a qualche matrimonio in estate, in quel caso è dura…»

Su Obradovic…

«La prima volta che ho iniziato a lavorare con lui sono rimasto impressionato dalla voglia e dalla fame che aveva nonostante avesse già vinto tutto. Lui è sempre quello più determinato e come giocatore tu vuoi almeno avvicinarti al suo livello. E’ leale, una persona vera e se sei intellettualmente onesto capisci che quello che fa è per il bene della squadra e per il tuo. Chiede molto, ma sono orgoglioso di esser un suo giocatore».

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Sullo schiaffo a Kostas e sul famoso timeout di Mosca…

«Il mio telefono è impazzito dopo del timeout… E’ parte dell’insieme. Succede spesso, anche in allenamento, solo che non ci sono le telecamere. In quel momento ero più frustrato per la squadra che non girava che per me stesso. Ho imparato a separare gli insegnamenti tecnici dal resto. Se con Zeljko la prendi sul personale sei finito. In quel timeout eravamo sulla stessa pagina: mediaticamente ha avuto un grande effetto perché in diretta televisiva, ma per me è stato solo un altro giorno in ufficio»

«Tutti non aspettavano altro in quel momento. Stavamo facendo fatica e magari si voleva creare qualcosa per darci contro e dire che lo spogliatoio era spaccato. Ma sono felice che, al contrario, siamo sempre rimasti uniti».

Sul libro scritto mentre sta ancora giocando…

«Non mi piacciono i giocatori che scrivono libri con la carriera ancora in corso… Tutto può cambiare in una stagione, quindi cosa dovrei fare poi, un altro libro? Ma è l’idea di un amico partendo da alcuni oggetti e situazioni ed analizzando quello che ne è derivato per me».

Sull’essere presidente di ELPA…

«Mi piace perché credo si possano fare molte cose positive per i giocatori, sulle carriere e sul dopo. Dobbiamo far sentire anche la nostra voce quando si prendono certe decisioni, come l’accordo appena concluso sui salari, ma c’è molto altro. Sono felice di ciò che abbiamo fatto ma il percorso è ancora lungo».

Sulle attività di beneficenza…

«Ho aiutato un amico con l’obiettivo di aiutare la sanità, ora stiamo pensando al cibo per chi fatica a procurarlo alla propria famiglia, la grande emergenza dopo quella sanitaria».

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Sul legame e le attività  con Gianmarco Tamberi e Gregorio Paltrinieri…

«Io mi sento veramente molto fortunato, come questi ragazzi. Usiamo le nostre possibilità per organizzare qualcosa, un evento a Cervia nella fattispecie. Raccogliamo denaro da far arrivare in Africa attraverso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Siamo felici di farlo per gli altri, ma in realtà lo facciamo per noi, è così bello farlo. Si parla di salute e ci aiuta a capire meglio la grande fortuna che abbiamo, il fatto di stare bene e poter fare qualsiasi cosa».

Sull’ultima parte di carriera…

«Anche se smettessi oggi sei soddisfatto del mio percorso. Ma finché mi daranno un ruolo interessante e mi sentirò competitivo, continuerò».

Sul futuro da presidente della federazione…

«Non sono pronto, non mi vedo oggi in quella posizione, ma se la vita mi porterà in una direzione, ok, sono pronto a vivere ogni esperienza. Ho 17 anni di campo alle spalle, ma non ne ho 17 davanti a me».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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