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In Italia ci sono 18 squadre che possono realmente fare la serie A?

alberto marzagalia

La decisione è arrivata nel fine settimana e prevede che il prossimo torneo di LBA si disputi con 18 squadre, senza retrocessioni e con l’aumento, per l’anno seguente, a 20. Quest’ultimo punto è stato poi rivisto attraverso i commenti di Umberto Gandini e Gianni Petrucci, tendenti a riconfermare le retrocessioni.

Ottima idea la Supercoppa allargata di inizio stagione, che può fare da traino dopo un periodo funestato dalla pandemia che ha tolto il gioco agli appassionati molto allungo. Non altrettanto, ci pare, la formula per la nuova Serie A.

Opportuno provare ad analizzare la situazione attraverso i nostri abituali 5 punti che diventano domande, perché lo scenario ci pare altresì complicato soprattutto in prospettiva.

 

  • In Italia ci sono 18 realtà in grado di sostenere una stagione in Serie A dal punto di vista finanziario? 

Sono anni che assistiamo a cose assolutamente nefaste nel mondo del nostro basket, formalmente morto dopo il 2004, quando il grido di dolore di Recalcati restò colpevolmente inascoltato. Da allora si sono susseguiti storie di fallimenti, autoretrocessioni, crollo di piazze storiche, bilanci in grave difficoltà, impianti oltremodo vetusti che rendono inguardabili perfino le gare in televisione, scudetti vinti e  revocati per le ragioni che sono più cronaca di giustizia che sport, una nazionale che non è arrivata ad alcun risultato importante e club che hanno non hanno conquistato conquistato nessuno dei due maggiori trofei continentali, ovvero la Turkish Airlines Euroleague e la 7Days Eurocup.

Ad un quadro come questo, che è realtà indiscutibile nei fatti, si sono aggiunti i salvataggi in extremis di tanti club, le cui finanze sono state messe in discussione dagli organi di controllo a lungo, per arrivare poi spesso ad accettare nella massima serie anche le situazioni più difficili.

Coi gravissimi problemi finanziari che sta causando, e causerà, la crisi del coronavirus,  ci si può attendere 18 club con una parvenza di sostenibilità nell’ottica di quelle che erano già  difficoltà conclamate?

  • Competitività: quanti crescono?

Il livello del campionato, dopo anni di buio totale, è cresciuto nella stagione 2019/20. E’ sotto gli occhi di tutti ed è cosa molto positiva. Milano e Bologna sono le due realtà con maggior bacino di utenza di pubblico, club con disponibilità finanziarie notevoli che possono fare da traino al movimento. Venezia, encomiabile per gestione e risultati, la stessa Sassari, sempre competitiva, la conferma di una realtà come Cremona, una Brescia che sta sempre in alto ed ha fatto bene in Europa, una Trento che è modello sotto diversi aspetti, Brindisi di sempre ottimo rendimento: un insieme di valori positivi che hanno elevato una qualità che era diffusamente troppo scarsa nel recente passato.

Ora, allargando a 18 squadre non c’è il rischio, legato indissolubilmente ai problemi indicati, che si crei un numero di squadre troppo corposo per allestire roster decenti? Che partite nascerebbero contro le migliori se la differenza si facesse sempre più marcata? Non c’è il rischio di avere un numero di gare poco interessanti decisamente alto?

  • Italiani e settori giovanili

Invece di continuare a parlare di numero chiuso, regole “panda” etc non sarebbe il caso di lavorare, finalmente in modo reale, sui settori giovanili? Imporre determinate strutture, obbligare a determinati parametri, ricreare una formazione che sia territorio in cui si può lavorare veramente, con la giusta retribuzione corrisposta a chi vi opera? Qui da anni fioccano le idee più disparate, ognuno dice la sua, il famoso “bene comune” di cui ci si riempie la bocca fa ormai sorridere solo a nominarlo: si vuole ripartire dando degli stipendi accettabili a chi lavora nei settori giovanili? Quando c’erano i, vari Messina, Scariolo, Crespi, Pasquali, Bucchi etc allenare i giovani era un lavoro vero (c’ero, l’ho vissuto, lo posso confermare). Sottopagare come si fa oggi è una strada che non ha portato a nulla, come non porta a nulla in alcun altro settore. Ed allora è così difficile ripartire da lì, dandosi un programma almeno quinquennale, fregandosene del “tutto e subito” cercato attraverso soluzioni ponte che altro non sono che nascondere la polvere sottili tappeto? E chi non è disposto a farlo, può salutare la compagnia. Non ne sentiremo la mancanza.

In questi quadro generale pensiamo che possano esserci un centinaio e più di giocatori italiani che possano oggi garantire un buon prodotto cestistisco?

  • Sponsor e diritti tv: come creare appetibilità?

Philips, Kinder, Ignis, Scavolini, Benetton, Bancoroma… Solo alcuni nomi che hanno contribuito alla grandezza del basket italiano nel trentennio che ha chiuso il secolo scorso. Grandi nomi, grande esposizione, grande basket. Non è difficile.

Come si torna ad essere interessanti per le grandi aziende? Con un prodotto valido che abbia un alto coefficiente di attrazione verso la gente. Come si arriva a quel prodotto valido? Con la qualità, che nasce anche da immagine e comunicazione, oggi fondamentali più che allora.

Ma qualità, nel nostro gioco, vuol dire pallacanestro di qualità. Che si ottiene attraverso i campioni, ed allora sono benvenuti i vari Rodriguez, Teodosic e compagnia, ma anche, se non soprattutto, ad una base che sia tecnicamente presentabile. Non piacerà a tanti protagonisti di oggi ma c’è una grande realtà: giocatori che negli anni 90 frequentavano la serie A2 oggi sarebbero stabilmente nelle rotazioni di almeno tre quarti di serie A. Ne parlavo con diversi addetti ai lavori di recente e la conferma è arrivata da tutti, anche da chi, istituzionalmente, si sente di non poterlo dire in pubblico. Si vedono delle cose tecniche, negli ultimi anni, che sono un incubo cestistisco. Gente che non ha lo straccio di un fondamentale che diventa “pezzo pregiato” del mercato solo perchè italiano e che diventa perfino protagonista, nella penuria generale. Mezzi giocatori che assurgono a ruoli da protagonisti, maltrattando il legno duro con evoluzioni poco più che pietose. Sia chiaro, non è colpa loro, perchè figli del nulla tecnico degli ultimi 15-16 anni, prodotti di vivai trasandati senza basi e progetti. La pallacanestro è uno sport straordinariamente nobile e tecnico, molti tifosi ne comprendono l’essenza a fondo, ma c‘è un popolo, oggi ben lontano, che va coinvolto con la qualità: come pensiamo che possano appassionarsi a vedere Tizio, Caio e Sempronio che non sanno usare la mano sinistra, non hanno un movimento in post o “passano” tiri da tre metri perchè non ne conoscono le basi tecniche di esecuzione? Sarà mai bello vedere un Chacho od un Milos affrontare questi giocatori? Suvvia…

Ed allora diventa fondamentale quanto detto prima, ovvero lavorare sulla base. Non arriveranno risultati nel breve, il tempo minimo è un quinquennio, ma così il tunnel avrebbe una luce ed il movimento una prospettiva.

  • Impianti e comunicazione

Tutte le leghe sportive mondiali maggiori vogliono esporre il loro prodotto in palcoscenici di alto profilo. L’Uefa è arrivata a dare le stelle per giudicare gli stadi, manco fossero hotel di lusso, l’Eurolega richiede capienza, qualità e distanza minima dagli aeroporti, senza parlare della NBA, dove gli standard sono altissimi. Come possiamo pensare di vendere un prodotto alle tv con impianti dove talvolta le immagini paiono prese dalla luna? Inguardabili è la parola giusta. Ma si può giocare una finale scudetto in un impianto senza l’aria condizionata? Tutte cose viste purtroppo, nessun frutto della fantasia.

E’ così difficile imporre degli standard, secondo una tabella progressiva dalla serie A in giù ovviamente, per rendere la presenza dei tifosi e le riprese televisive decisamente più accettabili. E’ così complicata imporre un tempo per adeguarsi a queste regole altrimenti tanti saluti?

Comunicazione, “last but not least”, anzi. Tutte le squadre della massima serie devono proporre sui canali social conferenze stampa e zona mista. Obbligo di avere il Coach ed almeno due atleti davanti alle telecamere dopo la gara: una telecamera collegata in rete non è un grosso problema.  Tutte le società devono mettere i propri tesserati (un certo numero, chiaramente) almeno una volta alla settimana a disposizione dei media dopo gli allenamenti. Basta aperture clientelari solo per gli amici: oggi il web è la via, lo sanno tutti, tranne l’Italia del basket. Lo sappiamo tutti, ma tanti per il quieto vivere e per convenienza personale tanti non lo dicono: ci sono uffici stampa che accolgono le richieste dei media con fastidio e malsopportazione, manco fossero tutti dei Los Angeles Lakers o dei Real Madrid. Non tutti, ovviamente, perché di eccellenze ce ne sono e non vanno gettate nel calderone. Tra l’altro, ho una notizia… Il Real Madrid è il Real Madrid anche perché risponde in pochi minuti alle richieste ed allora non chiediamoci perché sono i numeri uno. In Italia ci sono dei giovani, anche qui sottopagati, che lavorano egregiamente e con straordinaria passione: facciamo sì che diventi un lavoro rispettabile per chi dedica la sua vita 24/7 a questa attività?

Il sito della Lega, poi. Avete mai provato a visitare quello della ACB spagnola? Ecco, vi invito a farlo, non serve altro per chiarire. Un sito di buona qualità è alla portata di tutti, va tradotto obbligatoriamente in inglese (almeno) e deve proporre contenuti reali, non solo storielle autocelebrative. I media, di ogni tipo, sono affamati di notizie e contenuti, molto più di quanto lo sia la carta stampata, ormai surclassata da questo punto di vista. Vogliamo superare la consuetudine delle informazioni date solo alla stampa “amica”? E’ così complicato capire che un martellamento mediatico crea interesse e coinvolgimento? E’ così complicato dare delle regole ferree di produzione di contenuti ai club? Non fai la conferenza stampa in buona qualità video a fine gara sui tuoi social e su quello della lega? Ok, è stato bello, ma sei fuori.

Umberto Gandini è un grande dirigente sportivo ed una grande speranza per il movimento  ma ha bisogno di due cose. La prima è essere affiancato da un uomo di basket, super partes, e le seconda da uno staff che si occupi dei singoli problemi professionalmente. Lasciare tutto in mano ai dirigenti dei club non può che sotterrare il prodotto, esattamente come gli stessi protagonisti hanno sotterrato la pallacanestro italiana. Non l’hanno fatto di proposito, ma semplicemente perché hanno pensato soltanto al proprio orticello, senza prestare il minimo interesse alle altre componenti del movimento. Il celeberrimo “bene comune” si ottiene con le competenze unite alla professionalità. Gli interessi personali sono altra cosa e non portano lontano.

 

 

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