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La storia di Ergin Ataman in THE CROSSOVER, il podcast di Joe Arlauckas

Ergin Ataman, il dominatore assoluto del basket europeo 2019/20, sia in Turkish Airlines Euroleague che nella lega Nazionale Turca, si è raccontato a Joe Arlauckas in un’altra splendida puntata di “THE CROSSOVER”,  il podcast condotto per Euroleague.

Dai primi passi in carriera fino ai giorni nostri, attraverso un fortissimo legame con la propria famiglia, il proprio paese ed una capacità unica di esser allo stesso tempo cittadino del mondo.

 

Si parte da cose di famiglia, qualcosa che non ha eguali nella considerazione di Ergin…

«Mio figlio ha 9 anni, vive di pallacanestro ed è parte del nostro staff a tutti gli effetti. Viene agli allenamenti, dà consigli ai giocatori, parla con tutti e dopo le sconfitte, prima del Presidente e dei giornalisti, vuole sapere perchè abbiamo fatto questo o quello… Se perdiamo arriva a casa arrabbiatissimo, fortunatamente quest’anno ne abbiamo perse solo 4 su 28»

Sui suoi inizi da giocatore non indimenticabile…

«Ho giocato nelle giovanili del liceo italiano di Istanbul e sono stato il capitano dell’Eczacibasi, allora il primo club della nazione,  ma quando mi dissero che non avrei fatto la squadra senior smisi di giocare, solo 20enne, e cominciai ad allenare il minibasket, mentre studiavo economia all’università di Istanbul».

Se non avesse allenato…

«La mia famiglia aveva un azienda di cui mi occupavo saltuariamente come vice-presidente, probabilmente avrei lavorato come uomo d’affari. E’ stato importante per me avere un piano B, mi ha permesso di scegliere con tranquillità e di prendere qualche rischio nel basket».

Sulla crescita della pallacanestro in Turchia…

«Non era importante allora e quando dissi a mio padre di voler allenare lui fu sorpreso e mi disse di provare con un part-time iniziale. Ma subito capii che, a parte i soldi che non erano così, male, il basket era differente, era la mia vita, era più di un lavoro»

Sui primi passi da Coach…

«Quando iniziai ad allenare al 100% vincemmo la Korac nel 1996 ed ero assistente del mio maestro Aydin Ors. Da capo allenatore ho iniziato con il Turk Telekom per due anni che furono straordinari perchè arrivammo in finale turca, mai successo prima per un club di fascia media, vincemmo la Coppa del Presidente e l’anno seguente giocammo in Eurolega. Poi, dopo il Pinar,  arrivò la chiamata dell’Efes, che mi chiese di andare in America a studiare il gioco ed a migliorare: il grande Aydin Ors avrebbe smesso in un paio d’anni e la panchina sarebbe stata mia. Accettai e contattai il leggendario Coach di Stanford Mike Montgomery, che raggiunsi per un anno da osservatore-studente del gioco».

Sull’eredità dell’esperienza a Stanford…

«La grande umanità di Montgomery e l’organizzazione sportiva assai professionale. Erano giovani che si allenavano alle 6 del mattino, poi scuola e poi ancora allenamenti, sempre preceduti da meeting con sessioni video etc. Mi impressionò il tempo dedicato al 5vs0, mentre in Europa era sempre 2vs2, 3vs3 o 5vs5. Si applicavano al 100% in quel momento, fu insegnamento importate per me».

Sulla parentesi al Pinar…

«Dissi all’Efes che tornavo perchè ero pronto, ma Ors voleva continuare e firmai a Karsiyaka. Rimasi solo 7 gare, battemmo l’Efes, Ors diede le dimissioni e lo stesso Efes mi chiamò. Situazione complicata, ero sotto contratto ma trattarono, ci fu un buyout e passai al grande club di Istanbul».

Sulla prima esperienza all’Efes…

«Il primo anno fu subito Final 4 a Salonicco, sconfitti dal grande Pana di Obradovic, con Bodiroga, Gentile e Rebraca».

Sul passaggio a Siena…

«Mi chiamò Minucci e accettai, per un periodo molto intenso e bello tra la gente, la città, i tifosi, tutti che vivevano per la pallacanestro. Il primo anno vincemmo la Saporta, poi andammo alle F4. Sono orgoglioso di aver contribuito a portare Siena da club di medio livello ad un piano superiore, che continuò per anni»

Poi il ritorno in patria…

«Un grave errore. Allora l’Italia era al top, tra Bologna, Siena e Treviso. L’offerta della Virtus c’era, ma li attesi un mese, con loro che avevano grandi problemi finanziari,  perdendo opportunità dalla Spagna. La mia famiglia voleva tornare in Turchia ed accettai l’offerta dell’Ulker».

Ulker, appunto, un amore mai sbocciato…

«Vincemmo tante coppe, ma il feeling non arrivò forse perchè mancò il successo internazionale, con una squadra a trazione lituana che arrivò però nelle prime 8 d’Europa».

Un tifoso del Galatasaray, che però non approdava al club del cuore…

«Ero loro tifoso di calcio, ma nel basket non erano al top, non investivano».

La parentesi bolognese, sponda Fortitudo…

«Durissima, il club stava fallendo, ogni giorno un giocatore che voleva andarsene perchè non veniva pagato. Non avevo capito che la situazione fosse così grave, provai a parlare con imprenditori, a salvare il club, ma era più grande di me e ad aprile lasciai».

E si arriva al Besiktas…

«Giocammo una grande stagione, ma le eliminazioni con il Galatasaray (tripla sulla sirena…) in Eurocup e con il Turk Telekom nei Playoff nazionali furono tremende. Mi lasciai col Presidente dicendo che un giorno sarei tornato. L’Efes mi fece un’offerta e ripresi il mio posto lì, dopo 7 anni».

Il secondo passaggio all’Efes…

«Il triplete del 2009 fu speciale perchè tornai a vincere dopo qualche anno. La finale di lega fu grandissima, da 0-2 a 4-2 col Fenerbahçe di Tanjevic. La stagione seguente perdemmo la finale sempre col Fener ma giocammo una pessima Eurolega ed il mio contratto in scadenza non fu rinnovato. MI fermai qualche mese, poi tornò alla carica il mio amico Presidente del Besiktas e tornai».

Ed arriviamo la capolavoro del 2012…

«La stagione è stata stranissima. Ad agosto, causa problemi finanziari, eravamo senza giocatori a contratto. Non sapevo cosa fare, ma grazie al lockout NBA avevo parlato con agenti amici e, miracolosamente, potemmo firmare Deron Williams. Ok, ma avevano solo lui… Poi convinsi il padre del Presidente proprietario della più grande compagnia di gas turca, la Milan Gaz, a diventare nostro sponsor, eccitato dall’attenzione che il nome di Williams portava sulla Turchia, ed ecco che potemmo firmare gente come Pops Mensah-Bonsu e Carlos Arroyo. Giocavamo alla grande, Deron batteva ogni record, ma poi il lockout terminò e tornò a New Jersey. Ma noi continuavamo a giocare un basket spettacolare e finimmo per vincere tutto. A fine anno arriva il cambio di Presidente del club, attraverso le elezioni, e di colpo, dopo l’abbandono della Milan Gaz, finiscono i soldi. Le prospettive per l’Eurolega erano minime ed io non potevo accettare perchè avevo grande ambizione ed ero il Coach turco più importante. Così lasciai».

Ed alla fine ecco il Galatasaray…

«Il momento più alto è stata la vittoria in Eurocup, perchè ha dato dimensione internazionale al club. Ha portato a pensare in grande in Europa, ad un quarto di finale contro il Barcellona. Il titolo turco del 2013 è stato grande perchè arrivato 27 anni dopo l’ultimo successo, mentre il 2014 è stato pazzesco. Sul 3-3 con il Fenerbahçe il Presidente ha ritirato la squadra da gara 7: ho accettato e rispettato la scelta perchè non era più basket ma guerra, che coinvolgeva tutti, club, tifosi, stampa… Non è stata una decisione “fair” per lo sport, ma di “fair” non c’era più nulla. Certo che lasciare un titolo senza giocare…».

Sui successi dei Coach turchi, meno importanti di altri europei…

«Se non vinci in Europa on ti chiama nessuno per allenare da loro… I serbi ad esempio hanno vinto prima in patria, poi è arrivata l’occasione all’estero. Ma pochi di noi hanno avuto quella possibilità. In altri paesi, invece,   molti hanno avuto grandi budget in grandi club, come Laso o Pascual».

Ed eccoci all’Efes attuale, avventura iniziata a fine 2017…

«La terza volta all’Efes, che non vinceva il titolo turco dal 2009. La situazione era terribile, ultimi in EL, ottavi o noni in patria, tutti senza fiducia. Ma era un modo di ripartire anche per me. La Coppa vinta pochi mesi dopo è stata un’iniezione di quella fiducia di cui tutti necessitavano. Poi tanti infortuni, come Zoran Dragic, Kruno Simon… Finiti ultimi in EL, abbiamo perso in semifinale nazionale con il Tofas».

«In una riunione ho chiesto un budget più alto, come in passato, spiegando che avremmo potuto così lottare. Quell’estate sono riuscito a convincerli ed il Presidente mi rispose che era mia responsabilità quella crescita di budget rispetto ai 7mln che c’erano. Volevo tornare ai PO di EL, abbiamo lavorato 12 ore al giorno d’estate su scouting, video, informazioni che hanno portato alle firme di Larkin, Micic, Pleiss, Anderson, Moerman e Beaubois».

Sui segreti del suo successo attuale…

«La chimica è stata perfetta perchè abbiamo scelto per ogni ruolo due giocatori completamente differenti, vedi Micic e Larkin o Pleiss e Dunston. Non abbiamo scoutizzato solo il giocatore ma la sua personalità, che sé dimostrata importantissima. Abbiamo atleti come Simon o Anderson che sono diventati fondamentali per la squadra, anche se non star. Credono nel sistema e danno il 100% sempre. Larkin non era soddisfatto all’inizio, perchè infortunato, ma gli ho spiegato che senza dare il 100% non avrebbe potuto primeggiare, anche se giocatore di livello NBA. Quando ha iniziato a fare quello che sapeva, siamo saliti ancora di livello».

Sulle differenze tra le personalità dei giocatori di un tempo rispetto ad oggi e come gestirle…

«Il gioco è cambiato, sempre più simile alla NBA. La gente vuole lo show, ama i giocatori, meno ii coach. Ho cambiato filosofia dando più libertà ai giocatori nel contesto di squadra, per avere il 100%. In campo come fuori, rispettando l’essere umano come il giocatore. Capire il perchè di quello che danno e renderli parte di un gruppo importante come staff, come club. La professionalità dell’ambiente, la puntualità dei pagamenti di salari e bonus, quando raggiunti, sono cose fondamentali che ho avuto dal club e che rendono il successo più semplice».

Sulle famose critiche feroci a Micic dopo la gara con il Pana…

«Ho usato tante strategie in carriera. Micic è un grande ma forse dire apertamente davanti ai media che non era pronto mentalmente per la gara è stato importante. Forse aveva bisogno di ciò, tanto che la gara seguente fu una delle migliori da parte sua. Non ho detto una parola il giorno dopo, ma poi ho chiarito con la squadra e lui ha capito, da professionista, come mi ha ammesso».

Sulla forma di comunicazione che a volte può confondersi con l’arroganza…

«Sono così, non nel basket, nella vita. Non posso cambiare, questo è Ergin Ataman».

Sul futuro da Presidente del Galatasaray…

«Innanzitutto non ho mai detto che sarò Presidente del solo basket, ma di tutto il club. Dopo l’Eurocup del 2016 mi hanno onorato rendendomi membro del club e tanti altri soci hanno grandissimo rispetto per quello che ho fatto e che sto facendo per il basket turco. Quando avrò finito di allenare, tra 7-8 anni, perchè non potrei esserlo, di un club che ho sempre tifato? Ma nel frattempo, in questi 7 anni devo vincere un’Eurolega…»

Appunto, l’Eurolega…

«Magari giocheremo la finale col Fenerbahçe in luglio o agosto…»

Sul periodo di inattività attuale…

«Noiosissimo, coi ritmi cui eravamo abituati, ma ora la salute è prioritaria. Risolviamo il problema e torniamo a giocare, quando potremo. Abbiamo le capacità di vincere questa battaglia, grazie ai nostri scienziati e dottori, nel frattempo, stando a casa,  alleno mio figlio in giardino».

 

 

 

 

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