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Grazie Kobe, uomo sempre un passo avanti

Oggi basta un whatsapp, tanto freddo ed impensabile quanto immediatamente credibile, se chi te lo manda è sulla notizia 24/7. Una volta sarebbero dovute intervenire decine di chiamate, fax ed altre situazioni che paiono appartenere al medioevo cestistico.

Medioevo, appunto, secoli bui, quelli che appunto terminarono nel gioco quando Magic e Larry riaccesero la luce, prima che MJ e Kobe la rendessero abbagliante.

Forse una notizia così triste avrebbe meritato qualcosa in più  a livello umano per essere metabolizzata, sempre che lo si possa fare. Ma il mondo di oggi è questo, travolge tutto nello spazio di un attimo, è una sorta di “buzzer beater” continuo, dove il tempo inghiottisce il sentimento, come un tiranno con un  cuore i cui battiti sono scanditi dalle lancette della comunicazione.

Sconforto, stordimento, incredulità e, ahimè, anche tanto realismo. La vita ha una sola cosa certa, la morte.  E quando riesci a comprendere la portata dell’accaduto, quando provi a fermare quel treno di informazioni che travolge tutto e tutti, allora arriva il mondo vero, che si materializza sotto forma di lacrime, sempre più sincere quando riservate e solitarie.

Chi era Kobe Bryant? Non lo sappiamo certo noi comuni mortali che non lo conoscevamo di persona, non lo sa nemmeno chi ha pensato di esserne intimo solo per averci scambiato quattro chiacchiere dopo una sua normale giornata in “ufficio”, quel parquet dove ha composto le note del suo spartito fuori dal comune.

Non gradisco mai (eufemismo), ogni volta che viene a mancare qualcuno, che ne vengano decantate le lodi umane a livello familiare e di amore per il prossimo: preferisco che a farlo sia chi veramente era parte di quel mondo di amicizia, intimità e complicità da potersi permettere una tale invasione, positiva o negativa che possa essere.

Kobe è stato una figura unica, fonte di ispirazione, sorgente purissima di piacere cestistico superiore, quello che viene dai fondamentali e dalla conoscenza del gioco, quello che va oltre il tiro e si chiede come sia costruito quel tiro, quello che va oltre la movenza studiandone le ragioni e la comprensione dell’istante che la regala.

50 anni (qualcosina in più…) vogliono dire tre grosse e fondamentali fortune nel basket, se ci limitiamo al favoloso mondo della NBA. Hai potuto crescere insieme alla lega rivitalizzata da Larry e Magic, hai vissuto l’approdo (non facile) di MJ e la sua straordinaria ed inimitabile leggenda, hai sviluppato il tuo legame col gioco attraverso l’unicità di Kobe, un uomo che trasformato la passione in ambizione utilizzando la forma più pura e veritiera di rincorsa al successo, ovvero il lavoro.

Leggenda, appunto, vale per MJ come per Kobe:  “tipo di racconto eroico… che mischia la realtà all’immaginazione”. Ecco, c’è tutto il Bryant dalle origini al triste, tragico epilogo. Con una certa propensione a stare più dalla parte della realtà piuttosto che da quella dell’immaginazione.

I ricordi sono tanti, si intrecciano in un turbinio di emozioni che hanno bisogno di tempo. Poi però ci sono quelle immagini che restano indelebili.

La prima, vera grandissima gara di finale ad Indianapolis, nella culla del gioco, quella che scatenò uno dei mille “mind games” di Coach Jax: «Ne ho viste giocare decine di gare così a Michael, Kobe è solo alla prima». Michael, il traguardo da superare: nessuna ossessione nell’accezione negativa del termine, perché quelle ossessioni portano lontano dalla retta via, solo l’ambizione, la voglia e la determinazione di voler essere “più grande del più grande”.

Poi quella penetrazione con alzata per Shaq contro Portland, “The Big Aristotele” che rientra in difesa (si fa per dire…) con il sorriso e la linguaccia che vuole dire al mondo «Noi siamo imbattibili, venite a prenderci se riuscite».

Ce ne sarebbero centinaia d’altre, ma se penso a Kobe vedo queste due, perché ognuno ha il suo spicchio di Kobe, una parte di quel mondo che ci ha regalato come realtà, altro che sogno.

Kobe non è stato solo amato, anzi. Kobe è stato odiato, tanto. Non solo sportivamente, come ci ricordavano spesso a casa sua, Phila, la città dell’amore fraterno, che lo accoglieva con celeberrimi “Kobe sucks”, ma anche a livello umano, perché apparteneva ad una categoria che gli essere umani faticano a riconoscere come quella della porta accanto. E se l’uomo sente incapacità di essere uguale e percepisce distanza da chi sa fare ciò che a lui non riesce e nemmeno capisce, odia. Cosa oggi ancor più semplice, attraverso tastiere che hanno reso la tuttologia arte dell’insulto sulle basi dell’ignoranza. Non comprendere un’etica lavorativa superiore portava a francobollare la persona come lontana da tutti, con una sorta di separazione da ciò che si crede dover essere l’uomo comune. Kobe non è stato troppo amato perché se ne stava solo in una stanza d’albergo a vedere e rivedere video degli avversari, mentre i suoi compagni erano insieme altrove le sere precedenti le partite.

Ma Kobe, di comune, non ha mai avuto nulla. E’ stato un uomo normalmente eccezionale, mai comune. Con caratteristiche che abbiamo tutti noi, errori che commettiamo tutti noi, ma mai banale. Kobe sbagliava tiri come tutti i giocatori, ma lo faceva dopo che quel tiro era stato allenato per ore alle prime ore el mattino, mentre i suoi compagni erano ancora in uno strip club oppure a qualche party. Kobe non tollerava che un corpo come Shaq non si allenasse al 101% per dominare come avrebbe dovuto ed arrivò a chiedere di essere scambiato anche per questa ragione. Kobe aveva in mente una cosa sola, la vittoria Che è un po’ quello che abbiamo in mente tutti, con la differenza che lui, nei fatti, ha portato l’asticella ad un livello tale da non essere nemmeno immaginabile per tutti noi. Kobe non voleva solo essere il numero 1, Kobe faceva tutto ciò che serviva per essere il numero 1, perché non lasciava spazio alla casualità, al concetto di fortuna e sfortuna, a qualunque scusa che lo deviasse dalla via maestra, quella del lavoro. Kobe non ha mai piagnucolato sugli arbitri, perché li sapeva gestire attraverso la sua grandezza, ottenendo da loro il rispetto che uno status come il suo meritava. Kobe è stato intransigente con qualsiasi compagno che non desse il massimo, pretendeva tutto da tutti, perché lui dava più di quel tutto. Kobe dava rispetto a chi se lo era guadagnato col sudore.

Ma Kobe aveva, più di qualunque altra cosa, un limite molto umano, legato alla sua passione per il gioco. A chi reputava conoscere meglio la pallacanestro , concedeva qualcosa in più. Ecco perché ai Derek Fischer, ai Pau Gasol, ai Rick Fox, ai Lamar Odom era permesso qualcosina in più: solo perché lui vedeva in loro menti cestistiche in grado di esplorare e comprendere ogni aspetto del gioco. Una sorta di vezzo più che un limite, una concessione all’amore per il gioco.

Era leader naturale che ha lavorato tutta la vita su questa caratteristica, portandola a livelli di eccellenza assoluta. E come tutti i leader sapeva essere durissimo quando serviva, anche veramente insopportabile a detta di molti, tuttavia sempre nell’ottica di ciò che serviva per arrivare alla vittoria, l’unico capitolo che gli interessava scrivere di continuo.

Kobe sapeva entrare nella testa delle gente, prima che nel cuore, anche perché si rivolgeva a tante persone nella loro lingua. Sentire una “divinità” del suo spessore discorrere tranquillamente in italiano ha dato l’illusione che fosse uno di noi, ma la realtà è ben diversa.

La grandezza di Kobe è stata proprio quella di non essere mai uno di noi, ma di insegnare al resto del mondo che l’eccellenza era un traguardo da perseguirsi, sempre. E’ sempre stato avanti a tutti noi ma lo ha fatto senza che nessuno ne potesse mai mettere in dubbio l’etica. Così i grandi uomini si guadagnano il rispetto e l’ammirazione.

Madison Square Garden, 8 febbraio 1998. Il gioco entra in una nuova era.

Il posto è “The world’s most famous arena”, quella che MJ aveva definito “la Mecca del basket”. L’evento è un All Star Game che sarà l’ultimo prima del “lockout” del ’99, nonché, senza ancora saperlo, il teatro di una sfida per la storia. David Stern, che un destino maledetto ci porterà via poche settimane prima di Kobe, aveva intuito tutto prima degli altri, come spesso gli capitava. Lo stesso Jordan, a cui fecero eco David Robinson e Reggie Miller, sottolineò come il passaggio del testimone da MJ a KB fosse un po’ troppo enfatizzato dalla NBA. Ma era stato proprio lui, il più grande di sempre, poco meno di due mesi prima, a chiedere a Phil Jackson di entrare in campo nell’ultimo quarto della gara dello United Center, già abbondantemente decisa a favore di Chicago,  per marcare quel ragazzino. Il più grande vide uno che poteva avvicinarsi a lui più di chiunque altro e lo riconobbe da subito.

«Non stavo bene, mi ha sfidato subito. Se vedo uno che non sta bene, io lo attacco. Lui mi ha attaccato». Poi un sorriso, di quelli che hanno già visto tutto: «Sai, mi piace il suo atteggiamento». 

Quel giorno si consacrò il vero Kobe, quello che non ha mai lesinato uno sforzo, quello che ha sempre voluto dare oltre il 100%, quello che non è mai venuto a patti con i limiti. Ce lo disse il più grande di tutti, immediatamente conscio di aver visto l’unica cosa paragonabile a se stesso.

chicago tribune 2

Ed allora semplicemente grazie Kobe.

Grazie per averci tenuto a distanza, permettendoci, con una forma di arroganza necessaria, di provare a fare qualcosa in più ogni giorno.

Grazie per aver esplorato il gioco in tutti i suoi aspetti, dai fondamentali ai set più complicati.

Grazie per aver sdoganato per tutti il concetto di vero lavoro duro ed averlo reso comprensibile, sebbene spesso impraticabile, a tutti noi. Ci hai insegnato che il talento è una benedizione («Ho capito sin da bambino che Dio mi aveva voluto su questa terra per giocare a basket») ma che su quella benedizione non si poteva bestemmiare non onorandola quotidianamente col sacrificio.

In una sintesi, grazie per aver amato e rispettato il gioco, e per averci insegnato che i limiti sono qualcosa che si deve provare a superare quotidianamente. Noi non potremo mai essere come te, per mille ragioni, ma questa eredità è la cosa più importante che potevi lasciare a questo grande, imperfetto pianeta ed ai suoi altrettanto imperfetti abitanti.

Nulla sarà più come prima, ogni volta che sentiremo un pallone rimbalzare sul legno duro. Il nostro pensiero andrà sempre a te e sarà un duro confronto con la vita, che riporterà tutto ad una dimensione molto umana. Perché  questa tragedia, in fondo, è l’unica cosa che ti ha reso simile a noi, senza alcuna certezza, se non quella di essere di passaggio da queste parti.

Quel maledetto Whatsapp è arrivato. E’ tutto orribilmente vero. Sono passate circa 36 ore  ed in qualunque modo ci provi, non riesco a guardare il tuo volto che campeggia ovunque, tra televisioni, giornali ed internet, convincendomi che non ci sei più. Ed allora quelle immagini che ricordo automaticamente non sono più due, ma dieci, cento… sarà difficilissimo tornare alla pallacanestro di tutti i giorni.

 

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