Dino Meneghin: La rimonta con l’Aris è la più grande immagine dello spirito Olimpia

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7 Coppe dei Campioni, che se vogliamo possiamo chiamare Eurolega, 4 Intercontinentali, 1 Korac, 2 Coppe delle Coppe, 12 Scudetti, 6 Coppe Italia, 1 Argento Olimpico, 1 Oro europeo e 2 bronzi, il più grande giocatore europeo della storia per Giganti del Basket nel 1991, Hall of Famer il 5/9/2003, primo azzurro scelto in NBA (Hawks nel 1970).

Di tutto ciò a Milano, nel primo soggiorno tra il 1981 ed il 1990 arrivano 5 Scudetti (82-85-86-87-89), 2 Coppe dei Campioni (87-88), 2 Coppe Italia (86-87), 1 Korac (85) ed 1 Intercontinentale (87).

Ci vorrebbe una riedizione della Treccani per scrivere la storia di Dino Meneghin, semplicemente uno dei più grandi atleti italiani di sempre, probabilmente “il più grande”.

 

– Da dove cominciamo Dino? Ok, quella maglia che l’Olimpia ritirerà il 19 novembre. Sembrava che fosse cerimonia che in passato tu non volessi.  Quali sensazioni oggi?

In realtà la cosa era nata prima dai giornalisti senza avere un reale seguito. Poi stavolta  mi ha chiamato Ettore Messina, è stata un’iniziativa Olimpia ed allora è andato tutto avanti, ma in realtà non è vero che io prima non volessi.

– Tra l’altro il tutto avverrà prima del Maccabi, tuo avversario storico nonché posto dove sei venerato. Ricordo bene nello spogliatoio di Gand l’abbraccio sincero con Berkowitz…

Amicizia che dura da 50 anni col Maccabi. Iniziai ad affrontarli nel 1966 e tra nazionale e club furono decine e decine le sfide. Molti di quelli che trovavo nei club li ritrovavo come avversari in nazionale, quindi ne nacque una rivalità che creò rapporti speciali, di stima ed amicizia. Col presidente Mizrahi, grande uomo di sport, c’è tutto ciò,  rispetto e stima. Come quello che provo per quel pubblico favoloso, calorosissimo ma corretto.

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– Ed idolo tu lo sei stato sia  a Varese che a Milano: è motivo di vanto aver unito e convinto la passione di due piazze dalla rivalità così accesa?

Tutto parte da due società serie ed organizzate: presidente, genaral manager, allenatore. L’obiettivo non era vincere, vincere era l’unica opzione presa in considerazione. Erano due squadre senza invidia, in cui tutti facevano un passo indietro perché la squadra ne facesse due avanti. Ovvio l’onore di averle rappresentate.

– Nell’81 arrivi a Milano e per molti sei rotto, pressoché finito. Rientri ad inizio dicembre, in quei giorni c’è una gara con la Jesus Mestre al Palazzone, con le tribune girate per il tennis e tanti confermano le loro perplessità: come la vivevi allora?

Durissima. Appena arrivato mi saltò il menisco e lo scetticismo cresceva. Arrivavo da un’avversaria tosta, ovviamente i dubbi c’erano, li percepivo. Sarò eternamente grato a Dan Peterson, Gianmario Gabetti e Toni  Cappellari per avermi dato una seconda vita cestistica e aver creduto in me quando altri non lo facevano più e mi credevano finito. Sono rientrato “sputando sangue”, come direbbe il Coach. Siamo cresciuti insieme, da amici, dentro e fuori dal campo.

– E’ l’anno del -45 a Pesaro e Peterson invita i tifosi a lanciarvi i pomodori. Ma nello spogliatoio cosa vi diceva?

La sera di quella gara stavo recuperando dall’infortunio ed ero a casa con mio padre a vederla. Meno 45! Caspita, troppi… Ma mio padre mi disse «tranquillo, vincerete lo scudetto». Io ridevo, poi… In quel periodo io vivevo più con Claudio Trachelio, il nostro grande preparatore, che con Peterson, però posso dirti che quasi mai ho visto il Coach sopra le righe in spogliatoio. Lui, da fine psicologo, dava tutto in campo ed in allenamento, sapendo come caricarci anche coi suoi famosi cartelli affissi in spogliatoio. Giocavi con Roma? C’era il logo della Virtus sul muro, magari ridevamo «Guarda, Giotto…», ma poi eravamo pronti e sapevamo cosa fare anche grazie a quello.

– Impazza la rivalità Bianchini-Peterson. Valerio dice di aver compreso che la “Milano da bere” doveva essere combattuta anche  mezzo stampa. Chi era lui per voi?

Era uno di quelli da battere, quello a cui volevi far rimangiare tutto quello che diceva, sempre nell’ambito sportivo e del rispetto, senza mai un insulto. Grande comunicatore, fu protagonista di leggendarie battaglie anche verbali con Peterson che fecero il bene del gioco, se ne parlava persino nei telegiornali… Lo scontro totale Milano-Roma, la polemica intelligente, mai volgare o poco rispettosa.

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– Dei primi anni di quell’epoca si ricordano le critiche feroci al duo Peterson-D’Antoni: erano quelli che perdevano sempre per stampa e tanti tifosi…

Noi non avevamo dubbi, anche perché lavoravo insieme, quindi si vinceva o perdeva insieme.  In quegli anni ci fu Grenoble, la mia peggior partita. Venivo da 10 finali (5 vinte e 5 perse) ero il più atteso, ed invece… Se potessi rigiocare una gara vorrei rigiocare quella. ma Dan e Mike erano con noi sempre, quindi avanti tutti insieme.

– C’è un’immagine che conservi più di altre di quel periodo incredibilmente vincente?

La rimonta con l’Aris: è la miglior  immagine dello spirito Olimpia. Qualcosa di impossibile che si rese possibile grazie allo sforzo straordinario di tutti. Nessuno ci credeva, tranne noi.

– Un’altra te la suggerisco io: Losanna, tu a terra e le magiche manine (…) di Giovanni Gallotti e del Dottor Carnelli che provano a trattare il tuo polpaccio. Gara eroica, finché Bob non fece il Bob, Mike mise la tripla e quello spirito Olimpia emerse più che mai…

Gara nata male per me. Due giorni prima mi ero stirato il polpaccio, quindi il giorno della gara Carnelli mi fece una puntura per  sopportare il dolore e Gallotti mi fasciò la caviglia in modo da non dover stendere il polpaccio. Giocai come ingessato e verso fine gara mi stirai l’adduttore su un layup decisivo ormai famosissimo, nonché facilissimo. Poi vincemmo, ma quell’errore… Per un mese, dopo quella gara, ad ogni allenamento, Bob urlava a Mike, in modo che io sentissi: «Guarda Mike, Dino ha sbagliato così…» e ripeteva il mio appoggio sbagliato. Volevo ucciderlo…

– Grande intensità in allenamento e soprattutto durante il classico 5vs5…

Quelle partitelle erano il momento più intenso sempre, soprattutto quando a ranghi misti. Nessuno mollava di un centimetro, gli allenatori non fischiavano proprio tutto e quindi botte da orbi. Se poi Peterson prometteva “5 mila lire a chi vince” allora era guerra. Vuoi mettere? Portare via 5 mila al Coach era da foto ricordo…

– Ecco, parliamo di Bob. Arriva da star, si presenta con la tuta dei Lakers. E’ stato complicato il suo inserimento?

C’è stato un po’ di timore reverenziale quando è arrivato. Era il grandissimo campione NBA, il capocannoniere e tutti volevamo fare la cosa migliore per metterlo a suo agio. Anche di lui si diceva che fosse quasi finito e che non avrebbe dato molto, poi grazie a Dio c’è il campo, che ha parlato meglio di tutti. Ho apprezzato molto il suo mettersi in gioco e la sua capacità di alzare l’asticella per tutti: se non ti allenavi bene, non allenavi bene lui e questo non lo accettava.

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– Qualche anno prima era arrivata un’altra star: mi racconti qualcosa dell’uomo Joe Barry Carroll?  A fine stagione vi regalò i famosi orologi: che rapporto aveva la squadra con lui?

Un uomo colto ed intelligente, un po’ chiuso quando giunse qui. Da persona istruita apprezzò il fatto, come ci disse, che in spogliatoio non si parlava solo di soldi, auto e donne, come in NBA. Ok, non eravamo l’Accademia delle Crusca, ma tra di noi politica ed attualità erano temi trattati. Alla nostra maniera, tutti un po’ pazzi tra scherzi etc, ma un bell’ambiente. E sempre insieme, a cominciare da quando ci si sedeva a tavola. Sai che un anno dopo ho scoperto che era un intenditore di ristoranti? Andavo nei locali e vedevo le sue foto, col proprietario che mi raccontava che lui era stato lì a mangiare l’anno precedente. Col tempo si è sciolto e l’esempio degli orologi è chiarissimo. Pensa che quando un americano andava via, di solito facevamo una colletta per fargli un regalo, invece con lui accadde il contrario.

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– Il gioco “L” dominava, come la 1-3-1. Ma se di quella zona capiamo bene che con i tiratori di oggi da tre sarebbe quasi un suicidio, in fondo quel gioco offensivo  era antesignano del “pick and roll” di oggi, però con tante soluzioni alternative…

Certamente. Oggi è tutto un po’ noioso, solo “pick and roll” e gente ferma ad attendere gli scarichi. Ogni tanto mi stufo… Però i ritmi sono alti, quando si fa canestro con continuità  salgono i punteggi e la gente si diverte, quindi tutto bene. Spesso si tira più da tre che da due… Ci sono atleti migliori, un po’ di spettacolo soddisfa tutti. Io preferisco un gioco che coinvolga tutti, in cui tutti si muovono e sono parte del possesso.

– Veniamo alla Milano di oggi. la nuova gestione pare netto “upgrade” rispetto al passato recente. Sei d’accordo?

Squadra rinnovatissima, Ettore al comando di tutte le operazioni che sta cercando di capire bene cosa può avere da tutti. Ci vuole tempo, soprattutto in Eurolega dove quel tempo non c’è: ma l’inizio è promettente. Si sta dando l’impressione dell squadra vera e questo garantisce un biglietto da visita importante a livello di credibilità con tutti, arbitrio compresi. E gli avversari ti rispettano di più, non sono più così certi di batterti.

– Tu forse sei la persona migliore per concedere una sorta di “onore delle armi” a Pianigiani. L’hai scelto in nazionale, in fondo, e non hai mai mancato di elogiarlo. Che Coach è, perché ha fallito a Milano e comunque si può dire che senza una società solida è dura per qualunque allenatore?

Simone Pianigiani è un’ottima persona  ed un grande allenatore. Perfezionista e stakanovista,  ha tutta la mia stima. Non so come fosse gestita la società quando era a Milano, chi sceglieva giocatori e cose varie, quindi non posso dire più di tanto. Di certo i mancati risultati non sono soltanto colpa sua perché è una persona che lavora e che avrebbe meritato di raggiungerli.

– Toni Cappellari un giorno ha scritto, proprio sul nostro sito,  che Mike James tu e Premier l’avreste chiuso nello spogliatoio con voi buttando le chiavi… Il tuo giudizio sul giocatore?

Mike James come giocatore è fenomenale, non si discute. Può ribaltarti una partita in un attimo. Non lo conosco personalmente, quindi più di tanto non voglio dire, però non  mi hanno fatto impazzire alcuni atteggiamenti un po’ individualistici. Certo, con me e Premier qualche invito a passarla di più sarebbe arrivato… In fondo noi giocavamo con Bob che non è che la passasse molto, ma era diverso.

– Messina mi pare fenomenale, come Obradovic, perché è sintesi del gioco di tre decenni, unendo il meglio di tutti questi anni. Qual è il tuo parere?

Ettore ha un’esperienza grandissima, maturata ovunque  e vincendo ovunque. Come un sogna ha assorbito il meglio di tutti i luoghi dove ha allenato  e non sono posto comuni. Conosce alla perfezione il gioco ed il mercato ed ha il rispetto di tutti i giocatori, USA compresi, perché quando in spogliatoio entra lui non è un coach qualunque. Sa gestire i campioni, quelli che vogliono giocare e tirare sempre, che è ben diverso dal gestire i giovani di belle speranze. Dà molto e chiede molto: se non sei pronto a rendere ciò che lui ti dà è meglio cambiare aria. E poi sa trasmettere bene il valore della società per cui si sta giocando agli atleti: avendo lavorato in grandi contesti come Bologna, Treviso, Mosca, Madrid ed anche  San Antonio, trasmette quei valori di rispetto e responsabilità che si devono avere, visto che sei pagato bene e che quella società, come accade a MIlano oggi, ti dà molto.

– Ti piace la Milano coi due lunghi? Io ricordo quella di Casalini che ne schierava tre: tu, Rickey Brown e Bob…

Mi piacciono i lunghi e tra quelli di Milano prediligo Gudaitis. E’ tosto, lotta, prende posizione, molto attivo. Tarczewski è troppo ingenuo, deve imparare a scegliere quando è il momento di fare una cosa e quando non lo è. I suoi falli derivano spesso da troppa generosità, va di qua, va di là e cerca di fare tutto, anche seguendo i piccoli, ma non può. In attacco ora ha Scola come maestro: scuola di piede perno che può essere fondamentale. Se apprendesse qualche movimento solido dall’argentino andrebbe dritto in NBA perché fisicamente è una bestia.

– Cambiando argomento, Andrea per me è il migliore a commentare la pallacanestro perché unisce grande conoscenza tecnica ad una semplicità ed un realismo che ricorda molto… il padre. Ok, non me lo elogerai tu, però qualcosa puoi dirmelo?

Lo seguo tanto, e ti dico che è migliorato tantissimo. Ha imparato a gestire i tempi di intervento ed oggi sa meglio quando dire qualcosa e come dirla. Sai, molti dei “commentati” si arrabbiano ed allora ci vuole equilibrio… Non è mai sopra le righe ed è felice di fare questo lavoro. Ed io sono felice per lui.

– Non posso non chiederti della Nazionale. Più polemiche che risultati: cosa manca a questa generazione?

Il problema è soprattutto la qualità degli avversari che è cresciuta molto. Poi ci sono anche i vari passaporti che aggiungono ulteriore qualità. Noi geneticamente abbiamo pochi lunghi, c’è la concorrenza della pallavolo, ma dovremmo sfornare dei Carlton Myers, degli Andrea Meneghin, dei Nando Gentile… Non è facile, ovviamente  ma vedo dei piccoli esitanti, quando dovrebbero essere la nostra forza e lavorare tanto per esserlo. Vorrei vedere tiratori letali, ma ne vedo pochi.

– Nota dolente, gli italiani. Spessissimo sono bravini a 18 anni ma poi restano con gli stessi pregi e difetti a 22, a 26… Guardando ad esempio gli argentini, quelli lavorano e crescono in qualunque contesto ed a qualunque livello, o no?

Certo, ed è principalmente un questione di lavoro. Oggi ce ne vuole di più oggi per emergere.

– Problema italiani. Cosa preferisci tu per farli crescere? L’inserimento in uno squadrone col rischio di giocare poco oppure andare magari in prestito a livello inferiore per provare ad essere protagonista?

Andare a giocare, assolutamente. Anche in LegaDue ma 30 minuti. farsi le ossa lì può aprire orizzonti importante. Certo, allenarsi coi campioni è importante, ma mai quanto giocare la partita da protagonista.

– Ok Dino, siamo arrivati alla fine di questa conversazione. Ed allora, quando martedì 19 la tua maglia verrà issata verso il soffitto del Forum, il tuo grazie più grande andrà a …?

Visto che parliamo di Milano dico Dan Peterson, Gianmario Gabetti e Toni Cappellari. Come ho detto prima mi hanno dato una seconda carriera ed hanno creduto in me quando gli altri dubitavano. E’ tantissimo.

Tantissimo come quello che hai dato a questo gioco ed allo sport. Tantissimo come quello che, nel nostro piccolo, abbiamo imparato seguendo quella squadra da dentro, fortunati possessori di un biglietto verso un’esperienza unica. Tantissimo come quello che ti dobbiamo, tutti.

Semplicemente, GRAZIE DINO.

 

 

 

 

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alberto marzagalia

Due certezze nella vita. La pallacanestro e gli allenatori di pallacanestro. Quelli di Eurolega su tutti.
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