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2019/20 Turkish Airlines Euroleague seasonTurkish Airlines Euroleague

Primo ristoro, Milano di nuovo Olimpia, Coaches su e giù, e Scarlett Johannsson

Per gli appassionati di corsa, il quinto km è la prima meta intermedia di qualsiasi gara, perché per regolamento deve essere imbastito il ristoro. Che in alcune corse di provincia è a base di pane, salame, salamella, birra, vino e nelle stagioni fredde anche vin brûlé. Ma questo è un altro capitolo (se non siete bergamaschi o veneti, beninteso: nel qual caso “é” il capitolo che interessa).

Questa settimana l’Eurolega ha superato appunto il quinto, inteso come turno, seguito subito dal sesto, in un turbinio di partite che sta pericolosamente esaltando la redazione di Eurodevotion, autrice finora di un 100% di partite commentate che mi preoccupa moltissimo: non avendo finora scritto neanche una-riga-una sulle singole partite, ho autentico terrore che il Direttore mi coinvolga sulla cronaca. E allora intervengo nelle chat redazionali simulandomi operatore di call center pronto a rifilare tariffe eccezionali sui servizi di telefonia, così nessuno mi richiama.

Ecco, l’ho detto, e mi sono bruciato la copertura.

Comunque, per distogliere l’attenzione (del Direttore, non vostra), approfitto del “ristoro” immaginario per buttare lì un primo consuntivo al giro di boa di un sesto della stagione regolare, coi soliti cinque punti “Eurodevotion Style” (uno per km, insomma).

EVOLUTION-REVOLUTION

Si diceva che l’Eurolega è quel torneo di 34 partite più playoff, per scegliere la squadra che va alle final four insieme a CSKA, Real e Fener?

E invece…

Invece capita che, mentre il CSKA sta rispettando il suo pedigree nonostante sia interamente rinnovato, il Real galleggia a metà del gruppo con uscite finora non memorabili e, soprattutto, il Fenerbahce vede sempre più lontana la schiena dei primi, con una sola vittoria e 5 sconfitte, alcune particolarmente dolorose.

Certo non verseremo lacrime nel vedere i blancos in difficoltà anche psicologica (poca voglia dopo troppe vittorie, mondiale compreso per spagnoli e argentini? Consapevolezza di avere nei confini nazionali la rivale più forte, ovvero il Barcellona? Motorino in panne e fidanzata che non risponde più al telefono?). In particolare, non piangeremo in solidarietà con Rudy Fernandez, la cui allegoria settimanale è “piacevole come una grossa cacca di piccione sull’abito nuovo, subito prima di un colloquio di lavoro”.

C’è invece qualche preoccupazione affettiva per Gigi Datome. Al Forum si sono infranti sul primo ferro tiri che abitualmente segnava anche con le stringhe annodate per scherzo (da Melli) e sorseggiando un caffè con la sinistra, evidente segnale di gambe lontane dalla condizione; a Tel Aviv si è preso un solenne quanto inusuale (verso di lui) cazziatone da Obradovic; per concludere la settimana di passione, con lo Zalgiris ha perso il pallone probabilmente decisivo a 30” dalla sirena, sul +4 (sulla partita torniamo dopo). Non aderiremo mai alla lista di quelli che “è in declino”: piuttosto, sembra che la scelta di vestire l’azzurro ai mondiali anziché riprendersi come qualsiasi umano dopo l’operazione al ginocchio stia presentando un conto salatissimo.

Tra quelli che invece finora sorprendono in positivo, c’è l’Asvel Villeurbanne alias “che ci faccio qui?”. Partiti 2-0, il loro attuale 3-3 ha tutt’altro significato di quello del Real; così come Cherif ha tutt’altro valore rispetto a Rudy, del resto (e se ancora non sapete chi è Cherif, vuol dire che non avete letto con la dovuta attenzione la mia preview. Per punizione, cercate la serie su “Giallo” e guardate i primi 10 episodi in loop. Vi dico io quando basta).

SUPERSTAR TEAM

Ok, era previsto, ma (a parte che le previsioni contano il giusto, vedi Fener) il Barcellona stava proprio esagerando. Hanno allestito un roster che sembra la reunion degli Avengers, sono allenati da un coach che li fa pure giocare e Mirotic sta spiegando su entrambi i lati del campo che davvero ha lasciato l’NBA per scelta di vita, e non per svernare in Catalunya.

mirotic marca

Certo, poi è arrivata la trasferta al Forum, o meglio il secondo tempo al Forum; ma insomma -anche pensando al futuro beneficio del rientro di Huertel, uno che fa il play e che al Forum non c’era-, a meno che non decidano di chiedere l’autonomia dall’Eurolega (dai Direttore, questa lasciamela, anche se è extra-basket!), quest’anno rischiano serissimamente di mettere le mani sulla coppona.

Spiace solo che, ancora a questo punto della stagione, si ostinino a non scritturare Scarlett Johansson come addetta stampa. Male. Molto male.

scarlett_johansson_21.jpg

COACH(ES), UP & DOWN

Visti a Milano nell’arco di due turni Sarunas Jasikevicius e Zele Obradovic, ovvero i due direttori d’orchestra più scenografici del pianeta. Come da copione, nelle rispettive partite al Forum non è mancato nulla: smorfie, carminie tonalità cutanee, sceneggiate agli arbitri (ma non eravamo noi italiani a gesticolare?), cazziatoni perfino al vivandiere… Certo, irrisorio rispetto alla scena nel derby di Istanbul ormai cult (con relativa foto virale on line) di Zele in una particolarissima sfumatura di porpora, che insegue Dixon rientrante in panchina dopo una parola di troppo.

obra e jasi

Successivamente alle trasferte milanesi, i due (Zele e Jasi, Dixon non c’entra) si sono incrociati a Istanbul, in una partita drammatica (il Fener ci entrava 1-4), conclusasi nel minuto più incredibile che personalmente ricordi: la squadra avanti di 7 palla in mano a -1’20” perde di 3 punti, senza supplementari. 10-0 ospite nell’ultimo minuto (!). Scavando nella memoria, risalgo a Biella che rimonta a Cantù 17 punti negli ultimi 5’, ma erano appunto 5’ e poi vinse al supplementare e non al 40’ (per dire della buona memoria: era il 2006. Poi dimentico la lista della spesa e torno a casa solo con le patatine). Lo shock non ha impedito un lungo abbraccio finale tra Jasi e Obradovic, che almeno per quest’anno sa tanto di passaggio di consegne.

Restando sui coach, Ataman ha dato il meglio (???) di sé commentando così lo 0/6 al tiro e le 7 perse di Micic contro il Pana: “non è professionale”. Due giorni prima, Micic ne aveva messi 26, con 2 rimbalzi, 4 assist e 2 recuperi, facendo vincere all’Efes una partita complicata contro la Stella Rossa.

In quelle tre parole, la miglior rappresentazione delle ragioni della personale avversione al soggetto, che come ormai sapete nella mia scala-disagio viene subito dopo Rudy Fernandez e appena prima di “impianti chiusi per vento nell’unico we in montagna della stagione”. E comunque, d’ora in poi ricordatevi che quando il vostro tiratore non è in serata al tiro, il commento non è “la prossima volta li metterai”, ma “non sei professionale”. Amen.

BAGLIORI DI OLIMPIA

Eccoci, ché so benissimo che, irretiti dal titolo, finora avete letto cercando solamente di Milano. Sempre che non abbiate direttamente saltato a questo paragrafo: nel caso, tornate su o vi si spegnerà per sempre il device su cui state leggendo. Non è uno scherzo.

Milano, dunque. Non è tanto il 5-1 in Eurolega, che peraltro vale mostruosamente di più dell’illusorio 4-2 dello scorso anno. Neppure l’aver vinto per la prima volta da lustri col Fener, evidentemente derelitto; oppure aver sbancato OAKA (idem l’anno scorso) o inflitto la prima sconfitta annuale al Barca (questa mancava, in effetti). Men che meno il 4-3 in campionato, di per sé non esaltante.

No, dopo anni di frustrazioni, quello che ha riacceso i cuori è il sentimento che sia tornato qualcosa della “vecchia Olimpia”. Una squadra costruita con logica, un allenatore che esige dai giocatori un impegno costante e li ripaga in fiducia, un nucleo di italiani valorizzato e che si sbatte.

Poi ci sono le chicche.

Il Chacho, oltre ad essere il play che non si vedeva sui navigli dai tempi di Djordjevic, produce almeno tre-quattro giocate a partita che da sole valgono il biglietto, con l’ormai brevettato «occhi sulla palla dov’è la palla?», equivalente cestistico del gioco delle tre carte da bassifondi, in cui peraltro i difensori cadono come quindicenni.

L’altro gioco di carte che entusiasma è chiaramente Scola 40. I dubbi sulla resa in rapporto all’età si sono già trasformati in una petizione per la statua in piazza Duomo, e un mio amico gli ha anche intestato l’appartamento.

In attesa del vero Shelvin Mack, che comunque in difesa produce assai, le uniche perplessità al  momento (a parte le acconciature di Gudaitis e Della Valle, ovvio. Ci piace pensare ad una scommessa persa) riguardano Roll e White.

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Se per il primo si intravedono segnali di vita, tanto da attendere con fiducia che arrivi la primavera per vederlo in versione Spring Roll (vabbé, questa è tremenda), il secondo resta un mistero. Soprattutto, pare un mistero il perché sia stato preso e subito scaricato dopo poche partite, tanto da non entrare nei 12 neanche in campionato. Insomma, fa sempre più l’effetto di quello che dopo i concerti, sul ponte tra Forum e metro, strimpella con voce lamentosa le stesse canzoni che gli spettatori hanno appena ascoltato live dall’originale.

IL PUBBLICO MILANESE. SI’, VOI

In effetti, un ulteriore elemento di perplessità ci sarebbe, e riguarda la capacità del tifoso milanese di passare dall’esaltazione di “abbiamo schiantato il Fener!” a “in campionato quest’anno retrocediamo!” in due giorni scarsi, e senza neanche attendere il secondo tempo della trasferta romana.

Ok, nel recente passato di docce gelate ne abbiamo vissute tante; abbiamo visto Kalnietis cadere nell’eseguire una rimessa dal fondo; assistito a time-out dislessici; ascoltato scuse meno plausibili di quelle di John Belushi nei Blues Brothers. Tutto vero. Però, dai, un minimo di equilibrio e fiducia nel “nuovo corso” potremmo anche concederlo.

D’altro canto, dopo le prime partite in cui il “nuovo corso” sembrava aver travolto anche i siparietti degli intervalli, sono riapparsi in rapida sequenza l’animatore-da-villaggio-Valtur (per dire, la “vecchia Olimpia” aveva Ezio Greggio. Per dire), le magliette sparate, il dance contest e soprattutto la MuscleCam, protagonista nell’incredibile impresa di risultare peggiore della KissCam. In effetti, è dura restare tifosi sensati, sotto un bombardamento emotivo di questo tipo.

Eppure, qualche speranza sorge. In due giorni abbiamo avuto la “chiamata al tifo” del Chacho e i ringraziamenti al calore del pubblico, nientemeno che da Messina in persona. Forse, forse, si torna a preferire il supporto vocale allo sbracciarsi per le magliette sparate, e i diversamente giovani rivivono i proclami di Dan Peterson per scaldare i tifosi: c’è luce, per di qua.

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