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Il ranking dei Coach di Turkish Airlines Euroleague

“Settembre andiamo. E’ tempo di migrare». Se D’Annunzio avesse vissuto oggi con amore verso il gioco avrebbe riadattato il suo “Pastori” con un “Settembre, andiamo. E’ tempo di ranking”.

E’ la lega degli allenatori: lo confermiamo e lo crediamo senza alcun dubbio. Ok i campioni, ma la grandissima differenza in Turkish Airlines Euroleague la fanno quelli seduti sul pino, protagonisti assoluti nonché portatori dei valori di una scuola che è già storia.

Ed ecco allora il nostro RANKING degli allenatori, tenendo presenti alcuni criteri fondamentali: il palmares, la sostanza tecnica, la personalità e l’impatto sul gioco, nonché i risultati recenti in una competizione che è mutata ed ha dato indicazioni chiarissime. Con un’aggiunta fondamentale: i primi 5, con l’eccezione di Zele che è un passo avanti a tutti per la carriera, possono essere mischiati in ogni modo ed il nostro giudizio attuale è in questo caso maggiormente legato agli ultimi anni della competizione.

18. Zvezdan Mitrovic (Asvel)

“Journeyman” in Ucraina dopo aver cominciato a Podgorica, coach Mitrovic ha portato Monaco ai massimi livelli della lega francese prima di trasferirsi, nel giugno 2018 a Villeurbanne. Dispone di una squadra fisica ed atletica con cui dovrà cercare di limare il grandissimo gap che la separa non solo dalle prime ma anche dal livello medio. L’arrivo di Diot potrebbe garantire un ordine fondamentale. L’organizzazione di gioco mostrata in Eurocup lo scorso anno deve crescere se si vuole emergere.

17. Milan Tomic (Stella Rossa)

Cuore biancorosso, sì, ma quello del Pireo. 13 anni da giocatore ed una carriera spesa principalmente nello staff dell’Olympiacos con cui ha sollevato, da assistente, i trofei del 2012 e del 2013. La sua sfida, da debuttante particolare, è quella di costruire un sistema difensivo che dia alla Stella Rossa un’impronta che possa far male agli avversari come faceva quella di Radonjic.

16. Jaume Ponsarnau (Valencia)

Pallacanestro molto semplice, per i critici anche “minimal”, per il coach 48 enne a Valencia da 2016, dove è stato assistente (vincente) di Pedro Martinez e Txus Vidorreta. Sfida importante, come la definisce lui, al limite dell’impossibile se parliamo di PO, come preferiamo definirla noi. L’inserimento dei nuovi a colmare il vuoto lasciato da alcune partenze importanti sarà il tema principale, insieme al lancio definitivo ad alto livello di Marinkovic.

15. Argyris Pedoulakis (Panathinaikos)

Terzo giro sulla panca “green” e stavolta le premesse per far benissimo ci son0 tutte. Se hai solo tre titoli col Pana, la bacheca va ampliata, e da subito. “Glory days” al Peristeri  a cavallo del millennio, periodo in cui si ricordano la straordinaria impresa contro la Fortitudo (83-70 ad Atene), nonché la trasferta memorabile a Barcellona (73-77). Poi discreto “globetrotter” del pino, sempre con buoni risultati. Ma, come si diceva, la sfida è oggi. Fredette, Johnson e Calathes? Il materiale è ottimo e non basterà certo lo scontatissimo titolo greco a dare giudizio positivo. La sua pallacanestro è completa e necessiterà di equilibrio tra l’organizzazione e la doverosa libertà da concedere a cotanto talento.

14. Aito Garcia Reneses (Alba)

Nel 1988 imparammo a conoscerlo, in un’edizione indimenticabile di Coppa Intercontinentale al PalaTrussardi, quando Milano dominava. Trentuno anni dopo coach Aito è ancora lì, sul pino, a ascrivere pagine importanti del gioco, dopo una carriera inizialmente spesa in Catalunya, tra Barça e le due squadre di Badalona. Inventore di uno dei primi tabelloni elettronici per le partite, durante gli studi in fisica e telecomunicazioni, si ritirò presto dal gioco, a 27 anni. Il suo ricordo da giocatore? «Ero un pessimo tiratore, lento, intelligente nel leggere le situazione di gioco, buon penetratore, ottimo passatore. Un po’ di tutto ciò…» Palmares notevole, tra titoli internazionali (ma manca l’Eurolega…), 9 Liga e 5 Copa del Rey, è un insegnante eccellente, cui forse qualche volta è mancato quel “quid” che ti garantisce il salto di qualità nell’Olimpo. Ma chi meglio di lui per gestire le ambizioni di crescita di un Alba che in realtà di possibilità sulla carta ne ha poche?

13. Rimas Kurtinaitis (Khimki)

Non lo nascondiamo, spesso abbiamo dubbi sulla sua gestione di cui non riconosciamo le linee guida basilari. Offensivista o difensivista? Se sono, e non lo sono, termini utilizzabili, è proprio quello che non comprendiamo a fondo, certamente per incompetenza nostra, della sua pallacanestro. I titoli di 7days Eurocup sono lì a dire che il coach c’è. Ed allora eccoci di fronte alla sfida più grande, ovvero sovvertire un equilibrio che ormai in Russia dura da anni. L’assalto all’impero CSKA, una sfida per cuori forti. Ed il cuore forte dovrà essere il suo perché è alla guida di una reale fuoriserie che, senza troppi acciacchi, può diventare irraggiungibile per tanti, quasi tutti. Allenare Shved è da sempre “la” sfida, bisogna dare tantissimo per ottenere tantissimo. Felicissimi di vedere cosa succederà perché oltre al divino Alexis, per deporre la monarchia di Vatutin e soci ci vorranno anche gli altri. Che sono straordinari, da Mozgov a Bertans, da Evans a Jerebko e tanti altri.

12. Joan Plaza (Zenit)

Unico coach ad aver raggiunto la finale di 7days Eurocup con tre squadre diverse (Real 2007, Siviglia 2011 e Malaga 2017), il 56enne ha un record del 50% in Eurolega (83-83), raggiunto tra Madrid, Kaunas e Malaga. Un gioco molto lineare, moderno, basato su un concetto di difesa molto accentuato. Sa come giocare contro le grandi, ha la durezza mentale per batterle. E’ sulla panchina di San Pietroburgo dal 22 dicembre 2018, quando prese il posto di Karasev, il papà…

11. Dejan Radonjic (Bayern)

Da anni se si cercano le migliori organizzazioni difensive in Europa non si può prescindere dal suo nome. Duro, concreto, efficace e grandissimo lettore dei sistemi avversari. Riesce a trasmettere una straordinaria organicità alla sua squadra, che da dietro costruisce le sue fortune offensive, come accaduto principalmente con la Stella Rossa ma anche col recente Bayern. Sfida intrigante questa stagione, con un Greg Monroe che potrebbe essere il pilastro su cui costruire l’ennesimo sistema di valore.

10. Velimir Perasovic (Baskonia)

Figura per certi versi controversa, amatissimo da alcuni, tollerato a malapena da altri. Sa  vestire i panni del genio come del contrario in un amen, resta assai particolare come persona (mitologiche le sue telefonate ad alcuni colleghi per chiedere consigli sull’ABC del gioco), a partire da una stagione (e non solo) in cui aveva argentini, brasiliani, tedeschi, georgiani ed americani ed ha gestito tutti i timeout in… spagnolo. La verità? E’ un ottimo coach che sa gestire bene anche personalità ingombranti poiché lascia una certa libertà di approccio che molti talenti apprezzano assai. E se non vale la nostra opinione, valga quella di Itoudis, che parlando della serie con il Baskonia l’ha definita «passo fondamentale nel nostro cammino, una serie durissima in cui abbiamo dovuto giocare il miglior basket possibile per venirne a capo».

6. Sarunas Jasikevicius (Zalgiris)

Perché non nei primi 3-4? La domanda è assai lecita visti i risultati dei due anni recenti, tuttavia se esiste un appunto fattibile a Saras è quello di non averlo ancora visto alla guida di un team che “deve” vincere. Ci arriverà, nessun dubbio. Intanto ci godiamo un’altra stagione in cui tutti i suoi giocatori faranno un passo avanti, sia individuale che di squadra. La squadra, appunto, quella che con lui ha sempre un valore superiore alla somma dei valori dei singoli. Essere un grande Coach è questo. E Saras grande coach lo è già, con vista verso i piani altissimi.

6. Svetislav Pesic (Barcelona)

E’ chiamato alla sfida dell’anno. Beh, si potrebbe dire, chi non vorrebbe essere sul pino catalano con tutto quel ben di Dio? Vero, come è altrettanto vero che la gestione del roster più ricco di sempre, nelle nuova era, non è semplicissima. Ha esperienza e carattere che saranno la base di tutto, sebbene nella negatività potrebbero essere un limite. Quell’aria “un po’ così” è la sua forza. Non mancherà di dimostrarcelo una volta di più, partendo dalla sua metà campo.

6. Ioannis Sfairopoulos (Maccabi)

Come per Radonjic, più di Radonjic. E’ un grandissimo coach che ha saputo gestire l’Olympiacos al meglio e, la scorsa stagione, ha portato il Maccabi, inizialmente sofferente, ad un passo dai Playoffs. Sa essere efficace sui 28 metri ed è chiamato a dare graniticità ad un roster dalle molteplici possibilità. Come sempre, insegnerà pallacanestro nella propria metà campo, da cui nascerà un sistema offensivo tanto semplice quanto efficace.

6. Ergin Ataman (Efes)

«Ehi Coach, come fai a ripetere una stagione come quella dell’anno scorso?» «Semplice, fatemi lavorare da inizio stagione coi miei giocatori e non ci saranno problemi». In un dialogo immaginario questa sarebbe la risposta di Ergin, uomo unico per certi versi, sognatore di una concretezza assoluta, cuore grande con le lacrime agli occhi nei corridoi di Vitoria dopo la finale, essere umano di spessore che non conosce mezze misure e che sa anche non esultare, come in gara sette turca, se il mondo non ne riconosce i valori. Altra sfida da coronarie di ferro, ma chi meglio di lui per portarla a termine?

5. Ettore Messina (Olimpia)

«I’m back». Il titolo della stagione biancorossa è questo, il fenomeno di casa Olimpia è Ettore Messina, uno che con l’Eurolega ha un feeling totale. Lo “stage col migliore di tutti”, come lui  chiama la sua esperienza in Texas con Pop, che coach ci ha riportato? Lo vedremo presto, anche se già qualche spezzone di preseason ci ha chiarito le idee. Siamo a livelli assoluti e quel primo posto potrebbe essere suo al nostro prossimo ranking. In fondo c’è il numero 5 accanto al suo nome solo perché non lo abbiamo visto per anni. Intanto una certezza: uomini e palla si muoveranno all’unisono come abbiamo potuto vedere poche volte. E’ il basket di Messina, con un tocco di Pop: il massimo.

4. David Blatt (Olympiacos)

E’ difficile, è complicato, è delicato parlarne ora, ma la cosa più rispettosa che possiamo fare verso Coach Blatt è discutere solo del suo valore, peraltro inestimabile, in panchina. Se esiste un coach con cui si può andare oltre ogni limite, questo è lui. Il suo Maccabi, la sua Russia sono esempi scolpiti nella pietra di come tutto sia possibile nello sport e nella vita. Il concetto di “underdog” per lui non esiste, si lima il gap con il lavoro, la perseveranza e la durezza mentale. Poi si libera il talento (chiedere a Rice) ed allora tutto diventa possibile. A partire dalla difesa, marchio di fabbrica di valore assoluto. La strana stagione passata è alle spalle: in fondo, ce lo concederà, tifiamo un po’ tutti per lui. Ed il roster sottovalutato che ha a disposizione è proprio lì, in quella situazione in cui quasi tutti non lo considerano, ma col lavoro…

3. Pablo Laso (Real Madrid)

Chiamatelo Mr Titolo, chiamate Mr Finale: quando conta, lui è sempre lì a giocarsela e spesso solleva il trofeo più importante. Le due Eurolega tra 2015 e 2018 sono la dimostrazione della straordinaria crescita di un allenatore che sta scrivendo la storia del Real e del gioco. Pablo Laso non era così, Pablo Laso era un ottimo allenatore che è cresciuto insieme alla sua squadra e lo ha fatto in un contesto mai facile come quello madrileno. Oggi è una delle personalità più influenti a livello tecnico e comunicativo del gioco: parlarci o chiedergli qualcosa in sala stampa è un’esperienza assai formativa e rassicurante. In poche parole è capace di spiegare il concetto tecnico più complicato come di dire tutto quello che deve dire, anche molto poco convenzionale, senza scomodare termini eclatanti. Se esiste un leader, quello è lui: chi può far meglio sul pino del Real?

2. Zeljko Obradovic (Fenerbahçe)

Ditemi se ci sono aggettivi, se esistono modi di dare un giudizio sullo Zele allenatore? Semplicemente il più grande, uno che può sedersi al tavolo dei migliori di sempre con Red Auerbach, Dean Smith e pochissimi altri. Vincere, vincere, vincere! Ma soprattutto farlo con il lavoro, con la perseveranza, con la chiara convinzione che chi lavora di più e chi lo fa meglio, col piacere di farlo, merita più degli altri. Provate ad immaginare cosa voglia dire essere uno dei suoi giocatori e comprendere, fare propria, questa convinzione: nulla ti può esser precluso. La voglia di tornare sui gradini più alti è tantissima, avendo imparato a conoscerlo bene, dopo una stagione crudele, in cui lui però ha saputo separare la sfortuna dagli errori e su questi ultimi lavorare. De Colo e Derrick Williams sono una bella sfida tecnica per Obradovic. Ma vuoi mettere come se la godranno i due giocatori? Essere allenati da lui è il massimo. Da 28 anni.

1. Dimitris Itoudis (Cska)

Ehi Dima, sei al numero uno! E chi l’avrebbe mai detto dopo Podgorica? Guardarsi in faccia, guardarsi dentro e proseguire un cammino correggendo i propri errori. La grandissima personalità e capacità tecnica di questo allenatore ha una base fondamentale che troppo spesso tutti noi sottovalutiamo: si chiama umiltà, il più grande motore della consapevolezza. Poi da fuori arriverà qualche fenomeno a parlare di supponenza ed aria di superiorità, e questo fa molto ridere. Coach Itoudis, come tutti i primi 5 di questo “ranking” pensa e vive basket per 365 giorni l’anno, 24 ore al giorno. «Il nostro lavoro non ha una sosta, se non sei sul pezzo sempre non sei un allenatore. Se vuoi essere un allenatore vero devi esserlo in ogni momento di ogni giorno della tua vita». Amen. E’ così che si diventa il condottiero di una grande armata che ha saputo, negli anni, trasformarsi da soltanto bellissima in straordinariamente bella ed altrettanto dura e vincente. Ed allora l’ormai celeberrimo «You made me proud, you promised…» di Andrey Vatutin nell’abbraccio più bello della storia recente del gioco diventa un po’ l’abbraccio di chiunque ami il gioco.

 

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