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FIBA World Cup 2019italbasket

L’Italia s’è desta? No, l’Italia è questa. Il realismo ed #italbasket

Ok, è il giorno di Portorico, ma senza sapere quanto possa valere in ottica composizione gironi del preolimpico (la FIBA è troppo impegnata a giudicare i propri… mini arbitri ed un torneo falsato dall’incompetenza, sarebbe chiedere troppo) diciamo che è una di quelle gare cui vengono appiccicati luoghi comuni generici, con la reale sensazione che non si veda l’ora di salire su quell’aereo che riporterà gli azzurri in Italia. Quindi è fisiologicamente tempo di bilanci ed analisi, una volta di più legati ad un risultato negativo.

Realismo. Da due mesi ritenevamo che fosse l’unico termine in grado di accompagnare correttamente la spedizione italiana in Cina e, purtroppo, così è stato. In un ambiente, quello della nazionale, che troppo spesso e senza soluzione di continuità ha vissuto alti e bassi dovuti a situazioni che non avrebbero dovuto essere parte di una squadra che rappresenta un paese, era abbastanza scontato pensare che non ci fosse altro modo di vivere l’esperienza dei Mondiali, sin dalla preparazione.

Da tempi non sospetti, o forse lo erano già…, lamentavamo la necessità di una struttura che accompagnasse la squadra che dovesse essere di primo livello, in cui le anime differenti che la compongono potessero essere indirizzate lungo lo stesso percorso grazie all’opera di dirigenti capaci, esperti e di peso. In pratica un semplice collante tra squadra ed istituzioni, tra campo e scrivanie, tra gli atleti sparsi per il mondo (NBA in primis) e quelli militanti nella zoppicante lega italiana. Roberto Brunamonti è dirigente che può ricoprire questo ruolo, ma se Roma non è stata costruita in un giorno, figuriamoci il tempo che ci vuole per pensare alla Roma federale, l’elefante burocratico che si muove difficilmente senza distruggere cristalleria qua e là. Fiducia? In alcune persone sì, leggi Sacchetti e Brunamonti, per il resto l’attesa con qualche dubbio è sempre… realismo.

Poi c’è il campo e qui il giudizio è chiaro e lampante. Dagli ultimi anni della gestione Recalcati, quelli che si aprirono con l’inascoltato giro di allarme del Charly, è buio più totale, con un paio di fallimenti veramente sanguinosi.

Europei? 2005 nono posto, 2007 nono posto, 2009 non giocati, 2011 diciassettesimo posto, 2013 ottavo posto, 2015 quinto posto e 2017 quinto posto. Olimpiadi? Mai più giocate dall’argento di Atene, con l’aggravante del preolimpico di Torino, un torneo che non si poteva e doveva perdere (o no…?). Mondiali? 2006 nono posto, non giocati quelli del 2010 e del 2014, classifica tra il nono ed il dodicesimo posto in caso di vittoria con Portorico oppure tra il tredicesimo ed il sedicesimo se si perdesse.

Come accennato in precedenza, tutta questa gestione ha vissuto una serie di “casi”  che nemmeno un accordo tra gli sceneggiatori di “Beautiful” e quelli di “CSI”avrebbe mai prodotto. E si torna alla necessità di un dirigente, vero. Non lasciamo solo Brunamonti!

Recalcati, Pianigiani, Messina, Sacchetti: possiamo dire tutto ciò che vogliamo su ognuno di loro e commentare come meglio preferiamo le loro scelte, ma vi è un filo conduttore chiaro che viene dal campo e questo filo dice che mai dal 2005 si è entrati nelle migliori 4 europee e nell’unica partecipazione tra Mondiali ed Olimpiadi le prime 8 non sono state raggiunte.

La Nazionale azzurra vive di “se” e di “ma” da sempre nel dopo Atene e questo Mondiale lo conferma. Lo sport preferito della ricerca del capro espiatorio e degli eventi infausti è cresciuto a dismisura e non poteva ache essere così. Una volta è il Gallo, una volta è Belinelli, una volta Gentile, una volta Bargnani etc etc. Lascia il tempo che trova, pur nella realtà di alcune prestazioni significativamente negative, e potrebbe essere meglio riassunta in un più realistico (ci risiamo…) e corretto “siamo questi”. E lo siamo da anni per mille motivi di cui tanti vanno ricercati fuori dal campo, nel profondo di una struttura di un movimento che fa acqua da tutte le parti. Su tutte, una: perché si occupa di basket ad alto livello chi non conosce il gioco?

Tecnicamente Foshan e Wuhan ci hanno detto tanto. Prima della pressoché inutile (anche qui, ci risiamo…) gara con Portorico gli azzurri, statisticamente sono così:

  • 12mi per punti segnati ad 84,3 giocando contro Angola e Filippine…
  • 7mi per % dal campo al 47,0
  • 8vi da due al 52,8%
  • 8vi da tre al 39,3%
  • 23mi ai liberi al 69,3%: per questo gruppo è dato gravissimo, visti gli specialisti a disposizione
  • 22mi a rimbalzo a 35,8 (il Venezuela ne prende quasi 5 di più al momento)
  • 12mi per stoppate a 3 di media
  • 19mi negli assist a 17 per gara: dato pesante, considerando che nelle due passeggiato afro-asiatiche il dato si è dopato per bene
  • 4ti per rubate ad 8,8 : ci credo, con la pressione di Hackett…
  • 16 per perse a 12,5
  • 21mi per falli fatti a 18,8

Tenendo chiaramente presente che le statistiche di un torneo a cui partecipano una decina di squadre impresentabili sono decisamente da prendere con le pinze, è altrettanto vero che questo gruppo doveva metterla da tre e passarsela ad alto livello per competere: contro le due squadre vere incontrate ciò non è avvenuto per 40 minuti. Ergo, perdi. Giustamente.

Le scelte di Meo, come quelle di ogni Coach di nazionale, possono essere discusse ed è legittimo farlo. Personalmente ritengo assolutamente inutile pensare che chi sia stato a casa avrebbe potuto fare molto di più di chi c’era, è un discorso che lascia il tempo che trova con due eccezioni, definiamole una nominale ed una tematica. Andrea Cinciarini non è un fenomeno, come non lo è nemmeno De Nicolao, tuttavia a livello di atteggiamento e di dare il 101% mai avrebbero fatto mancare il loro apporto, anche contro avversari a cui avrebbero reso tantissimo in termini di talento. A livello tematico-programmatico, penso, da sognatore visionario, che Nico Mannion e Davide Moretti avrebbero dovuto esserci, soprattutto in considerazione del fatto che le chiavi della nazionale, accompagnati dallo straordinario Daniel Hackett, saranno loro. Certo, se ci fossero state alternative utilizzate e positive ne avrei capita l’esclusione, ma così decisamente meno. Ma attenzione, non sarebbe cambiato nulla probabilmente a livello di risultato finale, se non la positività di un’esperienza con una prospettiva chiara. Ne parleremo con Meo, che è persona onesta, chiara e che parla senza nascondersi, perché ha un cuore… molto azzurro.

Quel cuore che hanno dimostrato, più di tutti, Gigi Datome, Paul Biligha e Daniel Hackett, nell’ordine che preferite. Il che non vuole togliere nulla agli altri azzurri, ma le situazione contingenti dei tre citati giustificano una “carezza” più convinta. “Gigione” a pochi giorni dalla partenza per la Cina non stava in piedi, o meglio, da giocatore di onestà intellettuale superiore, sapeva bene quali fosse il suo stato di forma e si chiedeva se avesse potuto dare qualcosa, arrivando a pensare che un altro al suo posto avrebbe potuto essere più utile alla causa. Biligha ha giocato contro gente che mediamente ha 15-20cm e 12-15 di kg in più, in un ruolo maledetto che in Italia non vede più nessuno da anni: cosa chiedergli di più di quanto fatto in condizioni di inferiorità tecnica e fisica totale? Daniel è un giocatore straordinario (già scritto, ma chissenefrega, meglio dirlo una volta di più), nonché un uomo che ha fatto qualche errore importante in carriera ma che, diversamente da altri, lo ha pagato di persona e ne è uscito più forte. Negli ultimi 4-5 anni è cresciuto esponenzialmente raggiungendo un livello di impatto assoluto e la consacrazione è arrivata con Itoudis e l’Eurolega di quest’anno. Non è Rodriguez e nemmeno De Colo, ma è quello che aiuta e fa vincere i De Colo ed i Rodriguez, come dimostra Vitoria. Chiedergli di essere quello che sono loro è folle, ma la nazionale spesso lo richiede per la sua natura di struttura particolare. Non si è tirato indietro mettendosi in gioco e rischiando in proprio. Come sempre. Oltre i propri limiti, con una difesa spesso da antologia. Anche in quest’occasione il trattamento ricevuto da una, fortunatamente piccola, parte della critica è stato assolutamente disonesto ed incompetente prima della Cina.

Poi Belinelli ed il Gallo, perché non si può non parlarne. Con equilibrio, se possibile. Il primo ci ha detto tutto dopo la gara di ieri, senza peli sulla lingua e dimostrandosi molto onesto e coretto. Pessima gara, vero. Solo farina del suo sacco? Ma mai e poi mai, non scherziamo. L’Italia si è fermata totalmente e quanto prodotto offensivamente è stato nullo: le forzature del Beli sono roba di squadra, anche perché Scariolo, non proprio l’ultimo della pista, lo ha tolto dal perimetro, limitandolo nettamente. E non dimentichiamo che per chi gioca da specialista ormai da anni, cambiare faccia ed attitudine in direzione “prima punta” non può essere automatico, anzi. Discorso differente per il Gallo. Classe pura, di una bellezza stordente a tratti. Appunto, a tratti, perché purtroppo pretendere 30-35 minuti al massimo per chi un mese fa era sotto i ferri sarebbe pura follia, soprattutto se non ci sono alternative. Spiace, perché il giocatore c’è eccome, ma sul lungo periodo in nazionale c’è sempre stato qualcosa che ne ha limitato l’impatto. Qui, qualche critica è legittima.

Ecco, l’ultimo punto, forse la chiave di tutto: giocare in 6, non uno di più. Questa è la realtà italiana ad alto livello, perché qui non mancano i top, quanto chi sta dietro. Un’Italia con dei Claver, dei Ribas o degli Oriola sarebbe ben altra cosa. Brooks avrebbe potuto essere uno dei tre, ma ha giocato un Mondiale da “desaparecido”, nervoso (perché?) sin da Verona. Poi vedi un Della Valle che è anche positivo nelle poche cose che fa, ma non si può presentare coi talloni pigramente e stabilmente incollati a terra in ogni possesso difensivo: a questo livello, come in Eurolega, non basta. Perché è la stessa posizione difensiva di totale passività di parecchi anni orsono? Tutte situazioni che, senza voler solo parlare di singoli, coinvolgono il movimento, il cui prodotto è scarso, tanto scarso, spesso tecnicamente inguardabile. Se non si riparte da qui sarà sempre e solo casualità, in attesa che qualche mamma sforni talento.

Grande occasione persa quindi, perché una Spagna così non la si vedeva, per ora, da anni. Se non li batti quando fanno 26,1 da tre e 47,4 da due, quando ti ricapita? Forse non in queste condizioni, non in questa generazione, figlia di quei “se” e “ma” che lo stesso Gigione chiama anche dettagli. Alla fine, il grande basket si gioca sui dettagli, che tutti insieme fanno la storia di una squadra, di una competizione, di una stagione come di un’era. Ma quei dettagli vanno indirizzati sulla base di un sistema.

L’Italia può giocarsela con questa gente, è chiaro, ma l’Italia non s’è desta, è soltanto questa. E’ ormai chiaro ed il futuro non appare così roseo se non cambiano le fondamenta di un movimento il cui vertice ci informa che «Saranno contenti quelli che tifavano Spagna in Italia». Meglio non commentare, vorremmo solo veder cambiare. Magari proprio dal vertice, a pioggia.

 

 

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