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Sprofondo azzurro: tra realtà e speranza

Se quella con la Grecia non l’avevamo definita “asfaltata”, quella di ieri con la Serbia è probabilmente molto più di tutto ciò. 32 punti di scarto pesantissimi perché maturati in un clima non certo infuocato, in cui l’atteggiamento avversario è spesso parso assai rilassato.

Oggi toccherà alla Turchia di Ilyasova, Korkmaz ed Osman: e non è difficile pensare ad un altra sconfitta, a meno di miracoli di un rientrante Hackett e di un “trentello” di Belinelli. Altre vie, oggi, sono difficile da indicare sulla cartina azzurra.

Totale e senza appello la sentenza  a favore dei serbi, che hanno un potenziale assolutamente da medaglia, molto del quale passerà dallo scontro del secondo turno con la Spagna: chi perde si troverà gli americani in semifinale e prima, assai probabilmente, l’Argentina.

  • Il primo quarto è la cosa più scontata che ci si potesse attendere da una gara come quella di ieri. La Grecia aveva fatto male più nella testa che nelle gambe, di conseguenza assai prevedibile una sorta di “rimbalzo tecnico” dopo il crollo delle azioni italiche il giorno prima. Poi è iniziata la partita ed il muro che separa la pallacanestro serba da quella italiana è parso anche più alto e spesso di quanto non eravamo certi che fosse. 15 anni fa, 20 anni fa, con questi campioni l’Italia se la giocava senza problemi, vincendo anche gare che hanno fatto la storia: distrutto pressoché totalmente il mondo del basket italiano, questo è il risultato. L’ultima cosa da fare è accusare questi ragazzi in campo, che hanno la sola colpa di non avere sufficiente talento per competere coi vari avversari di alto livello: nulla è stato fatto per loro in questi anni, se non proteggerli in una sorta di riserva indiana che ha tantissimi “contro”, insieme ai “pro”.
  • Tecnicamente la gara non poteva esistere e così è stato. Se poi all’ultimo manca pure Hackett, la frittata è cotta prima ancora di accendere i fornelli. La cosa che è piaciuta meno è che, tutto sommato, visto che il massacro previsto in zona Marjanovic e Jokic è stato sì pesante ma non nella forma devastante che si potesse pensare (in alcuni momenti Ricci e Biligha quasi commoventi), tutto il resto  ha fatto lentamente acqua in un progredire di arrendevolezza che ha portato ai 32 punti di scarto ed agli ultimi 10 minuti che sono stati molto meno intensi di una sessione di tiro la mattina della gara. Illudersi che un Bogdanovic continui a sparare a salve dopo un pessimo inizio dall’arco e lasciargli metri in modo molto pigro sul pick and roll è l’esempio di un peccato che per questa squadra è capitale ed inaccettabile.
  • Vi è un problema drammatico per questo gruppo, le origini del quale vanno ricercate molto indietro, scavando nella base della cultura della pallacanestro. Il gioco di oggi parte quasi sempre e quasi per tutti dal vantaggio che si crea con il pick and roll. Purtroppo è quasi impossibile trovare giocatori che siano in grado di proporre minacce alternative entrando in un possesso. Si taglia poco e male e si gioca senza palla a compartimenti stagni: “io so che se lui rolla devo farmi trovare qui piuttosto che là” etc etc. I giocatori più forti limitano questo scempio del gioco poiché in possesso di doti che permettono loro di avere altre armi nel proprio arsenale. Un esempio classico?  Gigi Datome nel corso della carriera, oltre a disporre di un talento indiscutibilmente superiore a quello di quasi tutti gli attuali compagni, ha migliorato progressivamente il suo posizionamento sul campo. E lo ha fatto non solo sulla base di quanto il set offensivo prevedesse, ma ancor di più in base a letture che determinano il valore di un giocatore rispetto ad un altro. Basta vedere come si muove sul lato debole rispetto al 2015, anche in ottica copertura difensiva. Certo, non tutti hanno la fortuna di trovarsi seduti sul pino prima Brad Stevens e poi Zeljko Obradovic, ma scommettiamo che l’attitudine mentale dell’atleta fa tanta, tantissima differenza? Appiattirsi nel successo di una sola situazione tecnica come il pick and roll, che ha dato soddisfazioni tanto pratiche quanto poco lungimiranti negli ultimi anni del basket italiano, è la pietra tombale sulla crescita di un giocatore. Ed allora accade, ma guarda un po’ che strano, che un Vitali senza un centro che rolli (e bastava il Cusin di qualche anno fa) non dà alcun vantaggio alla causa, perché quella “rollata” eseguita da Biligha ha efficacia per 1-2 metri su 4. Fine del discorso, perché ogni altro attaccante si trova in totale emergenza e deve provare a costruirsi qualcosa da sé. Manca il talento per farlo, è inutile.
  • Come si diceva, attaccare gli azzurri di oggi non ha alcun senso, come non lo ha farlo con Meo Sacchetti. In primo luogo perché è evidente come Datome, Gallinari e purtroppo l’assente certo Melli cambierebbero le cose in modo clamoroso. Poi perché questo è il meglio che il movimento italiano offre, quindi pensare di affrontare con qualche speranza Bjelica, Bogdanovic e Jokic è illusione pura. Al capitolo allenatore, quali sarebbero esattamente le colpe di Meo, oggi? Tralasciando le vergognose polemiche che riguardano la presenza del figlio Brian, un tema che provoca il voltastomaco solo a sentirne parlare (lo fa gente che parla di dualismo Aradori-Sacchetti, questo spiega tutto…), quale tipologia di miracolo si potrebbe fare   col materiale a disposizione di fronte a Calathes, Antetokounmpo, Sloukas ed ai suddetti slavi? Poteva esserci qualcun altro al posto degli attuali convocati? Certo, come sempre, e proprio come sempre facciamo fatica a ricordare una nazionale, in qualunque sport, che non avesse problemi di “ci voleva Tizio” o “come si fa  lasciare a casa Caio”. Si può giocare meglio? Sì, sottolineato con decisione. Lo sa Meo, lo vediamo tutti. Il lavoro che manca ancora da fare unitamente ad un po’ di fortuna, dovrebbero aiutare non poco.
  • Un appunto però ci sentiamo di farlo ed anche assai deciso. Perdere con Grecia e Serbia in queste condizioni era assolutamente normale e senza alcuna speranza differente. Il concetto di “belle sconfitte” non ci appartiene, ma perdere molto male non va accettato troppo liberamente. In un mondo in cui si vive, o convive, di social, di immagine ed i “hashtag”, il minimo che si deve pretendere è di non lasciare spazio alla troppa ironia. Il gruppo azzurro, che negli ultimi anni non si è mai fatto mancare casi e polemiche di ogni natura, è passato da #wearefamily a #nothingbutazzurri. Ecco, magari prestare meno attenzione a questi dettagli mediatici, peraltro importantissimi oggi, lo ribadiamo, e darci dentro “come degli animali”, per dirla alla Andrea Meneghin, sarebbe buona cosa. Sarà un ragionamento “old school” ma invece che farsi passeggiate per andare fino in fondo al campo dare un cinque anche all’addetto degli spogliatoi, quando si va in panca, rimarremmo dalla parte di chi quando diretto al pino ne diceva di tutti colori sacramentando contro allenatore, compagni e… riscaldamento globale. Poi però, appena in campo, erano sane mazzate. L’impressione della due giorni ateniese non è mai stata quella del cuore gettato oltre l’ostacolo, dei guerrieri che si immolano sino al sacrifico estremo, anzi. Le facce stesse non ci hanno convinto e qui si può e si deve fare meglio, altrimenti è un attimo, nel predetto mondo dominato dai social, passare dal #nothingbutazzurri ad un semplicissimo e significativo #nothing.
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