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FIBA World Cup 2019

Gli USA, la NBA e la FIBA World Cup: il rapporto stenta a decollare con responsabilità precise

I Mondiali sono un evento che in quasi tutti gli sport rappresenta l’apice assoluto della carriera di un giocatore, per alcune discipline perfino superiore alle Olimpiadi, come insegna il calcio.

La situazione del mondo della pallacanestro è assai particolare poiché vi è una lega, la NBA, che domina la scena a livello planetario e caratterizza il gioco, i giocatori e tutte le manifestazioni in modo deciso e che non ammette repliche.

Fino ad un paio di decenni fa il campionato del commissionare Adam Silver era una questione meramente statunitense ed il coinvolgimento dei giocatori stranieri era assai limitato. Fu proprio il predecessore di Silver, David Stern, a renderlo un vero e proprio palcoscenico mondiale coinvolgendo tutti i continenti e creando quell’espansione che ne fa oggi il dominatore assoluto della scena cestistica, con tantissime nazioni interessatissime. Quotidianamente si vive di dirette, di risultati e di  tabellini grazie alla presenza di propri atleti che sono diventati automaticamente icone dello sport nel proprio paese sulla scia degli apripista Sabonis, Petrovic e Marciulonis, poi consolidata da miti quali Ginobili e Nowitzki.

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La domanda che da sempre accompagna la manifestazione è molto semplice: chi può battere od almeno avvicinarsi a Team USA se vi sono i protagonisti della NBA?

Le mille defezioni che stanno accompagnando il “training camp” agli ordini di Coach Popovich stanno assumendo sempre più le sembianze di una faccenda per certi versi risibile. Spiace dirlo, e spiace definire in questo modo il prodotto della miglior lega di basket del mondo, ma la realtà ci dice che oggi come oggi USA Basketball e la NBA stanno prendendo a pallate la FIBA World Cup.

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Solo questione di soldi? Assolutamente determinante, ma ad aiutarla vi è un’organizzazione che si è tarpata le ali da sola modificando il calendario coi Mondiali a ridosso delle Olimpiadi. Tutti sanno che, denaro a parte, gli atleti NBA lavorano moltissimo durante l’estate. Due consecutive al servizio del paese sono troppe e non si sacrifica il rendimento e, di conseguenza, il contrattone futuro per una manifestazione che vale molto meno delle Olimpiadi nella pallacanestro. Ed livello di date, perché non si può giocare nella seconda metà di luglio? Ma di tutto ciò parleremo in altra sede.

Resta il fatto che, a chiarirci forse tutto, arriva CJ Mc Collum: «Perché devo rischiare di diventare famoso per una nazionale potenzialmente perdente?» Boom! Uno che dice la verità.

Attenzione, nessuno dice che quelli che ci saranno in Cina sono scarsi, anzi, ma è chiaro che al momento attuale le speranze di squadre come Serbia e Spagna sono ben più fondate rispetto ad un’eventuale presenza dei vari Lebron, Kawhi, Steph e compagnia.

pop e kawhi

La cosa che peggiora ancor di più il quadro generale è che le defezioni si moltiplicano anche per tante altre squadre ed allora le responsabilità FIBA paiono evidenti. Anche questo sarà tema che tratteremo in altra occasione, insieme alle finestre che ci hanno privato, potenzialmente, di Slovenia, Lettonia e Croazia.

Ma torniamo al rapporto USA coi Mondiali.

Limitandoci ad un’analisi dal 1990 in poi vediamo che ben 4 volte non sono stati quelli a stelle e strisce ad occupare il gradino più alto del podio. 3 i titoli  della Yugoslavia, 1 quello della Spagna.

Nel 1990, poco inclini a comprendere la severa lezione di Seoul 1988, gli uomini di Coach K si affidarono ai soli “big” Alonzo Mourning e Kevin Anderson: niente da fare, il mondiale sarà dei “plavi”. Dopo due W non semplicissime con Spagna e Grecia, il secondo girone porta successi da incubo contro Argentina ed Australia prima della storica sconfitta con Portorico. Nell’isola caraibica si sta ancora festeggiando l’impresona di “Piculin” Ortiz e dei suoi guidati da coach Raymond Dalmau. In semifinale nulla da fare contro Petrovic, Kukoc e Divac agli ordini del mito Dusan Ivkovic. Magra consolazione la rivincita (107-105) su Portorico per il bronzo. A proposito, in quella nazionale slava c’era un certo Zeljko Obradovic, 30enne: di lì a poco, col suo precoce ritiro, avrebbe cambiato il mondo del basket. Per sempre.

Nel 1994 si doveva dar seguito al Dream Team di Barcellona, unico ed inarrivabile per sempre e così si fece. 31 di scarto media nel girone (Spagna, Cina e Brasile), 41,33 nel turno successivo (Australia, Portorico e Russia), semifinale in carrozza con un sonoro +39 sulla Grecia e finale con nuova asfaltata dei russi 137-91. Shaq e Reggie Miller si dimostrarono all’altezza dei miti del 1992, agli ordini di Don Nelson.

Il 1998 di Atene porta con sé il “lockout” ed il conseguente diniego dei grandi NBA. L’oceano si stava già restringendo ed il risultato finale lo confermò. Altro bronzo, sotto la guida di Rudy Tomjanovich figlio di un percorso difficile iniziato con una W sul Brasile in un arena di Maroussi deserta, vista l’assenza dei big della lega professionistica. Non rialzò le sorti del mondiale la presenza di Akeem Olajuwon a supportare la sua Nigeria, nonostante ciò desolatamente nelle retrovie. Fu subito la Lituania di un clamoroso Karnishivas da 29 punti a servire il boccone amaro agli USA (84-82) nel girone iniziale. Il gruppo seguente vide 3 W contro Argentina, Spagna ed Australia, ma la Russia in semifinale fu montagna insormontabile, dopo che nei quarti ci si era salvati (80-77) contro l’Italia di Tanjevic, con Myers, Fucka e Meneghin che preparavano il trionfo di Parigi dell’anno seguente. Ed alla fine fu la nazionale di Obradovic, proprio lui, sette anni dopo il ritiro dal basket giocato, ad alzare il trofeo.

Il vero disastro fu quello del 2002 ad Indianapolis, senza dubbio il momento che separò la supponenza USA dal realismo. E chi li batte in casa loro e con gli NBA? La domanda non prevedeva risposte diverse da un chiaro “nessuno”, con tanto di parecchi punti esclamativi. Ed invece George Karl fu condottiero del momento più basso di Team USA. Già l’Argentina (87-80) fece scattare il campanello d’allarme cancellando quel suddetto “nessuno”. L’opera la completò la Jugoslavia di Pesic, giovane e con un’improbabile capigliatura gonfia ma già con l’immancabile cicca in bocca, con in campo Bodiroga, Divac, Stojakovic ed uno scintillante Gurovic, autore di panieri decisivi nel 81-78 che cambiò il mondo di USA Basketball in semifinale. E per la terza volta in 4 edizioni, dal ’90, furono proprio gli slavi a portare a casa la coppa intitolata a James Naismith in barba a Paul Pierce, Baron Davis e Reggie Miller.

Ed allora dentro Coach K, dopo 16 anni per il mondiale giapponese del 2006. Ci sono Lebron, Melo, D-Wade, CP3 e Chris Bosh: anche stavolta chi li batte? Ancora più roboante del 2002, la risposta è “nessuno”. Insomma, non ditelo a Vassilis Spanoulis, anzi al “numero 7” quello che Coach K non conosceva per nome… Dopo il 101-95 della semifinale lo conoscerà bene, insieme all’asse Papaloukas-Schortzanidis, rebus mai risolto dai giovani, supponenti e talentuosissimi americani. Peggio di Indianapolis? Per la presenza delle stelle probabilmente sì. La NBA si espandeva nel mondo giorno dopo giorno, il mondo si stupiva di quanto crescesse il basket fuori dagli USA. E quel mondo, il 23 agosto del 2006, all’Hokkaido Prefectural Sports Center di Sapporo, faceva la conoscenza con Marco Belinelli da San Giovanni in Persiceto. In NBA non dimenticheranno nemmeno questo. Il trofeo è di una Spagna dal talento illimitato.

Ma Coach K ha programmi a lungo termine e veramente, stavolta, non si scherza più : il 2010 turco ed il 2014 spagnolo sono la testimonianza che, senza i migliori, quell’oceano di cui si parlava si è veramente ridotto ad un torrentello, se parliamo di nazionali. Ovvio che tutto il resto non sia nemmeno paragonabile, ma è ormai chiaro che, proprio per la globalizzazione voluta dalla NBA, il mondo del basket stia crescendo e sono proprio le esperienze sempre più frequenti tra NCCA ed NBA ad aver aumentato a dismisura il livello del basket mondiale. Non è un passeggiata quella in Turchia, ma è dominio: 55, 15, 10 e 17 sono gli scarti riservati ad Angola, Russia, Lituania e Turchia dagli ottavi in poi. Prima il grande spavento di Abdi Ipekci contro il Brasile di Barbosa e Marcelinho (70-68). Ma ci sono voluti, KD, D-Rose, RW e Steph. Quattro anni più tardi ci saranno ancora KD e Steph, stavolta con Irving, A.Davis ed Harden: dominio assoluto. 23 al Messico negli ottavi, 43 alla Slovenia nei quarti, 28 alla Lituania in semifinale e 37 alla Serbia per l’oro. Il paese organizzatore, quella Spagna in continua crescita, è in lutto: la Francia li tiene a 9 punti nell’ultimo quarto della semifinale e trionfa 65-52.

kemba etc

Mancano due settimane e poco più, Pop, garanzia assoluta di gioco vero, ci ha detto che pensa solo a chi c’è. Fa bene, in fondo Kemba Walker e Donovan Mitchell ce li ha solo lui, così come Tatum e Kuzma,  ma è chiaro che nel disastro delle assenze sparse per tutto il mondo, il tema più intrigante dell’edizione cinese sarà uno e soltanto uno: si possono battere questi USA? La famosa risposta del 2002 e del 2006, quel perentorio “nessuno”, per ora la lasciamo nel cassetto e ci godiamo quel che resta dello spettacolo.

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