Annunci
Senza categoria

Sergio Scariolo: Gli ultimi mesi a Toronto molto gratificanti. Messina è la persona giusta per gestire il doppio ruolo

Fresco di titolo di campione NBA conquistato da assistente allenatore dei Toronto Raptors, Sergio Scariolo ha rilasciato un’intervista esclusiva a Eurodevotion. Tanti i temi trattati, dal primo anno in America, ai Mondiali con la Spagna che si avvicinano, fino ad arrivare alla scelta di Ettore Messina di tornare in Italia.

– Sergio, partiamo dall’attualità. Campione NBA con i Toronto Raptors: quali sono state le difficoltà maggiori per arrivare al successo?

La maggiore difficoltà è rappresentata dal livello degli avversari; devo dire che all’inizio della stagione eravamo considerati lontani dal potere vincere il titolo. Però, con il passare del tempo la squadra è cresciuta gradualmente e ha saputo rimboccarsi le maniche nei periodi complessi che ci sono stati. Se devo individuare un momento significativo, indico la trade che ha portato Marc Gasol in Canada: anche dopo il suo arrivo, comunque, il nostro percorso di miglioramento è stato continuo. Nei playoff abbiamo perso gara 1 in casa contro Orlando al primo turno, abbiamo giocato gara 4 a Philadelphia in svantaggio 2-1 nella serie, siamo partiti sotto 2-0 in finale di conference contro Milwaukee. Anche contro Golden State abbiamo perso gara 5, in casa, che ci avrebbe fatto vincere il titolo, ma siamo riusciti alla fine a ottenere il successo.

– Rimanendo alla stretta attualità, Kawhi Leonard ha deciso di andare a giocare ai Los Angeles Clippers. Quanto è stato importante quest’anno per raggiungere il successo?

Kawhi è un grandissimo leader di esempio, non ha esigenze strane. Non è espansivo ma è educato ed è molto bravo ad ascoltare gli altri e dire le cose corrette al momento giusto. A livello tecnico è stato un riferimento offensivo che ha tolto pressione ai compagni ed ha costituito una sicurezza anche in difesa marcando, quando necessario, gli attaccanti più pericolosi delle squadre avversarie.

 – Primo anno da assistente in NBA per lei. Cosa cambia rispetto all’essere capo allenatore?

Parto dicendo che l’NBA, e Nick Nurse in particolare, hanno il concetto di delegare molto le funzioni agli assistenti, che vengono molto responsabilizzati. Ammetto che il primo impatto è stato molto difficile per me, in quanto mi sono trovato a dovere affrontare grandi cambiamenti (vita, cibo, basket) pure se ero stato ospite di varie franchigie NBA diverse volte nel corso degli anni. Inoltre, nonostante parli bene inglese e sia in grado di comprenderlo, ho dovuto adattarmi all’utilizzo dell’inglese tecnico nei tempi degli allenamenti: riconosco quindi che i primi due mesi sono stati molto duri, mentre gli ultimi – playoff compresi – sono stati anche più gratificanti di quanto mi potessi aspettare.

– A livello di organizzazione di un Club, quali sono le principali differenze che ha riscontrato tra America ed Europa?

Le differenze sono importanti e legate alla dimensione dell’evento e al business che ruota intorno alla NBA. Questo fa sì che gli investimenti per la struttura organizzativa siano decisamente importanti in America: tutte le persone che lavorano all’interno di un Club ti aiutano al meglio delle loro possibilità, con una mentalità estremamente professionale che è propria di quel mondo.

– Passando a un’analisi della pallacanestro italiana, pensa che il successo di Sassari, che dà seguito a quello di Venezia nella stagione precedente, in una Coppa Europea possa essere un segnale di crescita del movimento?

Devo dire che nel corso degli ultimi anni ci sono stati dei successi parziali ottenuti da squadre italiane. Credo che queste vittorie siano il frutto del buon lavoro compiuto da una società e da uno staff piuttosto che una crescita reale e sensibile di quello che si percepisce come movimento. Un concetto così grande si smuove nel momento in cui la Nazionale o le squadre che partecipano all’EuroLega ottengono dei successi, perché questi sono motori di traino veramente importanti.

 – Rimanendo sul tema dell’EuroLega, Milano ha riportato in Italia Ettore Messina. Avendo avuto modo anche lei di provare l’esperienza americana, è sorpreso da questa scelta?

Ettore è stato diversi anni all’interno del mondo NBA e ha avuto modo di vivere da vicino tutte le sfaccettature di un’organizzazione di alto livello, tanto da meritarsi di ottenere delle interviste per il ruolo di capo allenatore. Credo che la decisione di tornare in Europa sia dovuta anche a questo, cioè alla possibilità di tornare a fare il capo allenatore più che per l’insoddisfazione rispetto al ruolo che ricopriva. Il suo arrivo a Milano può essere visto come una luce di ottimismo, anche se è chiaro che non si può pensare che sia lui a fare tutto: per questo avrà bisogno del sostegno di una struttura che dovrà essere solida e impermeabile. Inoltre, il progetto sportivo che svilupperà a Milano avrà bisogno dei tempi necessari per potere ottenere dei risultati.

 – Quali pensa possano essere le eventuali criticità che incontrerà nel gestire il doppio ruolo di allenatore e President of Basketball Operations nel corso della stagione?

Messina è la persona più indicata per potere ricoprire il doppio ruolo, perché è stato per anni a fianco di Gregg Popovich e ha potuto vederlo da vicino. Io ho avuto il doppio incarico al Real Madrid, in un Club in cui la realtà e le circostanze sono molto speciali: in quel caso fu molto dura svolgere entrambi i ruoli. Ogni situazione è diversa: è inevitabile che Ettore avrà bisogno del supporto della società, così come Popovich ha avuto bisogno di R.C. Buford per svolgere le sue mansioni. Sarà importante avere una solidità generale già nella costruzione della squadra, in modo tale che Messina si possa concentrare sul ruolo di allenatore nel corso della stagione.

 – Si è fatto un’idea del perché Mirotic abbia deciso di tornare in Europa, rinunciando alla possibilità di firmare un contratto economicamente più vantaggioso in America? Pensa che questo possa alzare il tetto degli stipendi delle star che giocano in EuroLega?

Dietro la decisione di Nikola di tornare in Europa, almeno per un po’ di tempo, ci sono dei motivi anche personali che vanno rispettati. Il parametro degli ingaggi dei grandi giocatori lo fanno i giocatori stessi, per cui ritengo sia possibile che nel prossimo futuro le squadre europee potranno attrarre giocatori provenienti dal mondo NBA offrendo loro delle cifre importanti.

 – Avendo vissuto il basket americano in questa stagione, ritiene che ci siano degli aspetti tecnico-tattici facilmente mutuabili tra America ed Europa?

Direi che la grande velocità e la fisicità del gioco rendono i due mondi abbastanza diversi. Anche la differenza di arbitraggio è un aspetto da considerare. I playoff NBA sono una miniera di ricchezza tattica, e in molti casi anche tecnica e fisica, importante: c’è una grande differenza tra il guardarli dall’esterno e il viverli e giocarli dall’interno. In America sicuramente sono avanti anche per quanto riguarda il gioco senza palla, le spaziature e l’uso del tiro da tre punti, mentre alcuni aspetti del gioco a metà campo sono mutuabili soprattutto nelle squadre in cui il capo allenatore è molto recettivo e aperto a nuovi modi di giocare. Toronto è un esempio importante perché Nick Nurse è molto aperto al cambiamento e ha allenato per dieci anni in Europa.

 – Cosa cambia nel modo di allenare tra una stagione NBA da cento partite in dieci mesi e un Mondiale in cui in quaranta/cinquanta giorni ci si gioca tutto?

Il Mondiale assomiglia molto di più a una serie di playoff piuttosto che alla regular season, anche se i ritmi di gioco sono più vicini a quest’ultima perché si disputano partite a giorni alterni evitando i back-to-back che sono molto impegnativi. La differenza rispetto ai playoff NBA è che al Mondiale si gioca contro un avversario diverso a ogni partita, per cui si ha a disposizione un solo giorno per adattare il proprio mondo al modo di scendere in campo degli avversari. Il livello di pressione delle gare di un evento come il Mondiale è molto alto perché è necessario azzeccare tutto per potere fare bene, in una serie di playoff a sette partite il livello di pressione del singolo incontro è leggermente minore.

Annunci
Tags

Massimo Mattacheo

Dottore Magistrale in Comunicazione e Culture dei Media presso l'Università degli Studi di Torino, seguo da diversi anni la pallacanestro europea. Ho partecipato come inviato a due Final Four e credo che l'EuroLega sia la competizione più affascinante in assoluto.

Related Articles

Back to top button
Close
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: