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La pallacanestro di Ettore Messina (pt 2)

Prosegue il nostro viaggio dentro l’organizzazione  del basket di Ettore Messina, l’uomo  cui Giorgio Armani e Leo Dell’Orco hanno affidato il compito di riportare l’Olimpia Milano a livello europeo.

«La chiave vincente di questa stagione è stata la costruzione e l’affermazione dell’identità del team su ogni individualità. Questo non implica una minor considerazione del talento individuale, anzi lo esalta, ma solo nella misura in cui questo contribuisce alla valorizzazione di tutte le risorse disponibili». (da DIALOGO SUL TEAM –  E.Messina – M.Bergami – giugno 2001)

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La squadra su tutto e la valorizzazione del talento all’interno di essa e per il successo della stessa. Tutto parte da questo equilibrio.

Facendo riferimento al sistema del CSKA allenato da Ettore in occasione della sua prima esperienza moscovita, abbiamo separato alcuni principi cardine di alcune situazioni di gioco, concentrandoci principalmente sul lato offensivo. Ci aiuta, nell’analisi, GIGANTI DEL BASKET nr 10, ottobre 2009.

«L’allenatore deve fornire tempi e mezzi al giocatore per poter leggere al meglio la difesa». Da questa affermazione emerge sempre più chiaro il concetto che il suo basket sia decisamente “di letture” e che sia necessaria una notevole intelligenza da parte dell’atleta piuttosto che l’essere capaci di seguire pedissequamente un set offensivo.

«Solo contro squadre deboli si può trovare un buon tiro alla prima opzione offensiva, perciò vogliamo muovere la palla sui due lati e dare profondità e spazi su tutto il campo». Il principio non lascia spazio ai dubbi: muovere palla e uomini su tutta l’ampiezza del campo garantisce la miglior possibilità di offendere.

«E’ necessario entrare subito nei giochi e provocare la reazione della difesa. Dobbiamo usare la transizione offensiva, che non è solo contropiede, ma un attacco su tutto il campo che cerchi di prendere un vantaggio prima che la difesa si schieri. Il contropiede primario è per noi una situazione di sovrannumero chiara». Lo abbiamo visto recentemente con la Nazionale ad Eurobasket: anche un team meno talentuoso, se sa iniziare l’attacco in modo continuo senza perdersi in palleggi ed esitazioni inutili, è in grado di essere minaccia reale per qualsiasi difesa. Se poi vi è pure talento, la situazione si fa notevolmente interessante.

«Uno dei nostri principi è dare la palla al pivot in transizione. Dato quel pallone abbiamo una frazione di secondo in cui analizzare la situazione e muoversi di conseguenza. Dare palla dentro ad inizio gara, quando gli arbitri sono più fiscali,  può mettere in difficoltà i lunghi avversari». Senza scomodare giocatori come il Rashard Griffith dominante della Kinder 2001, è chiaro che una presenza importante in post sia assolutamente imprescindibile per questo tipo di pallacanestro. Schiacciare la difesa verso la linea di fondo garantisce profondità e migliori opportunità per gli esterni, costringendo l’avversario ad un lavoro esteso alla totalità del campo. Ma quel pivot deve saper passare. Ecco perché Gudaitis e Tarczewski, ad oggi sotto contratto a Milano, dovranno saper fare un doppio passo avanti deciso: essere in grado di mettersi spalle a canestro con continuità e, soprattutto, una volta ricevuta la palla saperla gestire. Che vuol dire saperla passare piuttosto che cogliere l’attimo per l’attacco quando si affronta una situazione di vantaggio o di semplice superiorità in “single coverage”.

«Si lavora in attacco non solo per il tiro, ma per dare consistenza al proprio gioco. Dobbiamo muovere palla e uomini contemporaneamente per aver vantaggio ed ampliarlo con i passaggi. Quando e come passare è la chiave, perciò ci lavoriamo molto a livello individuale». E si torna al concetto precedente di saper passare la palla. Fondamentale il richiamo alle basi del gioco, su cui si deve lavorare per la crescita individuale che sarà punto di partenza di quella di squadra.

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«La lettura della difesa sul post ci porta a scegliere se penetrare sul lato forte o giocare un triangolo che ci dia una migliore linea di passaggio. Importante che chi è sul lato debole si schieri in modo da creare una linea di passaggio». Letture, letture ed ancora letture. Il talento individuale in questo caso si esprime nel totale servizio alla squadra, attraverso la ricerca del tiro migliore dopo aver capito quali sono le scelte (obblighi) della difesa.

«Quando la palla è in post basso si lascia il tempo per l’1vs 1 e si avrà un taglio del nostro 2 dal lato debole, ma con timing che non occupi lo stesso spazio contemporaneamente. Se il pivot non vede linee di passaggio, allora è il momento di attaccare perché vuol dire che è in situazione di 1vs1». Molto legato alla situazione precedente, è il principio base di “timing” e “spacing”. Il tempo giusto per leggere cosa fare e la spaziatura corretta che permetta a tutti e 5 i giocatori di poter essere una minaccia, coinvolgendo al 100% chi è sul lato debole. Fattore fondamentale nel caso di Milano, laddove la squadra, negli ultimi due anni, non ha mai saputo fornire minaccia alla difesa avversaria dalla parte del campo dove non c’era la palla, eccezion fatta per alcuni stratosferici ribaltamenti di Mike James, tuttavia legati al talento del singolo e non certo all’organizzazione offensiva,

(continua)

 

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