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Un uomo, molto solo, al comando. Perché è difficile essere Ergin Ataman anche nella vittoria.

La complicata  eredità di un trionfo per un uomo che non conosce mezze misure.

 

Ha raggiunto entrambi gli obiettivi che ci aveva ambiziosamente annunciato, ha cambiato, se in modo duraturo lo vedremo, la geografia di potere del basket turco, ha saputo vincere senza mai cambiare se stesso.

Se Dimitris Itoudis è il dominatore assoluto della stagione europea, Ergin Ataman è il coach che ha fatto il passo avanti più importante e inatteso per molti. Per molti appunto, ma non per lui.

Non è questione di peli sulla lingua. E’ semplicemente la forza, contro tutto e contro tutti, di essere se stesso, in un mondo in cui è pronto ad accettare qualunque cosa, ma non il coinvolgimento dei suoi cari.

Gara 7 di finale contro il Fenerbahçe è stata tipicamente “alla Ataman”. Abbiamo imparato a conoscerlo bene in questi due anni e non ci saremmo aspettati nulla di diverso. Suona la sirena che sancisce il trionfo del suo Efes ed Ergin se ne va negli spogliatoi, dopo aver abbracciato Obradovic,  per ritornare solo alla premiazione con una faccia che in confronto quella di Mike James che ritira l’Alfonso Ford Trophy a Vitoria è il ritratto della felicità. E tutti i 40′ di gioco sono stati ancor di più “alla Ataman”. Spesso seduto, ha lasciato la gestione dei “timeout” agli assistenti, per intervenire solo saltuariamente alla fine degli stessi. Non era aria distaccata, anzi, perché il guerriero aveva il fuoco dentro, ma quel fuoco  rischiava di essere spento dagli estintori dell’infelicità e del disgusto per quello stava vivendo.

Ergin Ataman è un essere umano che potrebbe aver commesso qualche errore, come ci  racconta una storia di tante polemiche tra presunto doping, minuti di sospensione chiamati quando non ce n’era più bisogno ed una serie di dichiarazioni che,  sebbene  legate allo spessore del personaggio, sono spesso  parse agli occhi dei suoi avversari, nonché a quelli dei suoi denigratori, delle vere e proprie provocazioni.

Niente conferenza stampa dopo un titolo turco? Tutto normale, si parla solo con una testata nazionale (il giornalista è Ali Naci Kuçuk di “Hurriyet”) e quel che si dice è chiaro, diretto e pungente come sempre. Ma soprattutto sono le parole di un uomo a cui è stata tolta la serenità e la gioia in un momento simile.

«Sono abbastanza schifato dalla stampa. Avete organizzato di farmi passare come il diavolo in questo mondo. Dopo tutto quello che ho fatto per la Turchia ed il suo basket, nessuno è andato in televisione a sottolinearlo. Ho fatto di recente una Final 4 ma tutti erano impegnati a raccontare str… sul mio passato».

«Volevate che mi scusassi con la gente del Fenerbahçe, ma non mi inginocchio davanti a chi non ha voluto parlare con me per risolvere i problemi».

«Sono un membro del Galatasaray da sempre, come la mia famiglia, la gente lo sa. Ho chiesto che la gente del Galatasaray si unisse a noi nelle finali, anche per Fatih Terim, un uomo che mi chiama sempre, mi augura buona fortuna. Lui, Cedi Osman, Arda Turan, sono gente che mi pregio di avere al mio fianco».

«Il Fenerbahçe odia anche Fatih Terim, un uomo di successo. Hanno voluto creare quest’immagine pessima mia così come hanno fatto con Fatih Terim. La cosa più ridicola riguarda il problema dell’ambulanza di Gigi Datome: fans rivali che mi hanno accusato di non aver fatto nulla per risolvere il problema, ma io alleno, non mi occupo di cose che non c’entrano col mio lavoro».

«Mi sono sentito molto solo nelle 6 settimane tra le Final 4 e la fine del campionato turco. Avrei voluto restare seduto per tutta gara 7, ma non ce l’ho fatta sempre. Grande tristezza, grande solitudine, ma non chiamatemi scenografo, perché non lo sono. Immaginatevi di essere nella mia posizione. Non avrei dovuto insultare i tifosi, dopo che loro lo hanno fatto con me, durante le Final 4. Ma avrei anche voluto che Ali Koc si scusasse con me».

«Voglio ringraziare i miei giocatori che hanno capito il mio momento di solitudine ed hanno voluto organizzare una riunione in cui mi hanno detto che non ero solo e che tutti insieme avrebbero fatto tutto il possibile per rendermi felice. L’idea è stata di Shane Larkin, un ragazzo a cui voglio tanto bene quanto lui ne vuole a me».

«I tifosi del Fenerebahçe non hanno problemi che riguardano la pallacanestro con me, è solo una questione personale. Mi spiace averli insultati, ma la realtà è che certa gente se lo è meritato».

E’ chiaro che si tratti di una lunga e complicata faccenda che ha le sue radici nei primi anni del millennio, si torna all’Ulkerspor, si passa per Efes, Besiktas e Galatasaray. Ataman (l’accento è sull’ultima a, mi raccomando) ha vinto di tutto, eccetto l’Eurolega, e quei 20 titoli attuali sono spesso stati ottenuti da avversario del Fenerbahçe. Ma se tutto ciò può riguardare l’ambito sportivo ed una rivalità che potrebbe solo far bene, la vicenda personale ha qualcosa di drammatico.

Lungi da noi il voler prendere una posizione riguardo a fatti che nemmeno la giustizia sportiva, la stessa medicina e la federazione turca hanno saputo districare. Vi sono  carte, denunce vere o false, interventi chiari e manchevolezze oscure che rendono la faccenda troppo complicata. Ma siccome stiamo dalla parte del gioco, sempre, non possiamo non notare come non sia un’immagine gradevole vedere un coach in una situazione di tale difficoltà personale, anche qualora ne fosse stato l’artefice principale.

Ergin vive di cuore, vive di istinto e vive di grandi sensazioni che lo rendono unico nel suo genere. Non ha paura a prendersi rischi verbali che lo possano esporre a figuracce potenziali, ma lo fa semplicemente perché è Ergin Ataman, l’amico dell’imperatore Fatih Terim, col quale divide tante situazioni caratteriali.

Sa bene come gestire tante cose, lo sa fare magistralmente in un mondo come quello del basket, ma sa anche aver gli occhi lucidi per la sua nazione, prima che per il suo club.

La dose di insulti che ha dovuto subire in queste settimane è stata esagerata? Non sta  a noi dirlo, ma l’uomo ha sofferto. Tanto. Nessuna demonizzazione della tifoseria del Fenerbahçe, anzi, visto che è la stessa che si distingue per passione assoluta e che per 39 minuti, durante la finale tra Efes e Cska, ha sostenuto la squadra del proprio paese senza esitazione. Poi, poi c’è quel passato che torna sempre, quello storie che sarebbe ora di chiarire definitivamente come meriterebbero due grandi club come quelli che si sono sfidati in finale e che hanno dato lustro al basket turco partecipando alla Final 4.

Ergin è solo, molto, pur restando al comando. Ce lo dice il suo sguardo, che è sempre un mix di malinconia e furbizia. Nulla è escluso nel suo futuro, perché quelle sensazioni di cui si nutre sono andate un po’ oltre. Quel bastone del comando potrebbe anche mollarlo, certamente pronto ad una nuova sfida poche ore dopo (le offerte non mancano e sono anche di un certo rilievo), ma col cuore intriso di tristezza perché i suoi affetti non vanno toccati. Se è vero che è la vita degli sportivi, è altrettanto vero che uno sport come la pallacanestro merita di essere un passo avanti. E quel passo avanti vuole dire rispetto e piena considerazione per gli esseri umani, perché non sono stipendi a 5 o 6 zeri a cambiare la natura di un uomo. Che resta un uomo, coi suoi pregi e coi suoi difetti. Come Ergin.

 

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