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Chiedimi com’era il Palalido…

La storia del glorioso impianto milanese, a pochi giorni dalla riapertura, in un dialogo con Toni Cappellari, uno che lo ha vissuto come una seconda casa.

 

Il 14 giugno 2019 è data che rimarrà impressa a lungo nella memoria di chi il basket milanese lo ha vissuto veramente da dentro. L’inaugurazione del “nuovo” Palalido, dopo quasi un decennio di vicissitudini terribili, è stata una gioia, per gli occhi come per il cuore. E proprio rivederlo nelle fattezze possibilmente più simili alla versione originale è stata la grande notizia. Perché sarà pure che «L’astronave è atterrata», come ha simpaticamente detto il sindaco di Milano Beppe Sala, tuttavia sono quegli spalti, quei corridoi e quegli spogliatoi che hanno costruito la leggenda di uno degli impianti più storici dello sport italiano.

Ma com’era e cos’era il Palalido, versione originale?

Costruito nel 1960, apre i battenti subito dopo e la prima gara di basket non è una a caso: Milano-Varese. L’idea e la volontà di realizzazione dell’impianto milanese appartengono a Carlo Della Vida, che lo volle per farlo diventare la casa del suo amato tennis. Cosa che in realtà non fu quasi mai, con la pallacanestro a farla da padrone.

federe e sanguinetti

Degli Stones, della festa per i 50 anni dell’Unità, di Ornella Vanoni che si esibisce per il PSI di Bettino Craxi, della grande riunione di Comunione e Liberazione, della Lega di Bossi, di Sanguinetti che vi battè un giovane Roger Federer, del Dalai Lama nel 2004 e dell’Ulivo di Prodi, piuttosto che di Forza Italia con Letizia Moratti e Silvio Berlusconi più o meno si sa tutto.

ticket stones

Ma in quei magici corridoi, negli storici spogliatoi, nella “secondaria” piuttosto che in “principale” (la chiamavamo così) si è scritta tanta della magia del gioco. Ed ecco allora che ci corre in soccorso Toni Cappellari, che per sua ammissione ha passato «più tempo lì dentro che a casa mia».

Il Simmenthal vi giocò da subito, abbandonando il palcoscenico di Piazza 6 Febbraio, presso la Fiera di Milano.

Palazzo Sport Fiera - primi anni 50

Il Prof. Ascani si può considerare il papà del Lido, per tanti anni al CMSR come reale direttore dell’impianto. Il centro Milanese per Lo Sport e la Ricreazione era l’organismo che gestiva tutti gli impianti milanesi con la sola esclusione di arena e San Siro.

Già dai primi anni furono mitiche le gare della nazionale contro Francia e Jugoslavia, con vittorie non da poco.

Il vero boss del Palalido? “Zagaria”, il mitico custode che trattava tutti allo stesso modo, partendo dal presupposto che per lui tutti gli sport fossero “da sfigati” eccetto la corsa campestre. Non si faceva nessun problema ad assestare un sano “vaffa” a Dan Peterson come ad Adolfo Bogoncelli, al quale però, grazie alle laute mance ricevute, concedeva di arrivare fino ai corridoi sotterranei con la sua 850, creando il malumore tra chiunque fosse invece costretto a parcheggiare fuori. Un giorno, durante una gara di settore giovanile che precedeva la serie A, al terzo supplementare sbottò con tutti «M’avete rotto er c… finimola che ce stanno i grandi». Impareggiabile, con una certa idiosincrasia per gli  allenamenti che si protraevano troppo. Ti fissava con quei due fondi bottiglia spessi dieci centimetri che erano i suoi occhiali ed alla sua maniera ti convinceva che era ora di andare a casa. L’allenamento finiva lì.

Altri grandi che hanno fatto la storia del Lido? Angelo Cattaneo, “il massaggiatore”: persona indimenticabile. Claudio Trachelio, l’uomo che ha gestito i fisici ed i muscoli dei più grandi campioni: un professionista oltre il concetto di esemplare. Senza dimenticare chi le luci della ribalta non le viveva, come ad esempio Beppe Boggio, l’uomo tuttofare Olimpia, l’uomo più disponibile del mondo, che era sempre pronto ad offriti un bicchiere di vino oltre la mezzanotte dopo che lo avevi accompagnato a casa alla Comasina.

campioni

Gli spogliatoi erano luoghi di culto. La sacralità del “5”, riservato alla prima squadra ed a quando gli juniores giocavano in casa e ve n’era disponibilità. L’entrata, Dino e Pupi seduti subito a sinistra, non ne uscivi vivo senza uno scherzo letale, soprattutto se eri un bambino di 19 anni… Il “4”, quello degli allenatori, non esattamente grandissimo, con una doccia buia nell’angolino. Memorabile un pomeriggio in cui dopo l’allenamento Pippo Faina ci tenne una lezione all’interno di quel “bugigattolo”. «Se volete guadagnare una quarantina di secondi dopo la doccia, ricordatevi di togliervi golf e camicia insieme prima all’allenamento. Li reindosserete in un solo gesto ed è sufficiente aprire il primo e l’ultimo bottone». Tutta la grandezza di Pippo in quel momento, l’uomo della pallacanestro più brillante e pratica di sempre. Vedere la sua nazionale juniores nel caso: lezione di basket ai Mondiali di Bormio. Non ci ha mai fatto mancare un consiglio, col sorriso di sempre, sapendola mettere sul ridere quando serviva. (ndr Spesso oggi mi tolgo camicia e maglione insieme…).

Se il campo principale fu teatro di diversi match di boxe importanti, quello più combattuto si svolse in “secondaria”, ma non furono protagonisti due pugili, bensì  Mike Sylvester vs CJ Kupec. Toni ce la ricorda così: «Erano teste calde  che si sopportavano poco. Si presero ed iniziarono a menarsi di santa ragione. Diciamo che nessuno ha fatto molto per fermarli, vista l’intensità modello Alì vs Frazier.  Quando, dopo tanto tempo, terminarono, Dan Peterson li fissò e disse loro, molto tranquillo : “Avete finito? Possiamo ricominciare ad allenarci?” Fu uno dei momenti che certificò la grandezza di Dan».

I più grandi che vi giocarono? Detto di Federer, fuori dal basket, come non ricordare Petrovic e Sabonis? «Guarda, per me quello Zalgiris era più forte del Cibona, sebbene poi perse la finale. Gli slavi erano un “one man show”, mentre i lituani giocavano da Dio. Sabas, Kurtiniatis, Homicius, Jovaisha… che squadra. Mike contro Drazen fece una gara difensiva che resta nella storia, dopo che all’andata ce ne aveva refilati 47». «Arvydas lo portai da Gabetti, c’eravamo quasi, poi lui scelse altro». Entrambe le gare furono vinte con ampi scarti e restano nella memoria di tutti i tifosi milanesi come tra le più belle imprese di sempre. 95-66 contro Arvydas e 90-66 contro Drazen: e chi se lo scorda più…

HendersonvsPetrovic

Mi sbaglio o la più grande prova individuale fu quella di Swen Nater, centro ex Lakers, contro Joe Barry Carroll? «Sì, straordinario. Ad Udine erano incazzati perché non si impegnava troppo, ma contro JBC volle dare il meglio. Immarcabile, dominante, straordinario: due minuti di “standing ovation” e lui che ringrazia col dito verso il cielo». Personalmente, un’ovazione così non la ricordo in nessuna altra occasione.

E la giocata per eccellenza? «Beh, tante…». Ed allora te la ricordo io. Simac contro Mulat Napoli, Mike palleggia verso il prolungamento della linea difensiva dei liberi, poi avanza e molla un assist dietro la schiena da 14 metri a JBC che arriva dal lato debole e schiaccia. Cordella, play napoletano, si ferma per complimentarsi con Mike, applaudendo per tanti secondi. Brividi.

A proposito, Toni, è l’Olimpia più forte di sempre quella? «Sì, anche se quella di Bob non scherzava…». Problemi grassi…

Per Dino Meneghin è un posto che metteva i brividi da avversario, «era il top giocarvi, sin dal mio esordio lì con la Robur».

Ed il momento magico? Tocca sempre a Cappellari: «Non c’è un momento ma c’è un gruppo, il mitico 1958 di Milano, poi tutti protagonisti in serie A, a cominciare da chi fece parte della banda Bassotti di Peterson, quella che ricreò il cordone ombelicale che lega il pubblico milanese all’Olimpia. Loro ed i ’59, straordinari, a partire dai Boselli, per arrivare ad Anchisi, Fritz, Lana, il povero Battisti, Gallinari. L’unica squadra, con il basket Roma, che non ha mai perso un titolo giovanile».

Ad un momento magico va contrapposta una grande delusione: quale? «Beh, la retrocessione, nonostante la Coppa delle Coppe. Ero Gm ed assistente di Pippo (Faina). ma ci riprendemmo subito, con una promozione strameritata e da lì nacque la grande stagione seguente dell’Olimpia, che durò un decennio».

Non possiamo chiuderla così, però, allora ti ricordo qualcosa io, qualche flash che mi viene in mente. Una straordinaria prova di Picchio Abbio, credo da 41 o giù di lì, contro la squadra juniores di Portaluppi, Anchisi (Matteo), Tulli ed Alberti. Poi l’arrivo di McAdoo, che non voleva togliersi la divisa gialloviola dei Lakers… Infine i giorni prima di Losanna, allenamento in secondaria, la caviglia di Franco Boselli che si gira, io sto seguendo nell’angolo davanti alla porta e Franco (Casalini) che arriva di corsa e travolgendomi mi urla in faccia «C… fai lì fermo, vai a prendere una vasca di ghiaccio, volaaaaaa!!!!!». Credo di esser tornato in meno di venti secondi, ed il “5” non era così vicino… Pochi attimi dopo, dentro lo spogliatoio degli allenatori, lo stesso Casalini ci disse: «E’ un atleta molto intelligente, gestirà questi pochi giorni e saprà come stare in campo». E così fu, con la gloria della Patinoire de Malley.

Ma forse la cosa più bella che personalmente mi accadde è datata inizio anni ’80. Ogni giorno, esclusi quelli in cui c’era allenamento con la propria squadra, si prendeva la “68” e dopo qualche fermata si scendeva in Via Albani: alle 17 iniziava l’allenamento di Dan, appuntamento fisso per i veri “malati” (ne avrò visti non meno di 200). Sempre a porte aperte, si seguiva dalla tribunetta della secondaria, dove una fila di seggioline  di legno scuro poteva ospitare una trentina di persone. Un giorno il “coach” è un po’ nervoso e decide che si deve continuare a porte chiuse perché i ragazzi sembrano un po’ lontani dal concetto di concentrazione e forse c’è qualcosa da ricordare loro “privatamente”. Franco Casalini invita tutti ad uscire molto gentilmente. Gli ultimi due, rigorosamente nei primi due posti di fianco alla porta a vetri, sono il sottoscritto e l’oggi Ingegner Bardelli. Ci si alza e, delusi, si sta uscendo quando su segnale del Coach, Franco ci indica e dice «Voi potete rimanere». Potete immaginare la gioia di due ragazzini di 12-13 anni…? L’allenamento è continuato, noi in rigoroso silenzio contemplativo, stavamo volando. Coach Peterson fu leggermente più “espressivo”.

palalido storico

Al Palalido ci venivano tutti, ma proprio tutti, gli allenatori di allora. Un allenamento di Peterson era un rito, quando c’era la Nazionale di Gamba andava in scena una lezione da non perdere, col tutto esaurito, ma ogni singolo giorno l’impianto milanesi era una sorta di polo di attrazione per tutti quelli che amavano e vivendo la pallacanestro. Si sgranocchiava qualcosa al bar di Piazza Stuparich, il lunedì pomeriggio si aveva il privilegio di comprare Superbasket all’edicola di fronte, mentre il resto d’Italia lo leggeva solo il martedì mattina (immaginate la libidine, mica c’erano internet ed i “recap” online due minuti dopo le gare…) e si facevano quattro chiacchiere che potevano riguardare Mike D’Antoni come il playmaker di una squadra di serie D, allora corrispondente ai valori tecnici della B di oggi.

Per chi ci ha passato una vita, per chi ci è stato solo pochi anni, per chi ne ha fatto la sua seconda (sicuri che non era la prima?) casa, il Palalido era e resterà sempre l’impianto per eccellenza del basket milanese. Anche perché, se hai calcato quel parquet o hai appoggiato le tue terga su quelle panchine, hai vissuto un’esperienza che non ti abbandonerà mai. «Abbiamo ancora oggi un senso di appartenenza che non ci abbandonerà mai». Parola di un avvocato, a trent’anni di distanza.

 

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