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AllenatoriIntervisteTurkish Airlines Euroleague

La leggenda Rick Pitino: Se mi chiamasse l’Olimpia? Sono 30 anni che indosso abiti Armani…

Sto parlando con il Panathinaikos. Mike James, se completa il lato mentale ed emotivo, può essere dominante. Continuare a migliorare è fondamentale per un coach: se non vuoi più farlo, è ora di smettere.

 

Hall of Famer, un uomo che ha scritto la storia della pallacanestro americana a livello NCAA e non solo.

Rick Pitino ha deliziato le platee europee allenando il Panathinaikos da fine 2018 sino al termine della stagione, situazione ancora aperta visto che tra pochi giorni inizierà la finale del torneo ellenico contro il sorprendente Promitheas, giustiziere dell’AEK di Luca Banchi. Strano non trovare l’Olympiacos nell’abituale sfida che conclude pressoché da sempre il campionato greco, ma le vicende societarie dei “reds” hanno portato ad un epilogo non più scontato.

Coach Pitino è “la pallacanestro”, senza alcun dubbio. 629-324 il record NCCA, al 73,2% di vittorie. Due titoli, con Kentucky e con Lousiville (1996 e 2013), da giovane giocatore “freshman” di U-MASS fu compagno del “junior” Julius Erving, sebbene non vi giocò mai assieme a causa delle regole di allora su “varsity” etc.

La sua vita potrebbe essere tradotta in dieci libri differenti, tutti estremamente coinvolgenti.

Boston University (78-83), Providence (85-87), New York Knick (87-89), Kentucky (89-97), Boston Celtics (97-01), Louisville (01-17): questa la sua carriera in panchina da capo allenatore.

Dai primi anni ’90 (i suoi famosi “Pitino Bombinos”) è stato parte della fondamentale rivoluzione del gioco attraverso il grande utilizzo del tiro da tre punti, il gioco ad alto ritmo e la difesa a tutto campo.

Newyorchese 67enne, diventato praticamente cittadino del Kentucky grazie alla sua lunga permanenza  sul pino dei Wildcats prima e dei Cardinals poi, il suo primo titolo NCAA è arrivato proprio contro la U MASS di Marcus Camby, sua “alma mater” dal 1971 al 1974. Quella squadra, con Tony Delk MVP ed un Antoine Walker a muovere i primi passi importanti di una grande carriera, fu una delle ragioni che poi lo vide definire proprio l’Università del Kentucky “L’Impero romano della pallacanestro collegiale”.

Scelto da Louisville per il dopo Denny Crum, ovvero un uomo che guidò i Cardinals per 30 anni, ha chiuso la sua carriera NCAA nel 2017, a seguito di un licenziamento assai discusso per uno dei tanti scandali che accompagnano, in modo assai di facciata, l’ormai presunto dilettantismo della pallacanestro dei grandi college.

– Coach Pitino, 6 mesi in Europa ed un campionato ancora da concludere : qual è il suo primo bilancio dell’esperienza vissuta?

Ho vissuto la mia carriera in modo completo, dal livello più basso a quello più alto, tra college ed NBA. L’Eurolega è un incrocio di quelle esperienze : ci sono giocatori professionisti ma la tipologia di pallacanestro è spesso molto più vicina a quella del college. E’ un insieme eccezionale.

– E’ arrivato dicendo che sarebbe stata una parentesi di 6 mesi, ora pare che le cose possano cambiare. O no?

E’ possibile. Ora devo terminare un stagione che durerà ancora 7-10 giorni, dopodiché tornerò a casa dalla mia famiglia e valuterò il futuro. E’ vero che sto parlando con il Panathinaikos per un eventuale rinnovo, mi è piaciuto molto tutto ciò che ho vissuto. La Turkish Airlines Euroleague è un’altissima espressione di pallacanestro di squadra.

– Ha dichiarato più volte «Sono arrivato da insegnante e sono diventato un alunno». Tecnicamente cosa ha ricavato da questa esperienza?

Tecnica di passaggio e  di tiro, tanto,  cose poi che si vedono bene anche in America. Ma a livello di blocchi, di riconoscere i mismatch e di gestire e capire il vantaggio ottenuto l’Eurolega è il torneo numero uno. “Keep learning is critical”! Se smetti di aver voglia di imparare è meglio non allenare più e dopo 40 anni io ho ancora tanta voglia di imparare e migliorare.

– Diversamente dal suo illustre collega Larry Brown si è subito adattato al gioco europeo, portando diverse novità con grande successo in Eurolega. C’è un segreto od ha inciso solo il diverso ambiente trovato da Larry e da lei?

Posso parlare solo della mia situazione. Devi portare la tua personalità, il tuo credo cestisti, ma devi capire che sei in un paese ed in una cultura differente che devi rispettare. Ti devi adattare e diventare, nel mio caso, con grande piacere un po’ greco.

– Dopo mezza stagione ed un Playoff vissuto col Pana, può valutare la preparazione che dà questo torneo rispetto alla NCCA? In molti ambienti si dice che oggi sia meglio qui per crescere…

Sono due mondi diversi ed entrambi molto, molto validi. Quando vai in Europa sei lontano dalla tua famiglia, è elemento da considerare, mentre se stai in NCAA puoi averla al tuo fianco quando necessario. In Eurolega si sviluppa di più la strategia su attacco e difesa, mentre il college ti dà di più come sviluppo completo del giocatore, a livello di fondamentali. L’errore da non fare è andare in Cina per soldi, un campionato dove non si difende, non si cresce e non è trampolino verso la NBA. Il mio ex Russ Smith (Louisville) mi ha chiesto un consiglio, dopo che in quel campionato segnava quintale di canestri: gli ho detto che se vuole la NBA deve venire in Eurolega e crescere grazie ai grandi coach che ci sono.

– “One and done”: cosa ne pensa? Il gioco ed i giocatori ci guadagnano o no?

Dipende dai giocatori. Kobe, Garnett, Lebron non avevano bisogno del college. Io alleno Thanasis Antetokounmpo che con un paio d’anni di università avrebbe potuto sviluppare molte cose del suo gioco: gli avrebbe fatto bene. Ora la regola cambierà, dal 2020, e quindi le valutazioni saranno diverse.

– La sua “full court pressure” ha scritto la storia del gioco. Poi dopo quasi 30 anni vediamo Milano vs Panathinaikos e quella difesa allungata spacca la partita a vs favore annullando Mike James. Vuol dire che i sani principi del gioco restano immutati?

Guardi agli avversari e vuoi fare il meglio per poterli battere. Cerchi di capire dove lavorare per sfiancarli. “Fatigue breaks people down”. Volevamo affaticare un grande giocatore come Mike, togliergli il respiro e volevamo farlo durante tutta la gara. Come nel pugilato, colpisci duro per sette round, poi sferri il colpo decisivo che è tale grazie al lavoro ai fianchi precedente. Li abbiamo lavorati ai fianchi, appunto, e battuti con la nostra strategia.

– Avrà certamente seguito le Final 4: che idea si è fatto dell’atto finale del massimo torneo continentale?

Lasciami dire che l’arbitraggio è stato notevole, così come gli allenatori e le strategie. Un grande evento, che dovrebbe soltanto annullare la finale 3/4 posto, una gara che nessuno vuole giocare e che ha poco senso.

– C’è un coach rivale che l’ha maggiormente impressionata e per quale ragione tecnica o psicologico-gestionale?

Ovviamente Obradovic, un brillante tattico ed allenatore assai completo: merita tutta la gloria che ha avuto perché è straordinario. In generale non ho mai terminato una gara di Eurolega pensando di aver affrontato un cattivo allenatore, ogni volta ero lì a pensare che anche questo avversario era il classico “hell of a basketball coach”. Potrei raccontare una storia che chiarisce tutto…

– E come posso farmela scappare…?

Quando sono arrivato ad Atene ed ho fatto la prima riunione coi giocatori ho mostrato il video di una gara in cui era evidente la mancanza di sforzo da parte loro. Li ho guardati in faccia e ho detto loro «Il presidente non ha licenziato Xavi Pascual, è stata la vostra mancanza di sforzo a farlo. Avete fatto licenziare una brava persona ed un ottimo coach. Non vi permetterò di fare lo stesso con me».

– Ed invece il giocatore?

Sloukas mi piace molto, Campazzo ottiene dalla sua struttura fisica il massimo possibile, è un grande. Chi mi impressiona poi particolarmente è Mike James, un talento eccezionale. Se completa la sua crescita lavorando sulla parte mentale ed emozionale del suo gioco, può essere assolutamente dominante.

– In diversi ambienti milanesi è stato fatto il suo nome per la panchina dell’Armani Exchange, vedendola come uomo perfetto per il club e per la squadra. Dando per scontato che Pitino stia trattando con il Pana per rimanere ad Atene, quanto le piacerebbe allenare la squadra del Signor Armani?

Non voglio speculare su nulla, ci mancherebbe., ma è chiaro che sono anni che indosso abiti Armani, ho speso un sacco di soldi e mi farebbe molto piacere averne qualcuno gratis… (ndr risata). Seriamente, quando ricevo una chiamata da chiunque la prendo sempre in considerazione, per me è comunque un onore. Finchè avrò passione per questo lavoro prenderò in considerazione ogni chiamata, quando non avrò più quel fuoco dentro, sarà ora di smettere. Milano è una grande piazza, un grande club, li ascolterei certamente. ma ascolterei anche per allenare in Alaska, per la ragioni che ti ho detto. Quindi posso andare ovunque, non è questione di città o giocatori, lo è di passione ed amore per il gioco e per il lavoro di allenare.

– Tecnicamente sono rimasto molto impressionato dalla gestione dei suoi “timeout”. Mai una parola di troppo, sempre e solo concetti chiarissimi che arrivano direttamente ai giocatori. E la sua squadra, al rientro in campo era sempre una delle migliori. E’ talento naturale o qualcosa su cui ha lavorato in carriera?

Credo di averlo appreso quando ero assistente di Hubie Brown ai Knicks. Gli devo molto, ho imparato tanto. I suoi “timeouts” erano assolutamente perfetti: nessuno spreco di parole e di emozioni, solo lo specifico necessario per il gioco in uscita da quel timeout e, soprattutto, la tattica per i seguenti 5/6 minuti. Questo è importante, chiarire cosa vuoi non solo per il possesso successivo ma dare un’idea perfetta di come vuoi impostare i minuti seguenti. Nello specifico, ciò che c’è da fare e da non fare, senza fronzoli.

 

Come si dice oltre oceano? “Blessing”? Ecco, una chiacchierata con coach Pitino è esattamente una benedizione per chi ama il gioco. E come per tutti i più grandi, è incredibile la chiarezza di esposizione che si accompagna alla straordinaria passione ed umiltà, che porta a  crescere ogni minuto che si passa in palestra.

“Success is a choice”. Il titolo del libro di Coach Pitino è uno dei più azzeccati di sempre.

 

 

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