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Livio Proli ed un addio discusso: fu vera o vana gloria?

Si può giudicare come si vuole, ma la necessità è che l’Olimpia si riavvicini alla sua gente.

 

Era chiaro da marzo, da quell’addio al gruppo Armani che non poteva far pensare ad una prosecuzione del suo incarico in Olimpia: Livio Proli non sarà più il Presidente plenipotenziario della gloriosa società milanese.

La stragrande maggioranza del tifo meneghino, ingrata o meno che la si voglia considerare, esulta. Il manager di Mondovì, che quando prese l’Olimpia su input del Signor Armani  dichiarò «io non so nulla di basket, io preferisco la pallavolo» non è mai entrato nel cuore dei sostenitori biancorossi. Vuoi per quell’aria da “bellissimo” che provoca invidia, vuoi per quell’aver provato ad imporre cambiamenti forzati a chi invece di basket sapeva e tanto, abbeveratosi negli anni alle fonti di eterna cestofilia chiamate Cesare Rubini, Sandro Gamba e Dan Peterson, vuoi per non aver mai voluto avere di fianco una figura “di pallacanestro” che potesse trasformare il credo di un dirigente di altissimo livello in un dominio che Milano avrebbe potuto e dovuto esercitare nel decennio post Siena.

Siena,  Siena, sempre Siena! L’incubo prima («non vincevamo mai con loro, quando ne abbiamo portata  casa una in finale abbiamo festeggiato come dei pazzi»), la rivolta poi («perdevamo perché Siena rubava»), l’ispirazione infine, con tutto lo staff o quasi, oltre  a tanti giocatori, portati a suon di milionate sulle sponde  del Naviglio, che tanto diverso è dalla terra dove nasce  cresce la verbena.

Quel “Siena rubava”, peraltro detto al sottoscritto in quel di New York nell’ottobre 2015 (grazie Presidente, lo sviluppo del nostro attuale sito nacque proprio dall’eco di quelle parole che ancor oggi mi chiedo perché rilasciate a me…)  è la chiave di tutto. Non siamo qui per giudicare l’ascesa e la caduta del presunto impero senese, per chi volesse approfondire c’è lo splendido  libro “Timeout” di Flavio Tranquillo. Ma proprio in quell’affermazione c’era tutta la frustrazione che ha portato a tanti errori, troppi. Ed alla fine, se non puoi battere un avversario, allora ti allei con lui, prima, poi gli sottrai l’esercito.

“Caro Presidente…” Potrebbe iniziare così un’eventuale missiva, ma subito si arriverebbe al punto: perché quell’emulazione forzata? Non ce n’era assolutamente bisogno, con le tue (mi permetto il “tu” come hai voluto) risorse c’era da far benissimo senza bisogno di andare a rilevare un’identità altrui, inoltre così mal sopportata dall’ambiente milanese, nonché negli ultimi anni più nota per le cronache giudiziarie che per quanto accadesse sui 28 metri. Avevi tutto per fare la storia recente del basket meneghino e non solo, mancava solo un tassello fondamentale, quell’uomo di esperienza  e competenza cestistica che ti avrebbe portato ovunque, affiancando le tue indubbie capacità manageriali. Tra l’altro quell’uomo c’era e si chiamava Flavio Portaluppi, uno che vive basket 24/7 e che conosce anche le caratteristiche dei giocatori della terza serie del campionato libanese…

A proposito, tornando all’attualità, senza forma di missiva, molto bene cercare profili come Maurizio Gherardini, che chi scrive ritiene il numero uno assoluto, persona prima che professionista in grado di garantire il salto di qualità a qualunque società sportiva. Sarebbe ora che arrivasse un profilo simile. Non dovesse approdare in biancorosso (il Fenerbahçe non molla facilmente), ci si può permettere di fare un altro nome e cognome? Sì, crediamo si possa fare, quindi perché non prendere in considerazione Simone Casali, straordinario conoscitore di gioco e giocatori, ora sotto contratto con i Brooklyn Nets ma già GM, capo dello scouting ed allenatore delle giovanili Olimpia? Gioiello tecnico di rara competenza e passione, classico esempio di quel tesoro che hai nascosto in quel cassetto che troppo spesso dimentichi di aprire.

Ma tornando al Proli che lascia francamente non ci sentiamo di gettare la croce totalmente addosso all’ormai ex Presidente. Vero è che la gloria è stata poca, perché se sei Milano il bottino del decennio è veramente misero rispetto agli sforzi, non solo finanziari, profusi. Una struttura tecnica di allenamento all’avanguardia e la licenza decennale di Eurolega (beh, con Armani dietro non è dura ottenerla diranno i detrattori…) non sono poco, anzi, e forse valgono più di qualche scudetto nel povero campionato italiano, ma la realtà dei fatti ci ha però regalato alcune situazioni di grande imbarazzo per la gente di Milano.

Forse l’apice lo si è toccato due anni fa con la firma di Simone Pianigiani, atto di sfida vera e propria nei confronti della tifoseria, nonché, ed è quello che a noi interessa di più, errore tecnico clamoroso. Non bastasse quello, a portare avanti una scelta tanto impopolare quanto sbagliata è arrivata l’odiosa posa di un plexiglass dietro le panchine, gesto di ulteriore sfida e separazione nei confronti degli appassionati, nonché praticamente unico nel panorama europeo di livello. In un mondo che si apre, l’Olimpia si è chiusa a riccio, non rispettando i diritti dei tifosi ed allontanandoli dal cuore della squadra, la panchina. Perché? Per proteggere… Ma da chi e da cosa? Per favore. E’ stata la pietra tombale del rapporto staff-tifosi, nonché un atto che ha regalato ilarità a tutto il mondo del basket. E non è certo bastato alzare il volume della musica al Forum per sotterrare il malumore della gente.

Poi il rapporto con la stampa, con quei pochi giornali rimasti  a parlare di palla a spicchi ed i tanti siti, professionali od amatoriali, che tanto danno alla pallacanestro di oggi e senza i quali il nostro mondo sarebbe morto. Sono gli stessi che il resto del basket europeo abbraccia con piacere ed apertura (lo diciamo per esperienza personale). Per noi non c’è stampa “gold” o “silver”, c’è solo passione. Ed individuare i “nemici” è stato un altro passo terribile. Quali sarebbero? Quelli che hanno la forza, l’orgoglio e la competenza di provare a scrivere la verità, analizzando il gioco magari con un po’ di anticipo rispetto alla fuga dei buoi? Il confronto è quello che è mancato, e Livio Proli ha chiaramente indicato ai suoi responsabili che non ci sarebbe dovuto essere, segnatamente dal giorno in cui ha scelto Simone Pianigiani come allenatore. Purtroppo sappiamo tutti che considerazione ha il mondo di chi divide la stampa in buona e cattiva.

Noi non giudicheremo mai il lancio delle magliette, i braccialetti luminosi o le prestazioni dei Baby Killer (beh, possiamo dire che ci sono più gradite le cheerleaders dell’Efes o dello Zalgiris?), tutte cose che si possono apprezzare e che possono rappresentare anche un passo avanti nella cultura del tifo, tuttavia siamo feroci nel mettere la pallacanestro davanti a tutto e questo, purtroppo, Livio Proli non lo ha fatto, forse inconsapevolmente, evitando di essere affiancato nella leadership societaria.

Noi siamo soltanto qui a chiederci perché una persona che abbiamo avuto il piacere di conoscere in diversi incontri, una persona educata, gentile, affabile e che ci è stata descritta da chi ci ha lavorato nel settore moda come straordinariamente capace abbia potuto dare rinnovata visibilità al proverbio del Professor Nikolic. Tutta quella fatica per avere tanto latte e poi con uno stupido calcio, tutto viene sprecato.

In fondo, crediamo sia molto giusto ciò che ci disse un giorno Jasmin Repesa: «A Livio ho chiesto solo una cosa: fai il manager come nel tuo gruppo, gestiscici allo stesso modo, andremo lontano».  Ecco, l’errore madornale è stato interpretare male quel consiglio. Perché un grande manager può essere che non conosca la differenza tra Hickman e Darius Adams, piuttosto che quella tra Milutinov e Raduljica, così come può ovviamente non conoscere le reali condizioni di un infortunato, tuttavia proprio quel grande manager si deve confrontare con chi di pallacanestro conosce tutti gli alfabeti del mondo e con chi gestisce direttamente gli atleti da ogni punto di vista.

Non è questione di concedere l’onore delle armi, il nostro, forse meglio dire il mio, è solamente un “in bocca al lupo” dovuto per chi ha fatto tanto per Milano, sbagliando sicuramente di più e trasformando tanta gloria, che poteva essere vera, in vana.

Una chiacchierata davanti ad un bicchiere di vino, vera e senza veli, per capire questo decennio. Abbiamo la faccia di palta di chiederla, certi che un grande Presidente non farà nulla per evitarla.  Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: i nemici veri sono quelli che ti incensano all’apparenza per poi incenerirti alle spalle.

Noi non esultiamo per l’addio di Livio Proli, noi avremmo soltanto voluto vederlo in parte diverso, più aperto, che avesse potuto far fruttare il tesoro che poteva essere per Milano in modo totale, togliendo il senso di incompiuta  e di spreco che è stata la sua Olimpia.

E se questo addio vorrà dire riavvicinamento tra tifoseria e squadra biancorossa, ben venga: sarà un lascito importante, come dicevamo da giovani “una tacca in più sul bomber”.

A proposito, nel caso, la cena la pago io…

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One Comment

  1. Molto bello il post, c’e’ dentro tutto. A me, che non sono un #nopianigiani #viaproli hardcore, ha spesso dato l’impressione che avrebbe voluto piantare la baracca da tempo, resosi probabilmente conto di almeno un paio delle cose dette qui sopra. Ma che Armani l’abbia quasi costretto a restare, perche’ in un’azienda funziona cosi’. E l’Olimpia in questi anni e’ sembrata via via sempre piu’ una azienda, il che non e’ niente di male, se ci si ricorda di fare basket e non giubbotti.

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